di Antonello Tacconi
Per molti era la prima volta (come il sottoscritto); per altri era come ritrovare vecchi amici dopo tanto, forse troppo tempo. Insomma il tour della reunion del Consorzio Suonatori Indipendenti era di quelli attesi da molti, da troppi decenni. Da quando, nel lontano 2002, decisero di sciogliersi. Per oltre vent’anni silenzio assoluto, a parte le carriere solistiche con alterne vicende di ognuno dei componenti. Poi la recente primavera di quest’anno, le prime foto insieme e i primi criptici messaggi di un qualcosa che bolliva in pentola e che molti si auguravano. Poi il comunicato ufficiale, la conferenza stampa e tutto è diventato reale. Il ritorno dei CSI è iniziato qualche settimana fa da quel Montesole, parco vicino a Marzabotto, luogo simbolico e storico di una delle loro passate esibizioni entrate nella storia della band. E così Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio Canali si sono ritrovati sul palco insieme. La tappa del loro tour ha toccato anche l’Umbria, nella splendida location di Villa Fidelia di Spello. Ed eccoci qui, allora, a raccontare una serata ed un concerto indimenticabili. Al calare del sole, sotto le pendici del Monte Subasio, il popolo dei CSI ha cominciato ad affluire. Persone di tante età e da molte parti d’Italia, con netta prevalenza di ultraquarantenni che erano lì per una sorta di rito collettivo laico, dove l’attesa prima dell’inizio, diventava spasmodica per ogni minuto che passava. Ti ritrovi anche tu ad aspettare e magari incroci le storie di tanta umanità che in questa band hanno trovato un trait d’union e quasi una filosofia esistenziale. Come una coppia della provincia di Viterbo vicino a me, che mi racconta come lui, grazie alla sua compagna, abbia scoperto Ferretti e soci. O il signore disabile che si commuove perché riesce a vedere di nuovo un concerto dopo tanto tempo, complice anche un’organizzazione che intelligentemente aveva montato un palchetto riservato alle persone con disabilità. Insomma una serata dove già l’attesa del piacere era essa stessa un piacere, parafrasando un famoso spot di tempo fa, con tanta umanità che ha alzato gli occhi non appena le luci si sono abbassate e sono partite le prime note di “Noi non ci saremo “ dei Nomadi, brano ormai fatto loro da tempo.
Poi il concerto si è snodato in un tappeto musicale che ha riconsegnato un gruppo in forma smagliante.
Una scaletta che ha quasi rispettato filologicamente l’ordine dei tre album più rappresentativi della band. Si parte da Kodemondo con “ In Viaggio” che di fatto è anche il titolo del tour. La band piano piano ingrana quella giusta sintonia che la fa percepire sul palco come un corpus unico, nonostante ognuno di loro sia un artista a sé stante ben definito. Magnelli con le sue tastiere prepara il tappeto sonoro sui lirismi di Ginevra di Marco e la voce di Lindo Ferretti; spesso in canto singolo ma anche in coppia. A completare il quadro le due chitarre elettriche: quella più di sottofondo di Zamboni e l’altra di un Giorgio Canali in grande spolvero, capace di squarciare le liriche con le sue geniali distorsioni e soluzioni elettriche. A dettare i tempi ci pensano poi l’ormai granitico basso di Maroccolo e la batteria di Simone Filippi.
La scaletta continua con “Occidente” che mai sembra così attuale in alcuni passaggi del testo (“Tra fremiti di bestie, camion, gas, clacson.. Vociare di mercanti a contrattare macellai Fidanzati per mano, famigliole festanti.Di sguardi petulanti, botte a chi non ubbidisce insulti. Residui di carovane in viaggio.Orde dirette ad inseguire il sole.
Occidente, Occidente. Alla guerra, alla gloria, alla storia”). Stesso discorso per “Del Mondo” (“È stato un tempo, il mondo, giovane e forte.Odorante di sangue fertile. Dimora della carne, riserva di calore. Sapore e familiare odore. Il nostro mondo è adesso debole e vecchio. Puzza il sangue versato, è infetto”), dove i CSI sembrano però interpretarle con un senso quasi di nostalgia e rammarico per il tempo che fu, chiudendo così gli estratti dal loro primo album. SI passa poi a “Inquieto” dall’album del concerto acustico “In Quiete” che fa da cesura al successivo blocco di brani da “Linea Gotica”, loro secondo album che rappresenta una sorta di cupa cattedrale sonora considerata una pietra miliare della musica rock italiana. ”Cupe Vampe” viene riproposta in una bellissima e più scarna veste acustica che la rende, a nostro parere, ancora più bella ed incisiva tra nostalgia e ricordo. Il testo ispirato ai conflitti nei Balcani e a Sarajevo sembra avere ancora una sua attualità, se si coglie il messaggio universale della guerra devastatrice sotto ogni punto di vista. “Linea Gotica” parte dalla Resistenza per un messaggio di urgenza di una presa di parte che sembra parlare ai tempi attuali, dove le reminiscenze reazionarie e ultranazionaliste sembrano sempre più trovare terreno anche nel nostro Paese, dove “….Occorre essere attenti per essere padroni di sé stessi.Occorre essere attenti.Occorre essere attenti, occorre essere attenti.E scegliersi la parte dietro la Linea Gotica”. Il concerto non lascia spazio a tante pause, anzi i musicisti non si concedono a nessun sermone e si continua con gli estratti da “Linea Gotica” con brani quali “Irata”, “Esco” e “Blu” che assumono una veste sonora più intima. I musicisti sembrano ora ancora di più attenti ai dettagli sonori, capaci di essere allo stesso tempo “Forma e Sostanza”, tanto per citare il titolo che apre agli estratti da “Tabula Rasa Elettrificata”, la terza storica fatica musicale dei CSI, nata dal loro viaggio in Mongolia, al quale si ispira nelle musiche e in alcuni dei testi dell’album. Come nel caso di “Ongii” in maniera esplicita ma anche in parte negli altrettanti brani proposti, come “Brace” e “Unità di Produzione”, quest’ultima con il martellante basso di Maroccolo a scandire un testo sempre attinente al mondo produttivo all’estremo e neoliberista dei tempi che viviamo. Si arriva alla parte finale del concerto con “E ti vengo a Cercare” di \ Battiato che ci riporta per un attimo al precedente Linea Gotica e dove il lirismo della voce della Di Marco fa da contraltare alle declamazioni di tono più basso di Lindo Ferretti. “Depressione Caspica” e “Notte di San Giovanni” chiudono il concerto e preparano al rientro finale della band. La struggente e bellissima “Montesole” del periodo dei Per Grazia Ricevuta, composta e cantata dalla Di Marco è da lasciare senza parole, con il suo messaggio di pace universale che “….non è un mestiere, né un’ideologia…” dove “…l’amore è un canto di per sé più lo si invoca meno ce ‘n’è”. Chiudono il bis ed il concerto le tiratissime “Matrilineare” e “N’importa na sega” a chiusura di una serata magica in una cornice unica quale quella di Villa Fidelia. Un concerto che passerà agli annali tra i più belli passati nella nostra regione e che ha così concluso la liturgia laica di una band che ha lasciato un indelebile segno in una generazione che, nel passaggio tra il vecchio il nuovo millennio, trovò nei CSI la bussola culturale ed esistenziale per comprendere i tempi inquieti ed incerti di allora come quelli di oggi.

















