di Antonello Tacconi
Il tempo passa inesorabilmente e i segni delle stagioni che scorrono le sentiamo addosso ma soprattutto ce ne accorgiamo quando i nostri eroi sportivi, che immaginiamo giovani e forti per sempre, ci lasciano. E in questo 2026 le perdite nello sport hanno segnato le due sponde della Milano calcistica: da una parte Franco Baresi e dell’altra, più recente, Sandro Mazzola. Il giocatore probabilmente più iconico dell’Internazionale Calcio è venuto a mancare ad ottantatre anni e con lui se n’è andato un altro pezzo di calcio che fu, ma anche un altro fondamentale tassello di un epoca di storia della società italiana che spesso nei propri campioni riponeva tanti significati, oltre quelli sportivi. Sandro Mazzola ha rappresentato tante cose, ma andiamo con ordine. Perché con quel cognome, in fondo da sempre il calcio è stato nel Dna e nel destino di quest’uomo. Sì, perché essere figlio di Valentino Mazzola, campione e capitano leggendario del Grande Torino, significava respirare calcio fin dalla culla anche se per poco tempo. Proprio perché quando lo schianto a Superga ti porta via quello che per te è solo tuo padre, rimane una vita dove crescere all’ombra di un mito non è sempre facile. Soprattutto quando decidi di provare anche tu a divertirti con un pallone e cominci a giocare nei primi campetti dell’oratorio. Quell’ essere “figlio di” all’inizio può farti piacere, almeno per un pò. Magari però anche tu non sei male con il pallone tra i piedi, e se ne accorge un altro grande campione nerazzurro come Benito “Veleno” Lorenzi, che lo prende sotto la sua ala protettrivce e lo porta all’Inter che era un ragazzino, E qui trovi ad allenarti un altro eterno monumento nerazzurro come Peppino Meazza. Ti dicono che a calcio ci sai fare ma quel cognome addosso non sempre ti aiuta, quando il paragone e soprattutto il sospetto di essere un pò raccomandato è sempre dietro l’angolo. Ma poi tutti si dimenticano in fretta di questo e le insinuazioni si sciolgono come neve al sole quando il campo di gioco dice che Sandro Mazzola è un campione vero. Uno che nasce, attaccante ma finisce la carriera da centrocampista. Uno che della tecnica, della velocità con le sue famose “serpentine” e soprattutto delle rete farà il suo inconfondibile marchio di fabbrica. Uno che legherà la sua carriera solo alla causa della maglia nerazzurra con ben 570 presenze e 162 reti, dal 1961 al 1977, vincendo praticamente tutto, soprattutto nell’imbattibile Inter del Mago Herrera: quattro scudetti, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali. E proprio in una di queste Coppe Campioni conquistate, che definitivamente gli viene tolta da sopra la pesante ombra del padre da un altro campione che lo aveva conosciuto. Quel Ferenc Puskas che perderà proprio con l’Inter la Coppa ma che, a fine partita, dirà al giovane Sandro di essere il degno erede del padre. Lui, Mazzola, che dichiarò come spesso, da ragazzino, si trovasse a piangere di notte nel letto perché pensava di non essere calcisticamente degno di quel cognome. Lui che non tradì i colori calcistici del famoso genitore nemmeno quando le sirene economiche proposte da Giampiero Boniperti lo avevano portato ad un passo dalla Juventus. Ma all’idea che, su indicazioni della madre, “…il padre si sarebbe rivoltato nella tomba…”, Mazzola declinò l’offerta. E l’Inter rimase la sua seconda pelle anche quando attaccò le scarpe al chiodo, ricoprendo nel tempo vari incarichi dirigenziali. Ma Sandro Mazzola è stato anche l’altra maglia della sua vita, quella Azzurra. Quella con la quale nel 1968 conquistò il Campionato d’Europa, nella notte della fiaccolata allo Stadio Olimpico, Quella con la quale disputò tre campionati del mondo, sfiorando la coppa RImet nella finale all’Azteca contro il Brasile più forte di sempre; quello dell’ultima danza di Pelè. Ma la maglia azzurra per Mazzola è stata anche quella della staffetta e della rivalità con il Golden Boy della sponda rossonera del calcio meneghino. Quella staffetta Rivera – Mazzola che divise critica e opinione pubblica, che deflagrò definitivamente nella scellerata gestione e scelta del ct Valcareggi proprio nella finale messicana del 1970. Portando il Paese a spaccarsi con due fazioni ben contraddistinte, arrivando persino a vere e proprie interrogazioni parlamentari sull’argomento. Mazzola e Rivera, due campioni di calcio che avrebbero potuto, a nostro modesto parere, tecnicamente coesistere insieme nella Nazionale, nonostante diversi nelle loro caratteristiche in campo ma diversi anche fuori nel carattere.
Se Gianni Rivera non ha mai nascosto una personalità senza peli sulla lingua e capace di entrare spesso in rotta di collisione con giornalisti, colleghi ma anche con lo stesso palazzo del calcio, Mazzola è stato l’opposto. Giocatore schietto e grintoso in campo, ma mai una parola fuori posto, mai una polemica. Un atteggiamento comportamentale che lo contraddistingueva in campo ma che lo ha accompagnato anche fuori. Le sue interviste ci hanno sempre restituito la figura di un uomo pacato, misurato nelle parole, anche quando si trovava a non essere d’accordo con chi aveva di fronte. Sandro Mazzola è stato um campione in campo, uno dei più grandi calciatori della storia del nostro football ma anche di quello mondiale. Un campione gentile e mai sopra le righe; un figlio d’arte capace di staccarsi dalla grande eredità del padre Valentino, ma allo stesso tempo di perpetuare nel tempo un cognome che ha significato tanto e per tanti nella storia sportiva e non solo di questo Paese.
Come era successo qualche mese fa con Franco Baresi, con Sandro Mazzola se ne va un altro pezzo di un mondo sportivo e culturale sempre più relegato nel campo del ricordo. Tutti nomi, aggiungiamo anche quello di GIgi Riva ma anche di altri, che fanno parte del Pantheon del nostro football. E piano piano svanisce un mondo dove un derby all’ombra della Madonnina era l’incrocio di maglie a strisce rossonere e nerazzurre in lanetta che erano già di per sé poesia applicata al pallone. Con Sandro Mazzola ci lascia un campione di un calcio che appartiene al passato, che appartiene alla leggenda.
P.S. Una curiosità a chiosa di questo commento. Sandro Mazzola giocó la sua ultima partita in serie A a San Siro, il 22 maggio 1977. La partita terminò 1-1 con le reti di Amenta ed il pareggio di Pavone. E l’avversario era il Perugia di Ilario Castagner.















