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Il declino dell’Umbria non si ferma


La Camera di commercio dell’Umbria ci fornisce i dati sull’economia umbra relativi al 2024, che sono molto preoccupanti. Infatti, la crescita del valore aggiunto si ferma allo 0,9% ma se prendiamo in considerazione l’inflazione media regionale, stimata attorno allo 0,9%, significa semplicemente che la nostra regione non cresce, è ferma.
Anche il confronto con il misero andamento nazionale è negativo, infatti l’Italia pur crescendo pochissimo ha un incremento reale dell’1,1%.
Un risultato pessimo sia per l’Italia che per l’Umbria, che si attesta al penultimo posto tra le regioni.
Il valore aggiunto umbro pro capite è pari a 28.030 euro, cioè l’84,1% della media nazionale (33,347 euro).
Il crollo dell’industria manifatturiera è il principale responsabile della mancata crescita, con un calo dell’8,08%, che risulta il peggiore dato nazionale.
Terni è l’ultima tra le 107 province con un drammatico -10,45% del valore aggiunto industriale, mentre Perugia con il suo altrettanto pessimo -7,53% è appena quartultima.
Il settore agricolo invece cresce del 13,64%, ben tre punti sopra la media nazionale. Buoni segnali arrivano anche dai servizi legati al commercio, ai trasporti e alla ristorazione che crescono del 3,3%, oltre che dai servizi professionali che crescono del 4,06% ma un punto meno della media italiana.
Il comparto umbro che comprende la pubblica amministrazione, la sanità, l’istruzione, la cultura e l’ intrattenimento cresce del 3,84%, una crescita superiore a quella nazionale ferma al +2,94%, con Terni +4,88% e Perugia +3,5%.
La crisi strutturale dell’economia umbra, che sappiamo venire da lontano, è stata certamente aggravata dalle politiche di austerità imposte dall’Europa e dalle politiche neoliberiste nazionali, oggi trova nuove conferme nei dati sul valore aggiunto che produce nuova preoccupazione sulla tenuta complessiva del sistema produttivo, anche perché non sembra che stimoli il dibattito e il confronto politico-istituzionale sul come affrontarla.
Al declino economico ed industriale occorre aggiungere, inevitabilmente, quello sociale, che si manifesta in diversi modi. La Legacoopsociali evidenzia che la spesa sociale media pro-capite in Italia si attesta, secondo i più recenti dati Istat, a 154 euro all’anno mentre in Umbria si ferma a 117 euro.
Quindi, una spesa relativa ai consumi per i servizi sociali e socioeducativi più bassa di ben 37 euro pro capite.
Una spesa sociale inadeguata se confrontata con le altre regioni del Centro:132 nelle Marche, 168 in Toscana e 180 nel Lazio.
Spesa sociale bassa e gravi difficoltà per lo ‘stato sociale’ e per una rete dei servizi sociali sempre meno strutturata che comporta l’acquisto di certe tipologie di servizi sul mercato, a costi crescenti, che mettono in ulteriore difficoltà le famiglie a basso reddito con salari, stipendi e pensioni sempre fermi.
Un riequilibrio della spesa è necessario, cioè passare da una spesa sociale complessiva dei comuni umbri dagli attuali 100,7 milioni di euro, a 150 milioni di euro entro il 2030, incrementandola progressivamente come obiettivo minimo del nuovo Piano Sociale regionale.
Assai critica in Umbria è la situazione degli anziani non autosufficienti che investe 63 mila persone con gravi limitazioni e un totale di 45 mila famiglie coinvolte. Il 29% affronta la fragilità in solitudine, senza una rete familiare. L’offerta residenziale è insufficiente: i posti disponibili nelle strutture preposte sono appena 5.600 e a luglio 2025 restavano in lista di attesa 648 anziani.
Una situazione non sostenibile.
La grande maggioranza degli anziani non autosufficienti rimane nel proprio domicilio, ma i costi e la complessità organizzativa di questa scelta sono ormai insostenibili per tanti, in particolare per le famiglie a basso reddito.
Rimanere a casa costa fino a 1.700 euro mensili, senza considerare pannoloni, ausili, trasporti, ecc.
Le Rsa convenzionate costano dalle 160 alle180 euro giornaliere con la quota che grava sulla famiglia che si aggira sui 2.500-3.000 euro al mese.
Anche le residenze protette e le case di riposo private non offrono soluzioni accessibili alla maggior parte dei pensionati.
L’unica copertura diretta statale è l’indennità di accompagnamento di circa 500 euro mensile che non è sufficiente a fronteggiare i costi di una badante o di un posto in Rsa.
Una situazione socialmente esplosiva che alimenta il rischio esclusione di intere fasce di popolazione, e come ha dichiarato recentemente la segretaria dei pensionati Uil umbri:”Il rischio d’impoverimento è reale e diffuso e l’attuale assetto dei sostegni pubblici non basta più. È il momento di trattare la non autosufficienza come priorità nazionale e regionale, non come una questione privata confinata tra le mura domestiche”.
Occorre assicurare a tutti i cittadini, specialmente ai più fragili, pari dignità e una uguaglianza sostanziale.
I dati economici, alcuni esempi come la spesa sociale e la situazione degli anziani disabili confermano il perdurare e l’aggravamento del declino economico e sociale dell’Umbria.
Occorre reagire, mobilitarsi, cercare un percorso che incominci a contrastare questa discesa, apparentemente inarrestabile, certificata da poco con l’inserimento dell’Umbria nella Zona Economica Speciale.
L’ associazione di promozione sociale UmbriaLeft s’impegna nelle prossime settimane in questa direzione.

Stefano Vinti (UmbriaLeft aps)