Il nuovo spettacolo di Nicola Mariuccini in scena il 4 e 5 marzo 2026
Nicola Mariuccini è scrittore e drammaturgo. Il suo teatro si caratterizza per una sintesi efficace tra memoria storica e questione sociale: La pace al tramonto con Aldo Capitini come protagonista, In piena luce – in morte di Mino Pecorelli o Avrai vent’anni tutta la vita sulle vicende delle Brigate
rosse.

Mariuccini, autore per Castelvecchi e Ali&No, ha esplorato nei suoi scritti i regimi del passato — dalla Grecia dei colonnelli (La prigione di cristallo) al Portogallo di Salazar (Nighthawks), fino alla drammatica vicenda dei bambini rubati nella Spagna franchista (Niños).
Con lo spettacolo “GRAMSCI – Il popolo delle scimmie”, Mariuccini prosegue la sua collaborazione con il regista Francesco Bolo Rossini e porta in scena una riflessione su Antonio Gramsci non ortodossa, non stereotipata che gli permette di affrontare le grandi questioni della genesi del consenso e della fragilità della democrazia. Temi senza tempo.
Lo spettacolo debutterà in prima assoluta al Cinema Zenith di Perugia. Le prime due date sono in programma mercoledì 4 e giovedì 5 marzo 2026 alle ore 21.00, segnando l’avvio del percorso pubblico di questo intenso progetto teatrale. UmbriaLeft ha intervistato l’autore.
Come nasce questo tuo nuovo spettacolo?
Nasce da una domanda che mi accompagna da anni: come si forma oggi il consenso? Non nel senso elettorale, ma nel senso profondo: come si costruisce un modo di pensare, di sentire, di obbedire senza accorgersene.
Gramsci è stato il primo a comprendere che il potere non si regge solo sulla forza, ma sulla capacità di diventare “normale”, di entrare nel senso comune. Ho voluto ripartire da lì, ma non in modo celebrativo. Non mi interessava raccontare Gramsci, mi interessava metterlo in tensione con il
presente.
“Il popolo delle scimmie” nasce quindi come un attraversamento: memoria storica, crisi della democrazia, trasformazione del lavoro, nuove forme di egemonia. Non è un teatro di ricostruzione, ma un teatro di interrogazione.
Che relazione c’è tra il “Popolo delle Scimmie” di ieri e la nostra società di oggi?
Il “popolo delle scimmie” non è una metafora sull’ignoranza o sull’arretratezza. È una riflessione sull’imitazione.
Gramsci, in un suo articolo, tira in ballo Kipling. Nel Libro della giungla i Bandar-log sono descritti come una comunità senza legge, senza capi, senza memoria, capace solo di imitare e di esaltarsi per mostrare come il potere non si limiti a comandare, ma produca comportamenti, linguaggi,
abitudini. Le masse non vengono guidate solo con la forza, ma indottrinate attraverso modelli che diventano naturali, spontanei, quasi inevitabili
È qui che nasce l’idea del “popolo delle scimmie”: non come giudizio sulle persone, ma come descrizione di un meccanismo sociale. L’imitazione non è stupidità, è una forma di adattamento al potere dominante.
Oggi questa dinamica è ancora più intensa. Viviamo in una società che costruisce desideri, paure e reazioni in modo automatico, attraverso media, linguaggi e dispositivi culturali. Il “popolo delle scimmie” contemporaneo non è meno consapevole: è immerso in un sistema che tende a trasformare cittadini in spettatori, e spettatori in ripetitori.
Il punto non è giudicare, ma capire come si forma il consenso e quanto spazio resta per il pensiero critico.
La figura di Antonio Gramsci è centrale. Che riflessione hai voluto far emergere?
Gramsci non è un monumento, è una ferita aperta.
Sono partito da una constatazione: Gramsci oggi è spesso ingabbiato in una serie di luoghi comuni.
Morto in una galera è finito per ricadere in una nuova gabbia, stavolta politico culturale.
Da un lato è diventato una figura quasi inviolabile, un oggetto di contemplazione. Dall’altro, proprio per questo, è stato anche progressivamente marginalizzato nella sua utilità reale.
Molti lo citano senza averlo davvero letto, affidandosi a frasi iconiche che, isolate dal contesto, rischiano di diventare apodittiche, quasi sacre, e quindi non più interrogabili. Ma Gramsci non è mai stato un pensatore statico: è stato un intellettuale inquieto, critico, spesso persino autocritico.
È stato anche oggetto di strumentalizzazioni molto diverse.
Da un lato, da chi lo ha ridotto all’immagine del fondatore del PCI di Livorno, ignorando come negli anni successivi abbia assunto posizioni fortemente critiche verso Bordiga e verso ogni rigidità dottrinaria — arrivando a definirsi, con una certa ironia, “anguillesco”.
Dall’altro lato, da parte di una certa cultura liberale e capitalista italiana, che lo ha utilizzato per contrapporlo allo stalinismo — operazione in sé legittima — ma spesso spingendosi oltre, fino a usare Gramsci contro la stessa storia del PCI, quasi a dimostrare che il socialismo potesse esistere
solo come orizzonte ideale e non come forza politica alternativa reale.
Oggi assistiamo a una forma ancora più paradossale di appropriazione: anche la destra cita Gramsci, ne adotta il lessico dell’egemonia, talvolta persino l’impianto teorico, ma poi lo svuota nei fatti, perché le politiche concrete finiscono per rafforzare meccanismi neo-plutocratici e nuove forme di dominio economico e culturale.
Il mio tentativo non è stato “spiegare” Gramsci, ma liberarlo dalla teca. Restituirlo come pensatore vivo, scomodo, contraddittorio, capace ancora oggi di interrogare il rapporto tra potere, consenso e trasformazione della società.
Il regista, Francesco Bolo Rossini, ha poi inteso interpretare questa scomposizione della figura di Gramsci come funzionale a una ricomposizione rinnovata e rafforzata della sua immagine, del suo
pensiero, della sua luce.
Che valore ha per te il ‘presente’ in una società che sembra aver perso la memoria storica?
Nel mio spettacolo il presente non è solo un tempo cronologico, è uno spazio di coscienza.
La cella di Gramsci, che storicamente è il luogo della reclusione, diventa sulla scena una sorta di spazio “quantico”: un punto in cui il tempo non è lineare ma stratificato. Da lì Gramsci può osservare le alternative storiche del passato, le contraddizioni del presente e le possibilità del futuro.
È un modo teatrale per dire che la storia non è mai determinata una volta per tutte: esistono sempre biforcazioni, possibilità non realizzate, esiti non necessari — qualcosa che richiama, simbolicamente, il principio di indeterminazione.
In questo attraversamento del tempo Gramsci non è solo. Accanto a lui c’è Pris, un’intelligenza artificiale che lo assiste operativamente. Ma accade qualcosa di inatteso: mentre Gramsci osserva la realtà con lucidità critica, Pris, entrando in contatto con la sua empatia e con la sua tensione umana,
inizia a trasformarsi. Da strumento di calcolo diventa progressivamente coscienza, quasi presenza viva.
Il presente, allora, non è solo ciò che accade, ma il punto in cui memoria, possibilità e responsabilità si incontrano. E il teatro diventa il luogo in cui questo incontro può essere visto, interrogato,
rimesso in movimento.
Quale messaggio speri che il pubblico “del 2030” porti a casa dopo aver assistito a questo dialogo tra epoche?
Gramsci scriveva che il compito non è interpretare il mondo, ma trasformarlo. Da politico si sentiva obbligato a dare risposte, a indicare una direzione.
Il teatro, invece, non deve rassicurare. Non deve spiegare. Deve mettere sotto trazione le risposte facili o paludate, aprire dubbi, creare attrito.
Io non pretendo di trasformare il mondo. Mi basta che lo spettatore senta che la realtà non è naturale, e quindi può essere cambiata.














