Un’apertura limitata del valico tra Egitto e Gaza: storie di abusi, attese e controlli pesanti per chi tenta di rientrare
Il valico di Rafah, dopo mesi di chiusura, è stato riaperto in via limitata per permettere ai civili palestinesi di tornare nella Striscia da Egitto a Gaza, ma non si tratta di un accesso libero: resta sotto controllo militare israeliano con regole restrittive e tempi d’attesa estenuanti.
Le prime persone ad attraversare — donne e bambini — raccontano di un passaggio che somiglia a un filtro coercitivo: lunghe ore di attesa, controlli ripetuti, e pressioni psicologiche prima dell’ingresso. Secondo testimonianze, alcuni sono stati bendati, ammanettati e interrogati, con minacce e tentativi di ottenere informazioni, mentre beni personali come denaro, cibo e oggetti sono stati confiscati.
Nonostante nomi e liste fossero stati approvati dalle autorità israeliane, molte persone che avevano già ottenuto il permesso sono state bloccate o respinte all’ultimo momento, evidenziando un sistema di controllo opaco e arbitrario.
La ripresa del traffico al valico resta quindi strettamente regolata e insufficiente rispetto ai bisogni reali: decine di migliaia di palestinesi desiderano tornare a casa o ottenere cure mediche fondamentali, ma i passaggi giornalieri autorizzati sono pochi e condizionati da criteri non trasparenti.
In questo quadro, il valico non è percepito come semplice frontiera, ma come un’altra forma di potere militare e di controllo sui corpi e sui movimenti dei civili palestinesi, che vivono da anni sotto occupazione e assedio.















