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Oltre i video: la politica non può vivere solo di social

di Gracco Babeuf

Sarebbe ingenuo – e perfino miope – negare l’importanza dei social network nella politica contemporanea. Da Facebook a Instagram, fino a TikTok, le piattaforme digitali sono diventate spazi centrali di informazione, mobilitazione e costruzione del consenso. Hanno abbattuto barriere, reso più immediata la comunicazione tra eletti ed elettori, dato voce a soggetti prima marginalizzati. Sarebbe anacronistico pensare di farne a meno.

Eppure, proprio perché i social sono strumenti potenti, è necessario sviluppare uno sguardo critico sul loro uso politico. Soprattutto quando, anche a sinistra, si insinua l’idea che “fare politica” coincida prevalentemente con la produzione continua di video, dirette, reel e dichiarazioni istituzionali diffuse online.

La politica non è – o non dovrebbe essere – solo narrazione. Non è solo performance comunicativa. Quando l’azione politica si riduce più o meno alla presenza digitale, rischia di trasformarsi in una competizione permanente per l’attenzione. L’algoritmo diventa il vero interlocutore, più dei cittadini in carne e ossa. I tempi del dibattito vengono compressi; la complessità si sacrifica in favore dello slogan; la riflessione cede il passo alla reazione immediata.

Questo rischio è particolarmente insidioso per le forze progressiste. Storicamente, la sinistra ha costruito la propria identità su organizzazione collettiva, radicamento territoriale, partecipazione dal basso, formazione politica. Se l’azione si sposta quasi esclusivamente dentro le istituzioni e, parallelamente, si limita a raccontarsi attraverso video sui social, si produce un doppio svuotamento: meno presenza nei territori e meno capacità di costruire comunità politiche reali. Peggio. Anche quando si costruiscono appuntamenti e assemblee, qualche personaggio politico sembra non riuscire più a sottrarsi alla sua bolla social come colpito da un incantesimo. 

Il problema non è comunicare – comunicare è necessario. Il problema è sostituire l’iniziativa politica con la sua rappresentazione. Un consigliere o un parlamentare che pubblica quotidianamente clip ben montate può apparire iperattivo; ma se quell’attività non si traduce in organizzazione, ascolto, conflitto sociale, elaborazione collettiva, resta un gesto autoreferenziale. La politica diventa marketing personale.

C’è poi una questione democratica più profonda. I social network non sono piazze neutrali: sono spazi regolati da logiche commerciali, governati da algoritmi opachi. Il contenuto che polarizza, semplifica o indigna ha più probabilità di circolare. La mediazione complessa, la spiegazione paziente di una proposta di legge, l’analisi di un bilancio ù faticano a competere con la polemica del giorno. Se anche la sinistra accetta queste regole senza metterle in discussione, finisce per adattarsi a una grammatica che privilegia l’emotività sulla progettualità.

Avanzare critiche non significa rimpiangere il passato o negare i cambiamenti. Significa, piuttosto, chiedersi quale equilibrio vogliamo costruire tra presenza digitale e radicamento sociale.

Una politica ridotta a flusso continuo di video istituzionali rischia di diventare spettacolarizzazione del cofronto, anche quando nasce con intenzioni progressiste. La sfida, per chi vuole cambiare davvero i rapporti di forza nella società, è usare i social senza esserne usato: farne un mezzo, non il fine.

Perché la democrazia, a differenza di un algoritmo, ha bisogno di tempo, conflitto, relazione. E nessun reel, da solo, può sostituire tutto questo.