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Vero, l’imperatore filosofo: dialogo con Marco Aurelio

di Fosco Taccini

Ci sono voci che non perdono intensità con i secoli. Restano leggere tra le pagine della storia, in attesa che qualcuno voglia ascoltarle davvero. Con “Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo”, Franco Forte non si limita a raccontare una vita straordinaria, ma restituisce voce, pensiero e respiro interiore a un’icona autentica della storia. Un uomo che governò il mondo conosciuto mentre, nelle notti solitarie sui confini danubiani, dialogava con se stesso per comprendere l’animo umano. Otteniamo così, pagina dopo pagina, accesso nella mente della persona dietro l’alloro imperiale. Ascoltiamo il battito dei pensieri nascosto sotto la porpora imperiale.
In questa intervista, però, accade qualcosa di ancora più suggestivo. Franco Forte lascia il proprio tempo e la propria identità per rispondere come fosse lui stesso Marco Aurelio. Non una semplice ricostruzione, ma un viaggio narrativo. Le domande diventano specchi, le risposte confessioni. Molto più, quindi, di un incontro letterario. Si ha la possibilità di saggiare, inoltre, come il pensiero dello stoicismo possa ancora illuminare le inquietudini del nostro tempo.
Ne emerge un dialogo che oltrepassa i secoli e ci riguarda da vicino. Perché dietro il volto intenso dell’imperatore si scopre un uomo che cerca equilibrio nel caos, che si interroga sul destino, sulla guerra, sul potere, sulla fragilità umana e sulla responsabilità verso gli altri. E mentre scorrono le parole, ci accorgiamo che quella voce dal passato parla anche a noi, con una lucidità che il tempo non ha scalfito.

Si presenti.
Nasco come Marco Annio Catilio Severo, poi acquisisco il nome di mio padre, Marco Annio Vero, da cui il soprannome con cui l’imperatore Adriano era solito chiamarmi, Verissimus, e infine, una volta indossato l’alloro di Augusto, divento Marco Aurelio, come tutti mi conoscono.

Il ricordo più intenso che riguarda la sua infanzia.
Il desiderio spasmodico per la donna di cui ero innamorato, ma che a cui ho dovuto rinunciare per la ragion di Stato: Ceionia Fabia. La sua bellezza, la malizia del suo sguardo, il candore del suo corpo hanno sempre accompagnato i miei sogni.​

Cosa ha rappresentato per lei la filosofia?
Una ragione di vita, l’ancora di salvezza di fronte al macigno rappresentato dal peso del comando; ma anche una vera dannazione, perché ha condizionato ogni mio gesto e pensiero, tutta proiettata verso l’unico traguardo possibile, quello espresso da Seneca quando sosteneva che non potesse esserci miglior imperatore dell’uomo che è anche un saggio e un filosofo. Ma quale pegno ho dovuto pagare per soddisfare questi requisiti!

La sua visione di Roma.
La città e lo Stato più potenti della Storia, ma anche la donna più difficile da conquistare, una vipera pronta a mordere nel momento più inaspettato e un’amante suadente, che sa come toccare le tue corde più intime. Ho amato e odiato Roma e tutto ciò che comportava, ma alla fine ho scelto di dare la vita per lei e per il suo popolo.

Armeniacus, Particus, Germanicus Maximus. Le sue legioni hanno affrontato tante battaglie. Quali campagne ricorda maggiormente?
Ricordo le fredde regioni a nord del Danubio, il ghiaccio su cui hanno combattuto le mie legioni, la rabbia e la frustrazione per le sconfitte e la gioia per le vittorie che hanno assicurato un futuro a Roma. Gli appellativi non contano nulla, sono solo il modo che hanno le persone semplici per glorificare chi credono abbia ottenuto dagli dei il favore per la vittoria. Ma non sono stati gli dei a garantire la sopravvivenza di Roma. Sono stato io.

Molti concordano nel dire che ancora un anno… e l’ultima campagna militare avrebbe avuto un esito diverso… e così anche tutto l’impero…
Con il senno di poi si può dire qualsiasi cosa, ma i fatti sono certezze inconfutabili. E i fatti dicono che in quegli anni ho combattuto contro i barbari del nord, contro la più insidiosa epidemia di peste che la Storia ricordi, contro tradimenti sbocciati in seno al mio stesso esercito, contro il dolore per le passioni e gli amori a cui ho dovuto rinunciare per Roma.

Ci sveli, a distanza di così tanti secoli, un particolare poco noto che la riguarda.
Non ho mai perseguitato i fanatici cristiani, come molti libri moderni riportano. Tutt’altro: ho cercato di capirli, di studiarli. Ma non sono riuscito a trovare un senso al loro comportamento, al loro desiderio per il martirio, e così ho fatto l’unica cosa possibile: ho applicato le leggi di Roma. Questo non fa di me un persecutore.

La sfida più difficile che ha dovuto affrontare nella sua vita?
Rinunciare a Ceionia Fabia e al suo candore.

Una sua riflessione sulla scelta di Commodo.​
Il sangue è un tributo che ogni uomo deve pagare, e quando riguarda i figli deve scendere a compromessi. Io l’ho fatto, anche se ora so che è stato un errore…

Come degna conclusione di questa intervista: un suo pensiero in totale libertà.
Vivete ogni giorno come se fosse l’ultimo. Solo così potrete viverlo intensamente, come merita ogni singolo istante della nostra vita, che è fin troppo breve.