di Alessandro Pacini, Segretario provinciale di Rifondazione Comunista di Perugia
Sono tornato da Genova dopo tre giorni intensi, nel venticinquesimo anniversario del G8 del 2001. Venticinque anni da quei giorni tragici che hanno visto l’uccisione di Carlo Giuliani e una repressione senza precedenti contro un movimento straordinario, capace di mettere insieme pacifisti, ambientalisti, sindacati, associazioni, reti internazionali e migliaia di giovani che chiedevano un’altra idea di società.
Da Genova a Bologna, il rischio è quello di ritornare sempre all’identico.
Se è vero che noi non dimentichiamo, ci sono loro, dall’altra parte, che continuano a ricordarci che quella storia non è mai finita. Ci ricordano che la lotta di classe, quella condotta dall’alto contro il basso, è stata vinta da chi detiene il potere economico e culturale. È stata vinta convincendo un lavoratore a odiare chi è ancora più povero di lui, a considerare un migrante, un senza dimora o un disoccupato come il proprio nemico, alimentando l’illusione che, lavorando in silenzio e odiando ad alta voce, un giorno potrà diventare come i ricchi, che parlano dai salotti televisivi o ballano sui social.
La realtà è molto diversa. Basta perdere una mensilità, uno stipendio, un lavoro, per scoprire di essere infinitamente più vicini a chi vive ai margini che non ai grandi patrimoni che governano l’economia.
È dentro questo eterno presente del neoliberismo che si comprende il filo che lega la violenza di Piazza Alimonda a quella di Bologna, dove ieri Abderrahim Fakir è morto durante un intervento di polizia. Ogni volta ci diciamo che dovrà essere l’ultima. Ogni volta scopriamo che non lo è.
Esiste un filo rosso che unisce questi episodi. È fatto di propaganda, di agenda setting, di smantellamento progressivo dello Stato sociale. Un filo che prepara il terreno alla violenza in tutte le sue forme.
C’è la violenza dei video di Vannacci, che costruisce consenso alimentando odio. C’è quella di chi delegittima sistematicamente la magistratura, come Musk poche ore fa, e ogni forma di controllo democratico. C’è quella di chi legittima l’uso della forza come soluzione dei conflitti sociali. C’è quella della Lega, che arriva perfino a invocare la grazia per chi ha sparato alle spalle a due persone e tentato di ucciderne una terza.
Questi fatti insieme formano un disegno unitario e una cultura politica precisa: forte con i deboli, servile con i forti. Una destra internazionale che costruisce nemici immaginari mentre, nell’ombra, smantella sanità pubblica, scuola, diritti del lavoro, welfare e servizi essenziali.
Ma il problema è ancora più profondo. Questa visione del mondo sta plasmando una cultura individualista e competitiva che entra nelle istituzioni, orienta le leggi, governa l’economia, modifica il linguaggio, educa le nuove generazioni, attraversa le famiglie. Una cultura che normalizza l’odio, rende accettabile la sopraffazione, spara alle navi dei migranti, uccide le donne in casa e finisce per alimentare ogni forma di violenza, compresa quella dello Stato.
Per questo Genova non appartiene al passato. È una chiave per comprendere il presente.
In questi tre giorni ho incontrato compagne e compagni di una vita, ma anche tantissimi ragazzi e ragazze che nel 2001 non erano nemmeno nati. Ho visto assemblee partecipate, cortei, discussioni, memoria che diventa impegno.
Ne torno con una convinzione ancora più forte: quella storia non è conclusa, non è stata pacificata e riguarda ancora il futuro della nostra democrazia.
Se dovessi riassumere ciò che porto con me da Genova in due parole sarebbero queste: resistere e convergere.
Resistere alla normalizzazione del fascismo, della guerra, delle disuguaglianze e del governo assoluto dell’economia sulla politica.
Convergere tra movimenti, sindacati, associazioni, forze sociali e politiche che hanno a cuore la giustizia sociale, la pace, i beni comuni e la dignità del lavoro.
Perché il futuro, nonostante tutto, non è ancora scritto.












