{"id":8349,"date":"2026-03-07T21:33:51","date_gmt":"2026-03-07T20:33:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.umbrialeft.org\/?p=8349"},"modified":"2026-03-07T21:33:51","modified_gmt":"2026-03-07T20:33:51","slug":"no-al-referendum-giustizia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.umbrialeft.org\/index.php\/2026\/03\/07\/no-al-referendum-giustizia\/","title":{"rendered":"No al referendum giustizia"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di <strong>Roberta Pompili<\/strong> &#8211; Viviamo in una fase storica in cui la guerra non \u00e8 pi\u00f9 soltanto un evento esterno, confinato in alcuni teatri militari. La guerra \u00e8 diventata una forma di governo del mondo. La crisi dell\u2019egemonia statunitense e occidentale, le tensioni tra blocchi, l\u2019instabilit\u00e0 monetaria, la competizione permanente per risorse e influenza hanno prodotto un ordine internazionale fragile, attraversato da conflitti che non sono pi\u00f9 eccezioni, ma parte strutturale del funzionamento del sistema. In questo quadro, la guerra non organizza soltanto la politica estera: ristruttura anche le politiche interne, legittima l\u2019emergenza permanente, normalizza la compressione delle garanzie, giustifica la concentrazione del potere esecutivo.<br>Per anni abbiamo detto, giustamente, che vivevamo dentro un neoliberalismo in crisi permanente: una razionalit\u00e0 capace di trasformare la crisi stessa in paradigma di governo. Oggi per\u00f2 questa lettura non basta pi\u00f9. Le conseguenze della pandemia, la guerra in Ucraina, il riarmo, la frammentazione dell\u2019ordine globale, le tensioni sul piano monetario e geopolitico ci dicono che siamo entrati in una fase diversa. Il rapporto tra produzione, riproduzione sociale e accumulazione del capitale sta cambiando. L\u2019accumulazione \u00e8 sempre pi\u00f9 concentrata, oligopolistica, legata non solo allo sfruttamento del lavoro, ma anche all\u2019estrazione di valore da un \u201cfuori\u201d dalla produzione: dalla guerra, dalla crisi, dall\u2019emergenza, dalla distruzione. In questo quadro, lo Stato assume uno statuto ambiguo ma decisivo: non \u00e8 pi\u00f9 garante della protezione sociale, non \u00e8 nemmeno davvero in grado di governare razionalmente il caos globale, ma diventa sempre pi\u00f9 apparato di comando, di sicurezza, di repressione.<br>\u00c8 cos\u00ec che prende forma quello che possiamo chiamare un regime di guerra permanente. Non perch\u00e9 ogni giorno cadano bombe, ma perch\u00e9 la logica dell\u2019emergenza, del comando, della decisione rapida, della riduzione degli spazi di conflitto e di controllo democratico diventa la grammatica ordinaria del governo.<br>Dentro questa cornice si colloca la gestione della crisi sociale. Crisi che non \u00e8 astratta: \u00e8 fatta di lavoro precario, salari insufficienti, case che non si trovano, sanit\u00e0 e scuola in difficolt\u00e0, territori interi lasciati senza servizi. Questa \u00e8 l\u2019insicurezza reale, materiale, quotidiana. Ma invece di rispondervi con pi\u00f9 diritti, pi\u00f9 welfare, pi\u00f9 protezione sociale, la politica dominante sceglie un\u2019altra strada: sostituire la sicurezza sociale con la sicurezza penale.<br>Dove si ritrae il welfare, avanza il controllo. Dove mancano i servizi, si promette ordine. Dove cresce il disagio, si risponde con disciplina e repressione. \u00c8 una scelta politica precisa.<br>E qui bisogna dirlo con chiarezza: in una democrazia il conflitto sociale non \u00e8 una patologia. \u00c8 parte costitutiva della vita democratica. I conflitti dovrebbero essere riconosciuti, rappresentati, indirizzati, non criminalizzati. Quando il conflitto viene trattato come un problema di ordine pubblico, la democrazia si svuota e si trasforma in amministrazione autoritaria dell\u2019emergenza.<br>Invece oggi vediamo una tendenza opposta. Vediamo la costruzione sistematica del nemico interno. Il linguaggio politico e le piattaforme digitali spingono alla polarizzazione continua. La rabbia sociale viene deviata verso figure simboliche: il migrante, la donna che rivendica diritti, la persona LGBTQ+, il povero, il dissidente. L\u2019altro diventa il problema. Cos\u00ec si evita di guardare alle cause strutturali delle disuguaglianze e si governa la paura.<br>Questa logica si traduce in leggi precise. I decreti e i disegni di legge sulla sicurezza non sono semplici aggiustamenti tecnici. Sono dispositivi che ampliano i poteri di polizia, restringono gli spazi del dissenso, trasformano pratiche di conflitto in fattispecie da reprimere. I primi e i secondi pacchetti sicurezza hanno introdotto decine di articoli che estendono misure preventive, aggravano pene, colpiscono la possibilit\u00e0 stessa di manifestare e di organizzarsi. E il salto pi\u00f9 grave \u00e8 l\u2019introduzione di strumenti come il fermo preventivo: non punire per ci\u00f2 che si \u00e8 fatto, ma per ci\u00f2 che si potrebbe fare.<br>Questa stessa razionalit\u00e0 la vediamo all\u2019opera nella scuola, che \u00e8 uno dei laboratori pi\u00f9 evidenti del nuovo paradigma. La scuola pubblica italiana \u00e8 da anni sottofinanziata: edifici spesso inadeguati, classi sovraffollate, personale precario, mancanza di servizi di supporto soprattutto nei territori pi\u00f9 fragili. Eppure la risposta politica non \u00e8 stata un grande investimento strutturale sul welfare educativo. La risposta \u00e8 stata lo spostamento verso disciplina e controllo.<br>Sotto la gestione di Valditara sono state introdotte misure molto chiare in questa direzione. \u00c8 stato reintrodotto il voto di condotta come criterio selettivo, al punto che un 5 in condotta pu\u00f2 comportare la non ammissione all\u2019anno successivo. Sono state previste sanzioni pi\u00f9 dure e persino multe fino a 10.000 euro per reati contro il personale scolastico. \u00c8 stato rafforzato l\u2019impianto disciplinare della valutazione, con il ritorno a giudizi sintetici nella scuola primaria. Parallelamente, il Ministero ha annunciato investimenti mirati \u2013 per esempio oltre 150 milioni di euro destinati agli istituti tecnici e professionali \u2013 che per\u00f2 non cambiano il quadro generale: la scuola pubblica resta strutturalmente sottofinanziata, mentre cresce lo spazio del privato e delle scuole paritarie sostenute anche con risorse pubbliche.<br>Il messaggio politico \u00e8 chiaro: al disagio sociale che entra nelle scuole sotto forma di povert\u00e0, fragilit\u00e0, conflitti, non si risponde con pi\u00f9 educatori, pi\u00f9 tempo scuola, pi\u00f9 servizi, pi\u00f9 inclusione. Si risponde con l\u2019ordine. Meno welfare educativo, pi\u00f9 disciplina.<br>A questo si aggiunge un crescente intervento sui contenuti e sull\u2019autonomia della didattica. Si restringe lo spazio della libert\u00e0 di insegnamento. Si alimenta un clima di controllo e di autocensura. Arrivano proposte come quella di equiparare l\u2019antisionismo all\u2019antisemitismo, cio\u00e8 di confondere la critica politica con l\u2019odio razziale, riducendo lo spazio del dissenso legittimo. Anche qui, non siamo di fronte a episodi isolati: siamo dentro una logica di governo che considera il sapere critico come un problema da contenere.<br>Lo stesso schema lo ritroviamo nella sanit\u00e0, dove il servizio pubblico viene progressivamente indebolito, mentre cresce lo spazio per grandi strutture e per il privato finanziato con risorse pubbliche. Il risultato \u00e8 un sistema pi\u00f9 diseguale: chi pu\u00f2 paga, chi non pu\u00f2 aspetta o rinuncia a curarsi.<br>E poi c\u2019\u00e8 il disegno di legge Bongiorno sul consenso, che sposta l\u2019asse dalla libert\u00e0 presunta alla libert\u00e0 da dimostrare. Non \u00e8 una finezza giuridica. \u00c8 un cambio di paradigma: i diritti non sono pi\u00f9 il presupposto, diventano l\u2019eccezione da provare. I soggetti diventano casi da valutare. \u00c8, ancora una volta, la grammatica del securitarismo: sospetto, controllo, selezione delle vulnerabilit\u00e0 ritenute credibili.<br>In questo contesto, anche il diritto cambia funzione. Non serve pi\u00f9 a mediare i conflitti sociali o a garantire diritti universali. Serve sempre pi\u00f9 a selezionare, prevenire, punire, neutralizzare. \u00c8 per questo che la giustizia diventa un terreno centrale di scontro politico.<br>Ed \u00e8 qui che si colloca il referendum. Non \u00e8 una riforma tecnica. \u00c8 un passaggio politico decisivo. Si tenta di rendere la magistratura pi\u00f9 debole, pi\u00f9 ricattabile, pi\u00f9 subordinata all\u2019esecutivo. Non pi\u00f9 un potere autonomo capace di rappresentare un limite e un controllo, ma sempre pi\u00f9 un ingranaggio allineato al comando politico.<br>Questo si lega perfettamente agli altri pezzi del disegno: all\u2019autonomia differenziata che spezza l\u2019uguaglianza dei diritti tra territori, al progetto di premierato che concentra il potere, alla moltiplicazione dei decreti che svuotano il Parlamento, alla riduzione dei contrappesi istituzionali. \u00c8 un\u2019unica architettura: centralizzazione, comando, riduzione dei controlli, riduzione dei diritti.<br>In un regime di guerra permanente, interno ed esterno, questa \u00e8 la direzione: meno democrazia, pi\u00f9 autorit\u00e0. Meno welfare, pi\u00f9 polizia. Meno diritti, pi\u00f9 disciplina.<br>PERCHE\u2019 IL NO \u00e8 IMPORTANTE<br>Ed \u00e8 qui che bisogna essere molto concreti, perch\u00e9 questa riforma non \u00e8 un gioco tra palazzi. Riguarda la vita quotidiana delle persone. Riguarda il rapporto tra i cittadini e il potere, tra i pi\u00f9 deboli e i pi\u00f9 forti. Se la magistratura viene resa pi\u00f9 debole, pi\u00f9 esposta, pi\u00f9 condizionabile dall\u2019esecutivo, a perdere non sono le \u00e9lite: perdono quelli che hanno bisogno della giustizia per difendersi.<br>Pensiamo, per esempio, al rapporto tra cittadini e forze di polizia. In un contesto in cui si propone uno scudo penale per gli agenti, e in cui sappiamo benissimo \u2014 ce lo dice la cronaca \u2014 che errori, abusi e violenze possono accadere, una magistratura pi\u00f9 fragile significa una cosa molto semplice: meno possibilit\u00e0 di accertare responsabilit\u00e0, meno possibilit\u00e0 di ottenere giustizia per chi subisce. Non per sfiducia ideologica, ma per un dato strutturale: quando il potere esecutivo pesa di pi\u00f9, il controllo giudiziario pesa di meno. E chi sta dall\u2019altra parte di un manganello o di una divisa resta pi\u00f9 solo.<br>Pensiamo poi a quello che succede dopo i Decreti Sicurezza. Chi protesta, chi manifesta, chi occupa, chi sciopera, chi prova a portare il conflitto sociale nello spazio pubblico, viene sempre pi\u00f9 spesso trascinato in procedimenti penali. In questo scenario, una magistratura pi\u00f9 debole e pi\u00f9 allineata significa meno tutela per studenti, giovani, lavoratori, movimenti, e pi\u00f9 facilit\u00e0 nel trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da reprimere, non in una questione politica da affrontare.<br>Pensiamo al lavoro. Oggi sappiamo che solo grazie a interventi della magistratura \u00e8 stato possibile, in alcuni casi, fermare pratiche di sfruttamento evidenti. Un esempio noto \u00e8 quello dei rider: aziende come Glovo sono state costrette a cambiare pratiche e a fermare modelli di sfruttamento perch\u00e9 c\u2019\u00e8 stato un intervento giudiziario che ha riconosciuto che pagare due o tre euro a consegna, senza tutele, senza diritti, non \u00e8 \u201cinnovazione\u201d, \u00e8 sfruttamento. Se la magistratura diventa pi\u00f9 prudente, pi\u00f9 timorosa, pi\u00f9 condizionata politicamente, chi avr\u00e0 davvero il coraggio di andare fino in fondo contro una multinazionale?<br>Pensiamo alle donne vittime di violenza. In un sistema in cui i diritti diventano sempre pi\u00f9 selettivi, in cui la protezione si indebolisce e il potere si rafforza, il rischio \u00e8 evidente: la giustizia diventa sempre meno uguale per tutte e tutti. La possibilit\u00e0 di ottenere tutela, di vedere punito uno stupratore, di essere credute e protette, rischia di dipendere sempre di pi\u00f9 dalle risorse, dal ceto, dalla posizione sociale. Non perch\u00e9 qualcuno lo scriva in una legge, ma perch\u00e9 un sistema giudiziario indebolito tende strutturalmente a proteggere i forti pi\u00f9 dei deboli.<br>Pensiamo infine al lavoro industriale, alle cosiddette \u201cmorti bianche\u201d. Ogni volta che un operaio muore in fabbrica, sappiamo che dietro ci sono quasi sempre risparmi sulla sicurezza, catene di appalti, pressioni sui tempi e sui costi. Anche qui, senza una magistratura realmente autonoma e determinata, le responsabilit\u00e0 risalgono sempre meno in alto, si fermano sempre pi\u00f9 in basso, e le grandi aziende, i grandi gruppi, le grandi filiere produttive restano sempre pi\u00f9 protette. Una fabbrica, un\u2019impresa, un grande datore di lavoro avr\u00e0 di fatto pi\u00f9 scudi e meno controlli.<br>Questo \u00e8 il punto: una giustizia pi\u00f9 debole non \u00e8 una giustizia \u201cpi\u00f9 efficiente\u201d. \u00c8 una giustizia pi\u00f9 selettiva. Pi\u00f9 dura con chi protesta, pi\u00f9 prudente con chi comanda. Pi\u00f9 severa con chi \u00e8 gi\u00e0 fragile, pi\u00f9 indulgente con chi ha potere, soldi, relazioni.<br>\u00c8 per questo che questa riforma non \u00e8 neutra. E non riguarda solo i magistrati. Riguarda il rapporto tra cittadini e potere. Riguarda chi viene protetto e chi viene esposto. Riguarda se la legge resta, almeno in parte, uno strumento di difesa dei deboli, o diventa sempre di pi\u00f9 un ingranaggio del comando<br>Per questo il NO \u00e8 cos\u00ec importante. Non perch\u00e9 risolva tutto, ma perch\u00e9 ferma l\u2019esecutivo adesso. Perch\u00e9 d\u00e0 una battuta d\u2019arresto a un potere che si sente intoccabile. Perch\u00e9 riapre uno spazio politico in cui torna possibile parlare di rapporti di forza, di diritti, di alternative.<br>E qui veniamo al punto decisivo. La nostra battaglia non \u00e8 semplicemente difendere la Costituzione come un feticcio. Quella Costituzione, soprattutto nella sua parte sociale, \u00e8 stata svuotata per decenni. Il neoliberismo lo ha fatto da destra, ma lo ha fatto anche il centro-sinistra: tagli al welfare, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, riduzione sistematica dei diritti sociali. La Costituzione \u00e8 rimasta spesso sulla carta.<br>La vera sfida \u00e8 renderla effettiva. Rendere effettivi il diritto alla salute, all\u2019istruzione, al lavoro dignitoso, alla casa, alla protezione sociale, all\u2019uguaglianza. E questo non succede per buona volont\u00e0. Succede solo se si ricostruiscono rapporti di forza reali.<br>Questa \u00e8 una sfida radicale. Non riguarda solo la ricomposizione di sigle, partiti, movimenti o strutture politiche. Riguarda qualcosa di pi\u00f9 profondo: ricostruire le connessioni tra la molteplicit\u00e0 dei bisogni e dei desideri dei soggetti che oggi compongono la moltitudine: lavoratori e lavoratrici precarie, studenti, donne, migranti, territori abbandonati, soggettivit\u00e0 LGBTQ+, pezzi di societ\u00e0 che oggi vivono separati ma subiscono la stessa logica di comando.<br>O fermiamo adesso questa deriva autoritaria, o il prezzo sar\u00e0 ancora pi\u00f9 alto. Dire NO non \u00e8 la fine della battaglia. \u00c8 l\u2019inizio necessario per riaprire uno spazio di conflitto, di democrazia reale, di trasformazione. Non per difendere l\u2019esistente, ma per riprenderci la scena e rendere reali i diritti che ci sono stati tolti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Roberta Pompili &#8211; Viviamo in una fase storica in cui la guerra non \u00e8 pi\u00f9 soltanto un evento esterno, confinato in alcuni teatri militari. La guerra \u00e8 diventata una forma di governo del mondo. 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