di Roberto D’Agostino
Mi sembra che per prendere delle decisioni politicamente fondate sulla situazione attuale vadano precisate alcune questioni.
Il quadro politico italiano si presenta con una vasta galassia di forze che vanno da una collocazione post fascista ad una liberaldemocratica, ma che sono tutte all’interno della visione della “fine della storia”, cosa che, al momento attuale, significa tutte all’interno di una visione atlantista nel campo geopolitico, capitalista e neoliberista come orizzonte economico e dei rapporti sociali, suprematista nei confronti di ogni altro modello di società.
Queste forze rappresentano la grande maggioranza dell’offerta politica e la quasi totalità del mainstream culturale e comunicativo.
Le differenze al loro interno sono profonde, ma non strutturali.
Quando si dice che Schlein è uguale a Meloni si dice contemporaneamente una falsità, perchè profonde sono le differenze in molteplici campi di pensiero e nelle conseguenze che queste differenze implicano, ma identico è l’orizzonte sociopolitico, che viene solo declinato in modo diverso.
Berlinguer, nel suo moderatismo, parlava ancora di costruire un’altra Italia, di rivoluzione, di socialismo, vale a dire che prospettava un’altra visione del mondo, cosa del tutto opposta a quanto predicano i suoi cosiddetti eredi, che oggi lo onorano.
Al di fuori di questa galassia le residue forze politiche si articolano tra:
– quelle che si oppongono all’esistente per motivi prevalentemente etici (organizzazioni pacifiste, ambientaliste…);
– quelle che hanno una più complessa visione delle tare di questa società ed esercitano una critica articolata, a volte anche attraverso proposte incisive, e prospettano una società più giusta (onestà, basta guerra), ma non sanno indicare e articolare una proposta di società diversa, in quanto sono estranee al pensiero socialista, come indica il rifiuto di definirsi “di sinistra” in favore di un termine generico come “progressista”;
– quelle che aspirano a un ribaltamento sociale, ma sono del tutto ignare di cosa ciò voglia dire e come sia possibile ottenerlo;
– esiste poi una parte, largamente minoritaria, raccolta intorno a piccole organizzazioni, a centri di pensiero o che hanno come riferimento singoli intellettuali o singoli testi, che analizzano la società presente nell’ottica di una società futura.
Questa descrizione riguarda le forze organizzate o che hanno qualche opportunità di esprimersi, e non riguarda la grande massa disorganizzata che non partecipa, e che saprebbe dove collocarsi se il luogo ci fosse.
Un discorso a parte va fatto per la Chiesa cattolica, unica forza rimasta capace di un discorso universale che, partendo dagli ultimi, si oppone in modo strutturale alle forme assunte dal capitalismo e alle sue conseguenze: distruzione della natura (Laudato si’ ); guerra (Pacem in Terris); disuguaglianze (Fratelli tutti).
Una visione che supera le contingenze dei tempi, e che affratella la Chiesa alla visione laica espressa dal pensiero e dalla tradizione marxista.
Questa è, a grandi linee, la situazione con cui dobbiamo fare i conti: e io penso che i “conti” siano quelli che ora dirò, tentando di essere chiaro al limite della banalità.
Chi, come noi, si colloca in quella parte minoritaria e soprattutto dispersa il cui obiettivo è modificare strutturalmente la società esistente, sa che ha di fronte una battaglia di lungo periodo e che nello scontro a breve e frontale è destinato alla disfatta.
Tradotto nei termini del dibattito che anima la nostra chat (e non solo), esaurire la questione nell’orizzonte elettorale porta ad una contraddizione senza uscita.
O si tiene sui principi, che oggi si identificano con il rifiuto della guerra e di tutte le sue implicazioni, e allora non si vota per una coalizione al cui interno forze maggioritarie la pensano in modo opposto e dunque si consegna il Paese ad una caricatura micidiale del fascismo; oppure si accetta una mediazione al ribasso rinunciando ai principi, e allora il risultato non sarà dissimile perchè sarà una vasta parte della società a defilarsi dal voto.
In ciascuno di questi due casi le prospettive per costruire una forza alternativa alla società esistente si allontanano fino a un tempo che esce dalle nostre previsioni.
Potremo comunque sempre continuare a esercitare la nostra critica.
Forse.
Se ci consola.
Una strategia più articolata è quella di ragionare per fasi e per obiettivi e attrezzarsi di conseguenza.
Il compagno Maozedong nei suoi scritti sulla guerra ammoniva che è meglio tagliare il dito di una mano al nemico piuttosto che ferirgli tutte quante le dita.
Qual è oggi l’obiettivo fondamentale per chi fa politica in Italia?
È evidentemente quello di sconfiggere la Destra alle prossime elezioni.
Parlo della Destra con la D maiuscola, quella postfascista, complice del genocidio palestinese, cobelligerante e asservita agli USA, quella che sta erodendo la democrazia resistenziale nel nostro Paese; non parlo delle destre sparse che allignano da tutte le parti.
Battere la Destra oggi è possibile utilizzando anche quelle componenti di destra che ben conosciamo nel nostro campo.
Destrutturare la galassia di destra che intasa il campo politico nazionale cominciando a sconfiggere la parte più pericolosa nella battaglia che ci si presenta davanti domani mattina.
E per battere quella Destra è inevitabile la costruzione di una alleanza composita di “chi ci sta”, sulla base di un “programma minimo” che non sia in contraddizione con gli obiettivi che la sinistra si pone.
Questo programma minimo non può che essere costruito intorno alla Costituzione: è l’unico riferimento unitario che divide la galassia di destra e tiene insieme il vasto campo che si riconosce nei fondamenti antifascisti del nostro Paese, e, nello stesso tempo, contiene tutti riferimenti sia valoriali che di natura socioeconomica che possono essere impugnati al momento di passare ad una lotta di carattere anticapitalista.
Una alleanza di questo genere è facilmente spiegabile anche dal punto di vista mediatico, perchè non prospetta un punto di arrivo – “battiamo le destre così governiamo” -, ma un punto di passaggio: “battiamo le destre, così creiamo le condizioni per passare ad una fase diversa di lotta”.
Perché tutto ciò sia credibile, occorrono due condizioni che, forse, possono essere alla portata del poco tempo a disposizione.
Occorre che le forze interne al campo largo – M5S e AVS – che sostengono posizioni accettabili sul tema della guerra trovino un compromesso con il PD che non le smentisca.
Non è difficile.
Ma, perchè ciò avvenga, occorre inserire all’interno dell’alleanza un’ulteriore forza, attualmente non formalizzata, che abbia nella sua elaborazione politica la visione e la strategia del superamento dello stato di cose esistente, che cioè colleghi il tema della guerra alla natura capitalistica di tutte le guerre.
Questa è la “prima fase”, come ho detto, una fase transitoria che, qualora abbia successo, potrà procedere, senza soluzione di continuità, in una fase più complessa: quella nella quale la lotta contro la guerra si trasformi in una una lotta contro il capitalismo con l’obiettivo di modificare radicalmente la struttura sociale esistente.
E qui si aprono ragionamenti complessi e affascinanti a cui siamo disabituati, che accenno appena perchè mi porterebbero lontano dall’intento queste note.
Per modificare radicalmente la struttura sociale esistente occorre fare una “rivoluzione”, termine evocativo da prendere nel suo significato etimologico e non nel suo portato storico.
La rivoluzione oggi non è la presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, non solo perchè è storicamente dimostrato che dopo ogni presa della Bastiglia segue un Termidoro, o peggio, ma perchè il potere non sta più nei Palazzi.
Azzardo una sintesi, aperto ad ogni critica: fare la rivoluzione oggi significa avere un’ idea del tipo di società che si vuole raggiungere e incidere nelle diverse parti della società attuale per modificarle strutturalmente nella direzione che si intende raggiungere.
È una descrizione che richiama il riformismo progressivo, ma tenta di esprimere un concetto profondamente diverso: il riformismo è la visione di chi tenta di dare una forma più decente alla società esistente, la modifica strutturale significa conformare una società del tutto diversa.
Tutte le forze della sinistra hanno come massimo orizzonte quello del riformismo – riformiste si definiscono – e come massima aspirazione il governo di ciò che è con l’obiettivo di migliorarlo.
Manca una forza politica, un partito, che recuperi l’ambizione di una visione alternativa di società e che si ponga perciò l’obiettivo rivoluzionario, sapendo indicare i passi per raggiungerlo.
R.D’A.














