di Antonello Tacconi
Ci sono campioni e sportivi che incarnano le temperie di un’epoca, che fotografano un momento di passaggio di una generazione e di una società. Questo discorso non vale per molti ma per alcuni sì. Mohamed Alì, ad esempio, è stato uno di questi. Ma di esempi ce ne sarebbero molti altri. Nel nostro piccolo, circoscrivendo il discorso alla società italiana e al calcio nostrano, Gigi Meroni è stato uno di loro e qui proveremo a spiegarne le ragioni. Qualche giorno fa, ricorreva l’anniversario della sua scomparsa. La “farfalla granata” vide spegnere la sua esistenza in una maledetta sera di cinquantanove anni fa, nel centrale corso Umberto I di Torino, dopo che il suo Toro aveva stracciato con quattro reti la Sampdoria. Per un’assurda fatalità, Meroni venne travolto da un auto, in una tragica combinazione nella quale venne coinvolto il futuro presidente granata Attilio Romero. In quel momento Meroni era uno dei campioni più in vista del calcio nazionale. Ala destra funambolica e veloce, al di là delle sue qualità tecniche, Meroni incarnava il prototipo del campione fuori dagli schemi e non solo per quello che mostrava dentro il rettangolo di gioco. Una storia partita dalla provincia comasca e dall’oratorio di San Bartolomeo dove, come tanti campioni della sua generazione, muove i suoi primi vagiti calcistici. E poi il Genoa ma soprattutto il Torino, un club ed una maglia che ancora viveva gli echi della “generazione Superga” e che in Meroni trova un altro iconico personaggio nel quale identificarsi. Soprattutto perché già nel suo look Meroni rompe gli schemi. Capelli lunghi, barbetta ed abbigliamento eccentrico che lui stesso disegnava e curava non sempre trovano i favori nell’Italia bigotta e perbenista di quegli anni. Ma, allo stesso tempo, Meroni affascina una moltitudine di ragazzi che vedono in quel calciatore smilzo ed eccentrico un riferimento e soprattutto una voglia di rottura che cova sotto la cenere di quella fine degli anni ‘60. Se poi aggiungiamo che il Nostro veniva visto girare per le vie di Torino con una gallina al guinzaglio, l’indice di bizzarria e provocazione era ai massimi livelli. Soprattutto questo creò problemi con la maglia azzurra, quella che doveva incarnare il simbolo italico e di unità nazionale per eccellenza. I commissari tecnici lo volevano sbarbato, ordinato e con la faccia da bravo ragazzo. Ma Meroni non era questo e non voleva essere questo. Meroni era un calciatore ma era anche un bohemien in tutti i sensi. Amante dell’arte, della letteratura e della pittura, risultava lontano anni luce dai ragazzi della sua generazione e ancora di più da quelli odierni. L’amore con Cristiana Uderstadt, una donna che aspettava l’annullamento del suo primo matrimonio completava il quadro di un personaggio a dir poco di rottura. Meroni in fondo anticipava se non intercettava la temperie della sua epoca e della sua generazione. Quella che da lì a poco sarebbe esplosa nei movimenti studenteschi e giovanili del ‘68, tanto per dare una coordinata della storia dell’epoca. Per questo e per altro Meroni è stato un campione che nell’immaginario ancora vive proprio perché esce da una cronaca e semplice aneddotica sportiva. La sua morte prematura ne hanno accresciuto il mito ed il romanticismo della sua figura, dove per molti tifosi del Torino sembrò allora vivere una seconda Superga. Dopo la sua morte, nel tempo libri, canzoni, poesie e mostre ne hanno alimentato il fascino nella cultura di massa. Il fascino di una farfalla tale per come si muoveva veloce nei campi da gioco, ma anche per come volava sopra i suoi tempi, con la leggerezza di chi capiva che era ora di aprire le finestre per cambiare aria ai locali stantii ed ammuffiti di una società e di una generazione che chiedeva diritti, cambiamenti e maggiore libertà sotto ogni punto di vista.















