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Università pubblica, sapere libero: intervista a Massimiliano Marianelli, candidato Rettore all’Università di Perugia

Massimiliano Marianelli è attualmente docente di Storia della Filosofia e Direttore del Dipartimento FiSSUF all’Università degli Studi di Perugia. Intellettuale da sempre impegnato nella ricerca sociale ed umanistica, Marianelli ha annunciato la sua candidatura alla carica di Rettore dell’Università degli Studi di Perugia con una proposta chiara: restituire centralità all’università pubblica come luogo di emancipazione, formazione di competenze e conoscenze che attivano pensiero critico, partecipazione e inclusione sociale. In un momento storico segnato da precarizzazione, disuguaglianze e crisi ambientale, lo abbiamo intervistato per capire come intende tradurre questi principi in azioni concrete.

Professore Marianelli, la sua candidatura si muove in una direzione chiaramente valoriale. Qual è, per lei, il ruolo dell’università pubblica nella società contemporanea?

Affermare il valore del pubblico è importante e bisogna porre particolare cura nell’uso di questo termine, il cui significato abbiamo perso perché dato per scontato troppo a lungo. Il nostro mondo occidentale è stato un’isola felice che per circa ottant’anni ha potuto dare per scontate molte cose: non avere avuto guerre interne. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa ha goduto di uno stato di pace raro nella storia dell’umanità e di un clima che ha favorito lo sviluppo di istituzioni libere, permettendo di valorizzare il pubblico in tutti gli ambiti, specialmente nella sanità e nell’istruzione universitaria. Oggi questi elementi qualificanti sono a rischio e vanno salvaguardati con attenzione. L’università pubblica deve mostrare la sua specificità rispetto a quella privata, valorizzando una ricerca realmente libera, cioè la ricerca di base non orientata da vincoli applicativi imposti da committenti. Insisto sulla ricerca di base perché essa consente prospettive inedite e cambi di paradigma. Sul versante della didattica, università pubblica significa un’università accessibile a tutti, capace di restituire le migliori menti alla società indipendentemente dalle possibilità economiche. È essenziale lavorare insieme affinché questo spazio rimanga di alta qualità. Sanità e istruzione pubblica sono pilastri della crescita sociale: rafforzare la medicina universitaria significa sostenere la sanità pubblica. Mettere al centro la “cura” significa considerare medicina e sanità pubblica come servizi relazionali fondamentali, non sostituibili dalla tecnologia. Insisto su questo tema, perché sono convinto che le relazioni di cura, quelle che implicano un contatto diretto nel caso specifico medico-paziente, siano un valore che nessuna innovazione tecnologica può sostituire: ne abbiamo parlato efficacemente con il prof. Vincenzo Valentini, oncologo del Policlinico Gemelli recentemente venuto da noi, che mostrava i risultati del suo lavoro attorno alla Radioterapia, mostrando come il valore delle relazioni (di un contatto vero e profondo con il paziente) giovava inequivocabilmente sugli esiti della terapia. Di questo non dobbiamo dimenticarci: non solo servizi, ma servizi che mettono al centro le persone. E questo è il valore aggiunto del pubblico: direi il “valore dei valori”, il bene relazionale invisibile e prezioso che fa sì che una comunità possa crescere e continuare a contribuire.

Precarietà e disuguaglianze colpiscono duramente i giovani: quali misure propone per continuare a garantire il diritto allo studio, contrastare la marginalità e sostenere il benessere psicologico e materiale degli studenti?

Questa domanda richiederebbe una risposta molto lunga, ma mi limito ad elencare alcuni interventi necessari, ricordando il principio rawlsiano del Maximin: garantire il meglio per chi è più in difficoltà: Diritto allo studio e agevolazioni economiche: accordi sui trasporti pubblici con la Regione Umbria (PassTpl Unipg, FCU), convenzioni per materiali igienico-sanitari con Legacoop e Coop, introduzione di una no-tax area per studenti con ISEE fino a 30.000 euro e low-tax area per redditi tra 30.000 e 50.000 euro. Servizi per il benessere: potenziamento di counseling psicologico, pedagogico-didattico e del Centro Universitario Sportivo. Accesso a eventi culturali tramite accordi locali e nazionali. Potenziamento del trasporto pubblico serale. Incremento degli alloggi tramite dialogo con istituzioni e privati, e attenzione ai fondi europei. Valorizzazione dei giovani dottori di ricerca. In questo modo non soltanto garantiamo percorsi di realizzazione personale, ma continuiamo a proporre l’Università per quello che da sempre è stata: spazio di conoscenze e competenze che contribuiscono alla elevazione dell’umano e che sono volano di crescita sociale e anche economica della comunità.  

L’università è sempre più piegata a logiche aziendali e competitive. Come immagina una governance alternativa, più democratica e partecipativa?

Immagino un’organizzazione semplice, fondata sul principio di sussidiarietà: un rettorato e delegati che lavorino in ascolto e sostegno dei Dipartimenti, cuore dell’Ateneo. I delegati dovranno essere espressione della visione d’Ateneo, facilitando dialoghi interni ed esterni. Fondamentale è armonizzare le programmazioni triennali in un Piano Integrato di Attività e Organizzazione.

Nel suo percorso ha spesso riflettuto sull’importanza delle relazioni e del pensiero critico. Cosa intende quando parla di rimettere al centro “cura” e “persona”?

Il programma nasce da una visione partecipata e condivisa che mette al centro le relazioni, tradotte con il termine “cura”, implicando accoglienza e accompagnamento. Tale visione si realizza con ascolto, partecipazione ai problemi e programmazione condivisa, attraverso un bilancio partecipato.

In un contesto di crisi ambientale e sociale, che ruolo può giocare l’Università di Perugia nel costruire alleanze con enti e comunità?

Intendo orientare l’organizzazione del lavoro nella prospettiva di una comunità che vuole crescere insieme. E anche in questo senso, partiamo da una visione, una visione che risponde alla terra che ospita Unipg e che pertanto sollecita a mettere al centro due temi di estrema urgenza per l’intero pianeta: accoglienza (che si declina come Pace, apertura di vie di Pace) e ambiente (attenzione alla sostenibilità e cambiamenti climatici) oltre che Cura (cura della persona, delle relazioni, tema che diene insieme gli altri due termini, le altre due aperture). Attorno a questi tre temi, l’impegno a promuovere percorsi di didattica, ricerca e terza missione, divenendo riferimento per la comunità scientifica internazionale, proprio facendo rete, aprendo reti: 

Reti locali: proporre un coordinamento degli enti di alta formazione locale (altre università del territorio, Conservatorio, Accademia delle Belle Arti, ecc.), per un impegno comune anche per un piano di Sviluppo regionale, orientato sulle vie indicate e non soltanto. Vorremmo infatti inaugurare una nuova stagione di relazioni con il territorio per la valorizzazione delle competenze radicato nel territorio, con una direzione e orientamento che Unipg può offrire. Intendiamo avviare un progetto strategico che possa trasformare l’università in un vero e proprio motore di impresa, ricerca applicata e sviluppo economico, favorendo l’interazione tra studenti, dottorandi, assegnisti, ricercatori, docenti e aziende del territorio. Si tratta di una sfida ambiziosa ma necessaria, che riconosce nel capitale umano dell’ateneo un potenziale ancora inespresso da valorizzare attraverso strumenti concreti di crescita e collaborazione.

Reti nazionali: estendere le collaborazioni oltre Umbria e Marche e Abruzzo, consolidando un asse del Centro Italia per affermare il valore delle università pubbliche, anche nella sfida della didattica telematica (da seguire però con attenzione e verifiche di qualità); 

Reti internazionali: sviluppare percorsi a doppio titolo, titoli congiunti, progetti Erasmus Mundus (proprio attorno ai tre temi indicati) e il nuovo Diploma Europeo.

Valorizzare la rete Artemis (alleanza internazionale, una rete di Atenei Euripei già avviata) e valorizzare le relazioni internazionali già sviluppate da ogni Dipartimento, mettendole al centro di una visione comune: visione comune che si apre da una realtà consapevole della propria vocazione. In questo senso sarà fondamentale creare un TLC (Training and Learning Center): un centro di formazione sia per il personale docente sia per quello tecnico, amministrativo, bibliotecario, che possa essere di supporto all’ingresso dei giovani ricercatori e dipendenti, aiutandoli a orientarsi e a formarsi non solo sulle competenze tecniche, ma anche sui valori relazionali che sono propri dell’Università. Un luogo per rafforzare la cultura della partecipazione, della responsabilità e della progettualità comunitaria.

L’Università non deve essere solo un luogo di sapere specialistico, ma una comunità (quel nesso vitale di relazioni che tiene insieme Studenti, Personale Tecnico amministrativo, Bibliotecario, Cel e Docenti) che insieme sa pensare il futuro, che orienta le scelte sociali e politiche, rimanendo fedele alla sua missione originaria.