(AVInews) – Terni, 13 mar. – “In un contesto socio-politico incandescente, dove non è possibile valutare con serenità gli effetti di questa pseudo-riforma, ma, al contrario, l’obiettivo mediatico è quello di screditare la magistratura, in nome di una non definita necessità di cambiamento dell’assetto dello Stato, respingiamo una proposta di Legge che darebbe la stura allo smantellamento della democrazia”. Questa la posizione espressa da Andrea Pitoni, segretario generale Fp Cgil Terni, a sostegno del No alla prossima consultazione referendaria in programma il 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia.
“La ‘Riforma Nordio’ – commenta Pitoni –, creando due organismi di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura con la componente togata inserita per sorteggio e l’Alta corte disciplinare, vuole generare una condizione di soggezione della magistratura nei confronti della politica. Non è un caso, se si pensa alle altre riforme proposte dal centrodestra come l’Autonomia differenziata, fortemente ridimensionata, per non dire respinta dalla Corte Costituzionale, che tende ad accentuare il divario tra le regioni ricche e quelle disagiate, a detrimento delle perequazioni previste dalla nostra Costituzione; oppure della deriva autoritaria insita nel cosiddetto presidenzialismo, un uomo solo al comando; o le attuali ipotesi di legge elettorale con premio di maggioranza in nome della tanto pronunciata governabilità. Se ci pensiamo, questi scenari istituzionali mirano a scardinare l’assetto democratico del nostro Paese poggiato proprio sull’equilibrio dei Poteri che ‘alcuni’ mal sopportano”. “Le disposizioni della riforma – prosegue Pitoni – nulla hanno a che fare con le soluzioni delle criticità della Giustizia: digitalizzazione degli archivi e dei protocolli, organizzazione del lavoro, carenze di organico e lunghi tempi dei processi. Ci sono percorsi prioritari per assicurare una giustizia più adeguata ai bisogni dei cittadini. Uno fra questi prevederebbe anche una stabilizzazione dei precari della giustizia che, assunti con fondi Pnrr, fino a poco tempo fa avevano consentito la velocizzazione di alcune procedure. Non c’è miglioramento della giustizia con una riforma che tocca ben 7 articoli della Costituzione ma non muove nulla sul fronte degli interventi ordinari, come a esempio un impegno sul personale che garantisce il funzionamento della macchina giudiziaria: mancano le risorse umane e le carceri scontano l’annoso problema del sovraffollamento”.
“La riforma Nordio – prosegue Pitoni – modifica sette articoli della Costituzione italiana, nello specifico:
– Articolo 87: attribuisce al presidente della Repubblica la presidenza di entrambi i nuovi Consigli superiori della magistratura.
– Articolo 102: introduce la divisione delle carriere tra giudici (magistrati giudicanti) e pubblici ministeri (magistrati requirenti).
– Articolo 104: riforma il Consiglio Superiore della Magistratura, suddividendolo in due Consigli superiori distinti per magistrati giudicanti e requirenti.
– Articolo 105: introduce la separazione delle carriere e attribuisce le funzioni relative alle assunzioni, assegnazioni, trasferimenti e valutazioni di professionalità dei magistrati ai due nuovi Consigli superiori.
– Articolo 106: aggiunge la possibilità di nominare un pubblico ministero come consigliere di Cassazione per meriti insigni.
– Articolo 107: prevede che le decisioni sulla sospensione dal servizio e sul trasferimento ad altre sedi vengano adottate dal Consiglio superiore della magistratura giudicante per i giudici e dal Consiglio superiore della magistratura requirente per i pubblici ministeri.
– Articolo 110: modifica le disposizioni relative alla gestione amministrativa della giustizia”.
Dalla stringente attualità Andrea Pitoni si sposta su riferimenti storici citando pensatori e studiosi come Montesquieu e Giuseppe Dossetti.
“La moderna teoria della separazione dei poteri – ricorda il segretario Pitoni – viene tradizionalmente associata al nome di Montesquieu. Il filosofo francese, ne ‘Lo Spirito delle leggi’, pubblicato nel 1748, fonda la sua teoria sull’idea che «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere». Individua, inoltre, tre poteri (intesi come funzioni) dello Stato, legislativo, esecutivo e giudiziario, così descritti: «In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati», perché «una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica»”.
“Giuseppe Dossetti, sacerdote, padre costituente, giurista e teologo, considerato uno degli intellettuali più importanti del Novecento – aggiunge ancora Pitoni –, credeva nella separazione dei poteri e nell’indipendenza della magistratura. Era convinto che il potere giudiziario dovesse essere autonomo e indipendente dagli altri poteri dello Stato per garantire la tutela dei diritti fondamentali e la legalità. In particolare, Dossetti sosteneva l’importanza dell’indipendenza dei giudici e della loro soggezione solo alla legge; era critico verso le ingerenze del potere esecutivo nella giustizia; credeva nella necessità di garantire la tutela giurisdizionale dei diritti fondamentali”.












