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IL CONFLITTO SOCIALE È DEMOCRAZIA. IL NICHILISMO VIOLENTO È UN’ALTRA COSA

Il conflitto sociale è parte integrante di una democrazia. Ma quello che vediamo oggi nelle nostre città è profondamente diverso dal conflitto che attraversò l’Italia negli anni Sessanta e Settanta.
Allora grandi movimenti collettivi — operai, studenti, organizzazioni politiche e sociali — chiedevano riforme strutturali. Dall’accesso all’università allo Statuto dei lavoratori, fino alla nascita del Servizio sanitario nazionale, una parte importante di quelle domande venne assorbita dal riformismo parlamentare e trasformata in leggi e nuovi diritti. Furono anche anni drammatici. Il conflitto politico degenerò più volte nella violenza, nel terrorismo e nelle stragi. Estremismi di destra e di sinistra insanguinarono il Paese e molte pagine di quella stagione restano ancora controverse e dolorose.
Ma proprio per questo dobbiamo evitare di leggere la violenza urbana di oggi con le categorie di ieri.
In molti episodi che coinvolgono gruppi di giovanissimi non vedo una matrice ideologica, né movimenti politici organizzati, né un progetto di trasformazione della società. Vedo piuttosto un nichilismo senza progetto: la trasgressione ricercata come esperienza, la violenza come spettacolo, la sfida alle regole come forma di riconoscimento, il protagonismo sui social come via d’uscita dall’anonimato.
Non movimenti nazionali, dunque, ma piccole gang e aggregazioni temporanee. Gruppi che possono nascere e ricomporsi attraverso i social, cercando visibilità attraverso intimidazioni, aggressioni, vandalismi e sfide sempre più estreme.
È una forma nuova di povertà. Non necessariamente economica — perché le battaglie contro il carovita, le disuguaglianze e l’esclusione sociale sono legittime e appartengono alla dialettica democratica — ma povertà di riferimenti, di appartenenza, di responsabilità e di prospettive.
Una solitudine valoriale che può trasformarsi in aggregazione momentanea e sprigionare la propria rabbia contro ciò che incontra: una persona, un negozio, un mezzo pubblico, un bene della collettività, un altro ragazzo.
Che fare?
Il primo errore sarebbe attribuire automaticamente questa violenza alla destra o alla sinistra. Non tutto ciò che accade nelle strade è conflitto politico.
Il secondo sarebbe sottovalutarla. Perché la violenza urbana produce paura e la paura genera una domanda crescente di sicurezza, legalità e repressione. E politicamente questa domanda può favorire soprattutto la destra.
La risposta democratica deve quindi tenere insieme fermezza e prevenzione.
Fermezza, perché il patto di cittadinanza comporta diritti ma anche regole e responsabilità. Chi aggredisce, devasta, intimidisce o distrugge deve sapere che lo Stato interviene.
Prevenzione, perché non possiamo affrontare fenomeni nuovi soltanto con gli strumenti investigativi costruiti contro il terrorismo politico o contro le grandi organizzazioni mafiose. Serve una capacità investigativa diversa: comprendere le dinamiche dei social dove queste aggregazioni nascono e si alimentano, individuare tempestivamente situazioni di rischio, rafforzare il presidio dei quartieri soprattutto nelle ore notturne e intervenire prima che la ricerca di visibilità si trasformi in violenza.
E insieme alla sicurezza servono scuola, associazionismo, sport e luoghi nei quali ricostruire appartenenza e responsabilità.
Uno Stato democratico deve saper comprendere il disagio. Ma comprendere non significa giustificare. La democrazia deve difendere il conflitto sociale non violento quando esprime domande, interessi e richieste di cambiamento. Ma deve essere altrettanto determinata nel contrastare la violenza fine a se stessa.
Perché senza legalità non c’è libertà. E senza un nuovo tessuto di valori condivisi, la sola repressione non basterà.

Tratto da un post pubblicato su Facebook da Luca Ferrucci