di Attilio Gambacorta
Le guerre nascono per motivi economici. Dopo il crollo del Muro di Berlino, che ha provocato il disfacimento dell’impero sovietico e di tutto l’est europeo, ci siamo trovati di fronte ad un mondo unipolare dove gli USA esercitavano un’egemonia globale, non solo economica. La guerra che gli Stati Uniti d’America hanno provocato in Iraq era già un avvertimento all’Iran, uno dei più grandi Paesi esportatori di petrolio, con la quale volevano imporre militarmente il controllo energetico. Anche l’espansione ad est della Nato, nonostante le promesse fatte a Gorbaciov dall’allora segretario di stato americano James Baker, durante i negoziati della riunificazione della Germania, “la nato non sarebbe avanzata ad est neanche di un millimetro”, mirava al dominio in un mondo che si faceva sempre più globale.
Oggi gli Stati Uniti non esercitano più questa egemonia. In questi ultimi decenni il mondo è di nuovo cambiato. L’esplosione della Cina, oggi un gigante economico, tecnologico e militare; l’affermarsi a livello globale dei paesi cosiddetti BRICS, antagonisti di fatto al Fondo Monetario Internazionale, i quali tendono a superare il ruolo del dollaro come valuta di scambio, hanno messo in crisi lo stato americano in tutti quegli aspetti, economico, finanziario, energetico e militare. Possiamo dire che è iniziata la fine del “secolo americano” e del suo dominio incontrastato. Siamo entrati nella fase del multilateralismo.
Inoltre, la voragine del debito estero, circa il 24% di quello pubblico, i cui proprietari sono principalmente Europa, Cina e Giappone, ha messo in evidenza una crisi dalla quale è difficile uscirne. Per non parlare del deficit commerciale il quale è salito a 88,6 miliardi di dollari. Inefficaci si stanno rilevando i dazi, con i quali si voleva ridurre questa voragine. L’economia stenta, le contraddizioni della sua finanziarizzazione si fanno sentire: la crisi finanziaria scoppiata nel 2007 è solo la punta di un iceberg che solo un intervento massiccio della Federal Reserve, la banca di stato americana, ha permesso di arginare. Ma la crisi strutturale, sociale ed economica, di questo impero è sotto gli occhi di tutti. Batte il passo anche sul piano tecnologico. Si contano più dottori in economia che ingegneri, inoltre l’uso devastante del fentanyl, una droga sintetica, evidenzia anche una crisi sociale che non ha paragoni nella storia di questo paese. Circa 2 milioni di cittadini americani è dipendente da questa micidiale droga, circa 2,5 milioni sono invece affetti da patologie derivate dall’uso di questi stupefacenti.
Così nascono le guerre. Per difendere un vantaggio, una posizione a livello geopolitico di controllo, di egemonia. Si cerca, quindi, di accerchiare il nemico, le potenze che mettono o che possono mettere in discussione questo potere. La Russia di Putin è una di queste. Per contrastarla energicamente un’accondiscendenza dell’Europa era di vitale importanza: l’Ucraina era lo Stato perfetto. La ferma decisione di Putin di contrastare questo accerchiamento ha fatto sì che la situazione degenerasse. Chi commenta questa guerra partendo dal concetto di violazione del diritto internazionale, che pure è stato violato platealmente, esprime un ragionamento che esclude metà della verità storica. Forse la storia un giorno racconterà i fatti estrapolati dal commento.
4 anni e mezzo di guerra ha prodotto solo la distruzione dell’Ucraina. Oggi è un paese fantasma. Di 40 milioni di abitanti ne restano solo 20, perdute sono le regioni più ricche del Donbass, che rischia di finire completamente nelle mani della Russia; le generazioni più giovani fuggono; la corruzione esplode; i continui bombardamenti russi provocano morte di civili e distruzione di interi villaggi e quartieri delle città. Tutto questo entrare in Europa e nella Nato per un pretestuoso principio di democrazia.
La stessa presunzione egemonica la esercita Israele, che vuole conquistare tutto il Medioriente, compreso l’Iran. Anche questa guerra con la giustificazione di esportare la democrazia. Era democratico lo Scia di Persia? Il regim-change prevede proprio il ritorno di quel regime che il popolo iraniano ha spazzato via con la Rivoluzione del 1979 e che adesso, pur contestando la brutalità dell’attuale stato teocratico, non chiedono certo di ritornare al passato. Inaccettabile è il genocidio che il Governo di Netanyahu mette in pratica nei confronti del popolo palestinese. Ma perché parliamo di genocidio? Perché è chiaro il tentativo di sterminio di una popolazione intera. I numeri, pur tragici, non raggiungono quelli dell’olocausto, ma l’uccidere indiscriminatamente persone inermi (donne, bambini, giovani, uomini), rievoca quelle tragiche pagine della storia del XX secolo.
L’Europa brilla per la sua assenza, o meglio per la sua complicità. Non si condanna, senza sé e senza ma, il governo di Netanyahu per l’orribile genocidio; non si condanna Trump per aver infranto il diritto internazionale, per aver ridotto l’ONU ad una mera istituzione formale senza poteri.
Ma da questa terribile situazione, che può degenerare in un conflitto mondiale atomico, il quale provocherebbe la fine dell’umanità, se ne può uscire solo con la politica, con la diplomazia e non con le armi.
NO GUERRA, NO GENOCIDIO, NO RIARMO DELL’EUROPA
















