di Roberta Fantozzi* – Giustamente la campagna sui Referendum si è concentrata sul perché è giusto andare a votare SÌ dal punto di vista dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
E’ rimasto più in ombra il fallimento totale delle politiche di attacco ai diritti del lavoro rispetto agli obiettivi dichiarati. Non solo non hanno risolto nulla, ma hanno accompagnato e favorito il declino produttivo, economico e sociale del paese.
L’attacco ai diritti è stato giustificato in questi anni dicendo che quei vincoli creavano un problema per l’occupazione, la crescita e lo sviluppo del paese.
Lo dicono anche ora, in qualche spot che attacca le “rigidità ideologiche” dei promotori dei referendum!
Come se nel frattempo non fosse successo nulla.
Così per chiudere, un giro con un po’ di dati:
Occupazione – Dati Eurostat (marzo 2025): l’Italia è ultima tra i 27 paesi UE per tasso di occupazione complessivo (15-64 anni). Siamo al 62,2% contro una media del 70,9. Per le donne è peggio (53,3% contro il 66,3 di media). E peggio ancora per i giovani (19,2% contro il 34,8 di media).
Salari – sempre Dati Eurostat riferiti al 2023 (a parità di potere d’acquisto).
L’Italia è ultima tra i grandi paesi europei (dietro Germania, Francia, e anche Spagna) e abbondantemente sotto la media UE (24.000 PPS contro 27.500). Dietro di noi ci sono paesi come Cipro, Malta, Grecia, e l’Est Europa.
La povertà assoluta colpisce il 9,7% della popolazione, 5,7 milioni di persone.
Il 21% delle lavoratrici e dei lavoratori è a rischio di lavoro a basso reddito. La percentuale sale al 46,6% – quasi uno su due – per chi ha un contratto a termine. (Ultimo rapporto Istat, maggio 2025)
Pil procapite per regioni europee (confronto 1995 – 2023)
La Lombardia nel 1995 era al 14° posto, ora è al 33esimo.
Il Piemonte era al 36° posto, ora è all’84esimo.
La Campania era al 125° posto ora è al 150esimo.
E si potrebbe continuare, ma citiamo solo un ultimo dato, sulla produzione nel settore automotive.
Nel 1990 in Italia si producevano più di 2 milioni di autoveicoli, nel 2024 se ne sono prodotti 591mila, un quarto.
Ovviamente non è solo l’attacco al lavoro che ha portato a questa situazione, hanno pesato e moltissimo i tagli agli investimenti e alla spesa pubblica e il ridimensionamento complessivo dell’intervento pubblico attraverso le privatizzazioni.
Ma la perdita di diritti e la precarizzazioni del lavoro è stata certamente una concausa decisiva.
Per il motivo banale, che se si può sfondare sulla compressione dei diritti e dunque impoverire il lavoro, molte imprese scelgono quella via, piuttosto che quella della qualificazione e innovazione delle produzioni.
E infatti ad esempio tra il 2020 e il 2023 gli azionisti delle società industriali si sono distribuiti ogni anno in media l’80% degli utili, lasciando solo il 20% a disposizione come contributo all’auofinanziamento di nuovi investimenti (Area Studi Mediobanca).
Lo dice pure l’Istat sempre nell’ultimo rapporto: “ La crescita modesta dell’economia italiana nell’ultimo decennio ha risentito di condizioni macroeconomiche sfavorevoli lungo quasi tutto il periodo, ma anche di alcune caratteristiche relative alla struttura del sistema produttivo – quali la dimensione delle imprese, la specializzazione in settori tradizionali e il limitato contenuto tecnologico/innovativo dei prodotti.. Nel 2024, in particolare, è diminuita.. soprattutto, la produttività totale dei fattori, che misura il contributo della conoscenza e dell’innovazione all’incremento di efficienza dei processi di produzione.”
( qualcuno si ricorda la propaganda martellante per l’abolizione dell’articolo 18 in nome del fatto che così sarebbe cresciuta la dimensione d’impresa? Ecco..)
Quindi, 5 SI’ per i diritti del lavoro, e pure per dare uno straccio di prospettiva a questo paese, fuori da trent’anni almeno di politiche ingiuste e fallimentari.
Buon voto!














