Per capire i livelli di sfruttamento in cui stiamo sprofondando, dobbiamo continuare, forse ricominciare – perché diciamocelo non lo si fa più in modo sistematico – a guardare a come si produce, come cioè è organizzata la produzione.
La tendenza alla frammentazione si rivela quale meccanismo privilegiato dalle imprese per perpetrare sfruttamento, per aumentare la capacità di estrazione di valore a beneficio dei profitti, per dissociarsi dalla responsabilità contributiva e fiscale.
Dagli atti della procura di Milano che oggi ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per Aspesi e Dama (Paul and Shark)
«I lavoratori lavorano 7 giorni alla settimana, con orario dalla 8.00 alle 22.00, con palese e reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale,
e percepivano retribuzioni in palese contrasto con la contrattazione collettiva nonché con la soglia di cui all’art. 36 Cost.
I lavoratori venivano sottoposti a sorveglianza in violazione della tutela della privacy dei lavoratori e degli obblighi previsti dallo Statuto dei lavoratori e dal Regolamento GDPR.
alloggiati in stanze dormitorio privi di areazione e di luce naturale e ricavate abusivamente.
riscontrate gravi violazioni in materia di sicurezza sul lavoro »
L’accusa ad Aspesi e Dama è identica:
aver «adottato una politica di impresa che accetta lo sfruttamento dei lavoratori come modalità di produzione (con conseguente risparmio sul costo del lavoro) e nella deliberata mancanza di modelli organizzativi idonee a garantire che si verifichino situazioni di pesante sfruttamento lavorativo riconducibili alla fattispecie di cui all’art.603 bis c.p., situazioni anzi deliberatamente ricercate ed attuate»
La frammentazione produttiva, lungo filiere più o meno opache, non è una necessità di specializzazione per migliorare l’efficienza del sistema produttivo, come ci hanno voluto raccontare.
«a nulla valgono i codici etici, i modelli di gestione e controllo, quando, per il raggiungimento del maggior profitto al piu’ basso costo possibile, si consente la creazione di un sistema produttivo che si basa su una produzione con forza lavoro in condizione di sfruttamento»
E allora è il momento di dire basta, di pretendere un’organizzazione produttiva che metta al centro la dignità del lavoro, non sulla carta ma nei fatti.
Non c’è più tempo da perdere, servono norme rigidissime sulle filiere e sulle esternalizzazioni. Serve parlarne senza tregua, studiare le dinamiche, creare inchieste su tutti i settori.
Basta Sfruttamento e caporalato nella moda.
Basta esternalizzazioni
Basta con i codici etici per pulirsi la faccia
Marta Fana














