Qualche considerazione dal rapporto UPB su dinamica salariale e riforme fiscali che troppi commenti hanno omesso.
Tra il 1990 e il 2018, le retribuzioni reali sono diminuite in media del 6,6%. Per il 10% più povero tra i lavoratori dipendenti, la riduzione dei salari reali — corretti cioè per l’aumento dei prezzi — è stata del 40,8%. I salari mediani si sono ridotti del 12,7%.
Tra i servizi, dove è aumentata l’occupazione, e l’industria, dove l’occupazione è diminuita, il divario si è fatto sempre più profondo. Nei servizi, in questi trent’anni, si è perso circa il 20%; nella manifattura si è guadagnato un 16%.
Ci sono tanti numeri fino a sbatterci la testa. Sono macigni: sono le vite di milioni di famiglie che si fanno il mazzo e si ritrovano sempre più povere. Milioni di lavoratori presi in giro da trent’anni di politica salariale e fiscale.
Il rapporto parla chiaro: scarsa capacità di contrattazione, precarizzazione del lavoro ed esplosione del part-time sono gli elefanti nella stanza di queste dinamiche. Non i contratti pirata.
L’83,7% degli impiegati e degli operai guadagna meno di 35.100 euro lordi l’anno.
Tra il 1990 e il 2018 siamo passati da 0,5 a 4,8 milioni di operai e impiegati assunti part-time. Nel 2018 circa un lavoratore su tre aveva un contratto a tempo parziale.
E no, non si tratta di liberazione dal lavoro, ma di un sostanziale e profondo impoverimento. Il 51,3% del part-time è involontario: si tratta di persone che vorrebbero lavorare di più. E chissà quanti altri sono part-time solo sulla carta e nella busta paga, mentre poi lavorano a tempo pieno.
Viviamo nell’era del ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, festivi inclusi — a parte pochi comparti — ma ai lavoratori si continuano a offrire contratti a tempo parziale. Non trovate che ci sia qualcosa di strano nel modo in cui viene organizzato il lavoro?
Non è forse vero che lavoratori e lavoratrici vengono spremuti ben più di prima, costretti a svolgere più mansioni in meno tempo, magari senza pause o con pause ridotte, provando persino a non riconoscere come lavoro il tempo necessario per il cambio del vestiario?
Questi fatti non sono una calamità naturale. Non sono un asteroide arrivato dallo spazio e non sono neppure il risultato di qualcosa accaduto sotto un solo governo.
Sono il risultato di trent’anni durante i quali i salari e le condizioni materiali di vita della maggioranza delle persone — lavoratori, lavoratrici e disoccupati — sono stati sacrificati sull’altare della responsabilità, della negazione del conflitto e del “tutto sommato, meglio poco che niente”.
E così quel poco è diventato enorme, ma con un segno meno davanti.
Per trent’anni si è accettato che fossero le imprese a decidere che i salari avrebbero dovuto seguire la produttività — che, in fondo, è una misura dello sfruttamento — e che quindi potessero aumentare soltanto nelle aziende più forti.
Nel frattempo le aziende scorporavano dal proprio perimetro sempre più attività, in modo da pagare scarsi aumenti soltanto a una parte sempre più piccola dei lavoratori. La maggioranza di chi quel valore lo produceva, invece, si attaccava letteralmente a quel coso là.
Trent’anni durante i quali si è accettato che diventassimo un paese di hamburgerie, bed and breakfast, lettini e ombrelloni.
Trent’anni durante i quali si è accettato lo smantellamento dei servizi pubblici: medici, infermieri, insegnanti e ingegneri, mentre tutto il resto veniva esternalizzato — addetti alle pulizie, mense, autisti di autobus e magazzini.
Trent’anni a dire che il problema salariale andava risolto abbassando le tasse e il cuneo fiscale, invece di aumentare i salari lordi.
E i salari hanno continuato a diminuire per la maggioranza delle persone, diventando ogni anno più insufficienti rispetto a spese crescenti. Perché fin qui abbiamo parlato di salari, ma non abbiamo ancora detto quante cose in più dobbiamo pagare con quei soldi: paghiamo di più la scuola, la sanità e i trasporti. Paghiamo di più la casa, il caffè e i vestiti.
L’Ufficio parlamentare di bilancio si pone proprio questa domanda: questo cuneo fiscale e queste riforme dell’Irpef quali effetti hanno avuto sulla dinamica salariale?
Bonus, detrazioni e sgravi hanno sostenuto solo in parte il reddito netto, soprattutto nella fascia medio-bassa. Ma non hanno aumentato il salario pagato dalle imprese né restituito potere d’acquisto ai lavoratori.
Nel 2026 anche i redditi netti sono distribuiti in modo molto più diseguale rispetto al 1990.
Inoltre, il fisco si è fatto sempre più diseguale, perché le tasse sul totale dei redditi posseduti — comprese rendite, redditi finanziari, patrimoni e successioni — sono più basse. A rendere iniquo il sistema fiscale contribuisce anche quella stramaledetta flat tax che persino l’Europa ha reputato inaccettabile.
L’effetto parzialmente positivo delle riforme fiscali non è crescita salariale.
È il gioco delle tre carte: le tasse pagate dagli stessi lavoratori compensano salari pubblici e privati insufficienti per la maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici.
Non è una novità. È un fatto, un risultato che alcuni di noi hanno sempre ripetuto. Un risultato sotto gli occhi di tutti.
Eppure si è continuato a rivendicare sempre e soltanto il taglio delle tasse sul lavoro — per le imprese e per i dipendenti — e quello stramaledetto cuneo fiscale.
Si sono così succeduti i rapporti di tante istituzioni e di tanti ricercatori che spiegavano come i salari stessero diminuendo.
Ventiquattro ore di titoletti di giornale e dichiarazioni, poi una scrollata di spalle e via.
La questione sociale del paese è stata normalizzata. Non fa più effetto, non crea nausea, vertigini o rabbia. Non crea conflitto. Non produce quel sussulto di dignità e di autocritica che dovrebbe portarci a dire: abbiamo fatto solo cazzate, scusate, dobbiamo seriamente cambiare registro.
L’UPB non le manda a dire. Avete ritoccato un pochino i salari netti attraverso il fisco, ma si tratta di maquillage.
L’Irpef interviene sempre e solo dopo che il mercato del lavoro ha prodotto precarietà e salari da fame.
La funzione redistributiva dell’Irpef, si legge nella Nota, «rappresenta una risposta ex post a fenomeni emersi nel mercato del lavoro che non affronta le cause strutturali della stagnazione retributiva».
La capacità della contrattazione di distribuire reddito da lavoro, conquistando aumenti salariali, è stata progressivamente manomessa.
Chi doveva rappresentare i lavoratori — la maggioranza della società — ha accettato la moderazione salariale, affidando a bonus, sgravi e detrazioni il compito di compensare ciò che non veniva più ottenuto nei contratti.
Il fisco ha così preso il posto del conflitto salariale: alla rivendicazione di salari più alti, pagati dalle imprese, si è sostituita la richiesta di flebili compensazioni finanziate dalla collettività.
La Nota parla prudentemente di un possibile “equilibrio implicito” tra politiche fiscali accomodanti e moderazione salariale. Ma questo equilibrio ha avuto un costo: una contrattazione più debole e salari sempre più bassi.
C’è bisogno di ribaltare tutto.
Il fisco interviene quando il conflitto è già stato deciso: dopo che alle lavoratrici e ai lavoratori sono rimasti salari da fame, precarietà e lavoro povero, mentre profitti e rendite continuano ad aumentare.
Chi lavora paga due volte: con una busta paga insufficiente e con la distruzione dello Stato sociale, che significa anche salari da fame per chi lavora negli appalti, compresi quelli pubblici, a tutti i livelli.
Il modo di fare politica a sinistra deve cambiare radicalmente.
Non bisogna amministrare meglio il lavoro povero, smussando qua e là — peraltro senza risultati — qualche angolo troppo spigoloso.
Bisogna invece rivendicare salari lordi molto più alti e un ancoraggio automatico all’inflazione, compresa quella energetica.
Bisogna rivendicare un salario minimo legale netto di almeno 13 euro l’ora, indipendentemente dalla mansione, dal comparto, dall’età, dal genere e dal livello di istruzione.
Bisogna rivendicare l’internalizzazione dei servizi pubblici: dagli ospedali alle biblioteche, dalle mense agli educatori, dagli aeroporti alle università.
Bisogna cominciare a dire che non è possibile offrire contratti part-time se un’azienda opera per più di otto ore al giorno.
Bisogna ricominciare a restituire ai cittadini sicurezza sociale, invece di abituarli ad accettare una vita di sacrifici e cessioni del quinto per pagare i regali di Natale ai figli o le poche vacanze nel mese di agosto.
Marta Fana















