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MATERIALISMO STORICO COME LEGGE DELL’IA

Riceviamo e pubblichiamo
di Luca Cesaroni
Secondo uno studio della Fondazione Randstad AI & Humanities, l’automazione mette a rischio circa 10.5 milioni di lavoratori italiani. L’impatto varia significativamente in base al livello di professionalità; la fascia più colpita è quella a livello basso (46,6%), seguita dal livello medio (43,3%) e infine da quello alto (9,9%). Naturalmente l’effetto a livello lavorativo e sociale non è uniforme e varia a seconda di vari settori; i più vulnerabili sono gli addetti alla logistica, alle manifatture, ai servizi d’ufficio, al commercio e alla ristorazione. Da un punto di vista demografico le donne risultano più esposte degli uomini e, tra le fasce d’età, gli anziani sono più a rischio rispetto ai giovani. Se Analizziamo il fenomeno prendendo in considerazione il discriminante dell’istruzione notiamo un riscontro interessante: chi ha una bassa qualifica è nettamente più vulnerabile. Al contrario, i profili con titoli di studio più elevati e competenze specialistiche (es. ingegneri di machine Learning, esperti di data scientist e cyber security) vedranno nascere nuove opportunità.

Quest’ultimo punto consente di abbandonarsi a diverse riflessioni di carattere filosofico. Da quando l’uomo ha iniziato a modellare la materia per estendere le proprie capacità, la tecnologia non è mai stata un semplice strumento neutrale, ma uno specchio in cui la società riflette le proprie strutture di potere, i propri desideri e le proprie contraddizioni. Nel pensiero di Karl Marx, la storia dell’umanità si configura come un dinamico e talvolta drammatico processo dialettico, in cui la spinta propulsiva delle forze produttive finisce inevitabilmente per scontrarsi con la rigidità dei rapporti di produzione che pretendono di ingabbiarla. Oggi, di fronte all’avvento dell’Intelligenza Artificiale, una forza produttiva capace di evolversi a ritmi esponenziali e di ridefinire il concetto stesso di lavoro e di intelletto, questo schema interpretativo torna a interrogare con urgenza il nostro presente. Ci troviamo così dinanzi a un nodo filosofico e politico fondamentale: l’accelerazione tecnologica e l’asimmetria con le nostre strutture sociali condurranno a un’alienazione permanente dell’essere umano di fronte alla macchina, oppure rappresentano l’innesco di una contraddizione insostenibile destinata a trasformare radicalmente il modello economico e sociale attuale? Una domanda la cui risposta necessita inevitabilmente di un’argomentazione strutturata.

Ne L’Ideologia tedesca, Marx ed Hengels elaborarono la concezione materialistica della storia, basata su alcuni pilastri fondamentali. A differenza del pensiero hegeliano, secondo cui la Storia non è altro che il percorso razionale dello Spirito del mondo, in quest’opera il processo storicosi identifica nell’evoluzione dei mezzi e dei rapporti di produzione al cui centro c’è l’economia. Marx sviluppa la sua posizione autonoma superando i limiti dei suoi due punti di riferimento. Anzitutto critica il materialismo “passivo” di Feuerbach; l’uomo non è solo sensibilità, ma attività e creatività: l’essenza umana non è un’astrazione immanente nell’individuo, ma l’insieme dei rapporti sociali, arrivando a rifiutare anche la concezione idealistica la quale trascura l’aspetto materiale e sensibile dell’essere umano.
Per Marx l’economia, non l’idea, è il vero motore della storia e viene indicata come la Struttura: essa si divide in forze produttive (forza-lavoro, mezzi tecnici e conoscenze scientifiche) e rapporti di produzione, ossia tutti i rapporti sociali e di proprietà che si instaurano durante la produzione. È proprio la contraddizione tra questi due elementi che produce e innesta un processo di mutamento storico-sociale. Quando le forze produttive si sviluppano, i vecchi rapporti di produzione diventano un ostacolo, delle vere e proprie catene. Tale sviluppo innesca una fase di rivoluzione che porta all’affermazione di una nuova classe dominante. Basti pensare al passaggio dal feudalesimo all’età moderna, con l’ascesa della borghesia; ciò avviene solo quando la vecchia formazione sociale dominante ha sviluppato nel massimo grado possibile tutte le forze di cui dispone: raggiungendo la propria maturità, una forma sociale prepara la propria crisi.

Cercando di confrontare tali considerazioni con il fenomeno, che sta caratterizzando e condizionando sensibilmente l’economia attuale, siamo in grado di giungere a conclusioni alquanto interessanti.

l’IA rappresenta uno sviluppo senza precedenti delle forze produttive, ma i rapporti di produzione rimangono ostinatamente ancorati a schemi tradizionali. Invece di innescare un’immediata liberazione dal lavoro o un cambio di paradigma, questo squilibrio sembra congelare la società, rendendo gli individui subalterni a forze tecnologiche che non possiedono né controllano. Tuttavia, per comprendere se questo “blocco” sia definitivo o soltanto una fase transitoria, occorre analizzare la specifica natura di questa nuova forza produttiva. A differenza delle rivoluzioni industriali del passato, in cui la macchina integrava o sostituiva prevalentemente la forza muscolare, l’Intelligenza Artificiale compie un salto, non solo di grado, ma qualitativo intaccando le funzioni cognitive, analitiche e creative, fino ad oggi considerate di stretta pertinenza dell’uomo-lavoratore. Si manifesta qui un primo paradosso: i modelli di IA vengono addestrati attingendo all’immenso patrimonio di dati, codici, testi e opere prodotti collettivamente dall’umanità nel corso del tempo. Privata della propria centralità nel processo produttivo, la forza lavoro vede crollare il proprio potere contrattuale e le proprie forme di organizzazione, mentre la ricchezza si liquida in forme di monopolio senza precedenti.

I rapporti di produzione attuali, infatti, non solo non sono evoluti, ma si sono ulteriormente irrigiditi attorno a poche mega-corporazioni. A causa degli enormi costi di capitale necessari per sviluppare e mantenere l’infrastruttura dell’IA (data center, super computer, energia), il mercato non produce concorrenza diffusa, ma un vero e proprio “Tecno-feudalesimo”. Le grandi piattaforme diventano feudi digitali e la ricchezza viene estratta sotto forma di rendita da chiunque debba accedere a tali strumenti. L’individuo, svalutato come lavoratore, si ritrova ridotto a utente-servo che alimenta costantemente il capitale con i propri dati quotidiani.