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“Umbria fra galleggiamento e declino”, un dibattito aperto sulla nostra regione

Venerdì 17 aprile, presso la sala di Palazzo Penna, si è tenuto un interessante convegno sull’Umbria. Il titolo del dibattito “Umbria fra galleggiamento e declino”. Ad organizzarlo le associazioni Micropolis e Umbrialeft-aps, le stesse protagoniste della pubblicazione dell’omonimo pamphlet.
A dibattere sull’Umbria un parterre di tutto rilievo: Renato Covino (Micorpolis), Simone Pampanelli (CGIL), Lucio Caporizzi (economista), Giuseppe Castellini (giornalista), Mari Ripalvella (regione Umbria), Giuliano Granocchia (Confesercenti Umbria), Ulderico Sbarra (Micropolis). Il dibattito è stato moderato da Vittorio Tarpanelli (Micropolis).
Ha iniziato il Prof. Covino spiegando le ragioni della crisi dell’Umbria che si evidenzia in maniera strutturale dal 2008, innescata dalla crisi finanziaria che ha investito tutto l’occidente e che ha provocato un crollo dell’edilizia e della produzione industriale. Questa crisi ha evidenziato quella di un gruppo dirigente umbro, sia politico che industriale, che non riesce a trovare elementi di discontinuità per sollevare le sorti economiche e sociali della regione. Non si pianifica nessun progetto di ripubblicizzazione dei servizi (scuola, sanità, asili nido); il sistema idrico è stato ceduto ai privati; il manufatturiero è in crisi permanente, come quello metalmeccanico. Il calo demografico, caratterizzato da una densità demografica squilibrata, completa questa fase che acutamente è stata definita, appunto, “fra galleggiamento e declino”. È, quindi, da un’idea nuova di società, che preveda una politica di cooperazione fra istituzioni e mondo economico, che consideri seriamente importanti investimenti pubblici in una società di mercato globale dove operano diversi capitalismi, spesso con interessi conflittuali.
Simone Pampanelli ha evidenziato come anche il settore tecnologico contribuisca ad acutizzare questa crisi. Non si investe in ricerca scientifica, l’eccellenza giovanile, che si forma nella nostra università, emigra all’estero per cogliere opportunità più vantaggiose, sia in termini economici che di prospettiva futura.
Caporizzi, criticamente, si è rivolto alla classe dirigente: risorse spese in investimenti improduttivi, difficoltà a leggere e comprendere i processi che hanno cambiato radicalmente l’Umbria. La globalizzazione neo-liberista e la finanziarizzazione dell’economia hanno contribuito ad accelerare questa crisi. Il periodo che ha visto un periodo di crescita dell’Umbria, nei decenni ‘70 e ‘80, è dovuto ad un fatto congiunturale che vedeva come protagonisti l’impresa e l’apparato pubblico. L’avvento del liberismo ha determinato la fine di quella congiuntura. La risposta a questi cambiamenti epocali, è stata la distribuzione di contributi a pioggia, e solo in alcuni settori. Questo ha privilegiato alcune realtà escludendo di fatto comparti economici che invece avrebbero avuto un impatto positivo rispetto alle esigenze economiche regionali. Inoltre, anche in Umbria, la rendita ha prevalso sull’economia reale. Ingenti risorse economiche sono state stanziate sul il turismo, specialmente per la realizzazione di agriturismi, a danno dell’industria e del welfare.
Interessante e pieni di dati, fondamentali per capire fino in fondo la realtà dell’Umbria, è stato l’intervento di Castellini. Le imprese di capitale sono il 20% dell’economia reale della regione. Fatturano il 70% del PIL per circa 40 miliardi. Rispetto al periodo pre-covid (2019) i ricavi hanno avuto un incremento dell’82%, i profitti dell’85%. Il lavoro è più povero, l’indice EDITDA, ovvero il rapporto margine/fatturato, è all’8%, al di sotto di quel 10% che è la soglia minima che attesta un’economia in crescita. Occorrerebbe aumentare di 800 milioni il fatturato per raggiungere l’equilibrio. Tutti i settori portanti dell’economia umbra (industria, commercio, turismo, terziario) registrano delle criticità. Il turismo in particolare, da molti individuato come quello che può rilanciare il progetto Umbria, è quello più debole. Quindi, secondo uno studio fatto dall’Università di Perugia, sarebbe sbagliato basare l’economia umbra su questo settore.
Il problema del calo demografico è stato l’intervento di Mari Ripalvella. Il dato è allarmante: una decrescita costante si registra ogni anno. Dal 2013 c’è stata una diminuzione della popolazione di 42 mila unità; secondo uno studio si proietta che nel 2054 la popolazione calerà di ulteriore 240 mila persone. Causa di questo declino è l’elevata percentuale di morti ed un tasso bassissimo di natalità. Inoltre, l’uscita di giovani, determina un saldo migratorio in deficit. L’emigrazione giovanile contribuisce notevolmente a questo gap. Il lavoro precario e malpagato sia nella ricerca scientifica che nell’industria e nel terzo settore; i salari al di sotto della media nazionale, la più bassa in Europa; sono le cause scatenanti di questo vero e proprio esodo giovanile.
Giuliano Granocchia è intervenuto analizzando il commercio in Umbria. Un territorio, ha detto, dove vi è la più alta concentrazione della grande distribuzione, che di fatto ha depauperato i centri storici di città e paesi. Un’economia penalizzata dalle politiche neoliberiste e dalla dismissione dell’impresa pubblica e che evidenzia in’Umbria realtà contrastanti fra i vari territori della regione. Una di queste è il PIL di Bastia Umbra più alto di quello di Assisi a vocazione prevalentemente turistica. Questo a dimostrazione di quanto il settore del turismo non possa essere un asset strategico per la rinascita dell’Umbria.
L’ultimo intervento quello di Ulderico Sbarra, il quale ha contestato una narrazione che contrasta con la realtà, ha parlato della crisi di rappresentanza dei partiti politici e, quindi, della politica, con il conseguente scollamento fra società civile e istituzioni.
Ma l’Umbria tutta, non può ripartire che dalla sua storia, dalle sue tradizioni culturali di pace e universalismo. Per molti anni è stata un modello, un esempio. Certo è che le politiche di rigore monetario, introdotte con gli accordi di Maastricht, i conseguenti patti di stabilità economica, addirittura inseriti in Costituzione, hanno fatto si che la crisi economica in Umbria abbia avuto risvolti più pesanti che nel resto d’Italia.
È vero che la crisi dei partiti ha determinato anche quella delle istituzioni e, conseguentemente, aggravato quella economica, ma non per questo è venuto meno nella società il bisogno di politica. Una domanda che i cittadini avanzano con forza. Da questa necessità si sta sviluppando l’associazionismo. Questa iniziativa ne è testimone. In Umbria si vedono sempre più cittadini organizzarsi in associazioni per darsi una risposta, per aprire dibattiti, per esprimere un pensiero critico.
Da questo mondo l’Umbria può ripartire per un nuovo “New Deal”.


Attilio Gambacorta (Umbrialeft)