Tra la fine del 2026 e il 2027 si concentra una sequenza straordinaria di elezioni politiche nazionali: Stati Uniti, Italia, Brasile, Serbia, Israele, Spagna, Francia, Finlandia, Polonia, Grecia, Slovacchia e altri Paesi. Una stagione elettorale che non può essere letta soltanto attraverso la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra. C’è una domanda più profonda: quanto contano oggi l’età dei leader, gli anni trascorsi al potere, l’esperienza di governo e la domanda di cambiamento?
Le midterm americane del 2026 sono un buon punto di partenza. Trump avrà 80 anni e quasi otto anni complessivi alla Casa Bianca. Ma non sarà in gioco la sua rielezione: sarà soprattutto un giudizio politico sulla sua presidenza e sulla capacità del suo movimento di mantenere il controllo del Congresso.
Guardando alle altre elezioni, emergono almeno cinque situazioni.
1. I grandi veterani del potere
Brasile, Serbia e Slovacchia. Lula (contro la dinastia Bolsonaro), Aleksandar Vučić e Robert Fico rappresentano leader con una lunga esperienza politica e di governo.
Qui la domanda è semplice: l’esperienza è ancora una forza oppure è diventata una responsabilità per ciò che è stato fatto e per ciò che non ha funzionato?
2. L’alternanza tra professionisti della politica
Spagna, Polonia e Grecia. Pedro Sánchez e Alberto Núñez Feijóo, Donald Tusk e i suoi avversari, Kyriakos Mitsotakis e le forze che proveranno a sfidarlo. Può cambiare il governo, ma senza necessariamente produrre un vero ricambio generazionale. È soprattutto alternanza tra classi dirigenti politicamente consolidate.
3. La domanda di ricambio generazionale
La Finlandia rappresenta uno degli esempi più interessanti. Il confronto tra Antti Lindtman e Petteri Orpo porta in primo piano una generazione politica diversa rispetto ai grandi protagonisti della stagione precedente.
Qui la questione non è soltanto destra o sinistra, ma chi rappresenta meglio il passaggio a una nuova generazione politica.
4. Il veterano contro una diversa forma di esperienza
Israele rappresenta un caso particolare. Da una parte Benjamin Netanyahu, 77 anni e una delle più lunghe esperienze di governo nella storia israeliana. Dall’altra figure come Gadi Eisenkot, 66 anni, con una fortissima esperienza militare ma una storia politica nazionale molto più recente.
Non è semplicemente giovane contro anziano. È lunghissima esperienza di governo contro una diversa forma di esperienza.
5. La Francia: longevi nella politica, nuovi al governo nazionale
La Francia presenta uno scenario ancora diverso.
Macron non può ricandidarsi e la partita diventa quindi quella della successione. Ma i possibili protagonisti, da Marine Le Pen a Édouard Philippe, non sono nuovi alla politica: hanno alle spalle anni, in alcuni casi decenni, di esperienza politica. Eppure, per alcuni dei principali candidati, la presidenza della Repubblica rappresenterebbe una prima vera esperienza di governo nazionale.
È un paradosso interessante: politicamente longevi, ma istituzionalmente nuovi.
E l’Italia?
La partita italiana è ancora aperta. Giorgia Meloni arriva al 2027 con una relativa giovane età politica, ma anche con cinque anni di esperienza di governo. Il centrosinistra deve invece decidere con quale profilo affrontarla.
Può puntare su una nuova generazione politica, come Elly Schlein: una forte esperienza politica, ma ancora nessuna esperienza di governo nazionale.
Può scegliere una figura con esperienza sia politica e che di governo, come Giuseppe Conte o Paolo Gentiloni.
Oppure può cercare un outsider, capace di rompere gli schemi e intercettare un elettorato che oggi non si riconosce nei partiti.
Tre strade molto diverse con una partita ancora da giocare.
Una partita che non riguarderà soltanto chi sarà il candidato del centrosinistra o chi riuscirà a sfidare Meloni.
Riguarderà anche che cosa gli italiani vorranno giudicare: il governo che c’è stato, la classe politica che lo ha sostenuto, oppure la capacità di chi si propone di aprire una fase nuova.
Magari riuscendo a convincere anche quella parte crescente del Paese che oggi non sceglie né l’uno né l’altro: semplicemente non vota.
Tratto da un post pubblicato su Facebook da Luca Ferrucci













