
Contro il progetto di riarmo europeo e contro un’Europa delle disuguaglianze e dell’austerità bisognerebbe fare quello che Sanders e Ocasio Cortez stanno facendo negli Usa: ricucire una visione di classe
Bernie Sanders e Alexandria Ocasio Cortez stanno girando gli Stati uniti, riempiendo piazze e palasport, con una piattaforma tanto semplice quanto chiara: no all’autoritarismo e no all’oligarchia. Un senatore di 83 anni e una deputata di 35 anni, in barba a tutte le letture convenzionali che vogliono costruire costantemente uno scontro generazionale, funzionale ad abbassare le soglie dei nostri diritti universali, hanno deciso di prendersi cura dello sconforto e dello smarrimento della comunità progressista statunitense dopo l’elezione di Donald Trump. Un colpo fortissimo e uno sbandamento che, in un primo momento, ha sterilizzato le forme della protesta come invece non accadde subito dopo la prima elezione di Donald Trump nel 2017. È un lavoro di cura e di prossimità, visto che si sposta giorno dopo giorno in ogni Stato degli Usa, e tocca con mano rabbia e frustrazione, paure e difficoltà. Occorre guardare con attenzione a questo fenomeno, soprattutto dalle nostre latitudini altrettanto impaurite e in preda al panico per quello che si prospetta come l’inizio di un nuovo ordine mondiale: quello dei più forti che si mettono d’accordo tra loro sulle spalle di tutti e di tutto.
Sarebbe bene ragionare sul perché, pur da orgogliosi americani, Sanders e Ocasio Cortez non abbiano deciso di lanciarsi in questo giro per gli Usa al grido di «Più Stati uniti d’America» o «Diamo più forza agli Usa» o ancora «Difendiamo la democrazia», come invece si è fatto e si sta facendo in Europa. La domanda non vuole essere polemica ma ci aiuterebbe a capire perché a un giusto sentimento si è risposto con una chiamata sbagliata e soprattutto senza chiarire di cosa abbiamo bisogno in Europa per rispondere con credibilità alla violenta politica estera statunitense e al pericoloso rinculo bellico comunitario voluto dalla Commissione e dal Consiglio Europeo.
Il riarmo infinito
Prima di tutto occorre prendere atto che non tutto è accaduto qualche mese fa, questione non secondaria che smonta questo bisogno ammantato di urgenza. Mi riferisco, ad esempio, alle parole dell’ex presidente del Consiglio europeo Charles Michel pronunciate poco più di un anno fa (marzo 2024) che, prima con un editoriale pubblicato sulle principali testate europee, poi con un vertice del Consiglio convocato appositamente, illustrava la strada che l’Europa e i paesi membri avrebbero dovuto percorrere. Il titolo di quell’editoriale era assai indicativo del contenuto: «Se vogliamo la pace, prepariamoci alla guerra». Eppure tutto passò sotto silenzio e nessuno diede importanza a quella che già si presentava come una chiara indicazione di percorso. Negli Stati uniti non c’era Trump, l’Ucraina combatteva per riconquistare i suoi territori e a Gaza si moriva non solo per le bombe e per gli assalti dei militari dell’esercito israeliano, ma anche e soprattutto per fame, sete, epidemie, mancanza di cure mediche e medicine. Alcuni di noi stavano alle porte di Rafah, ad assistere allo sterminio programmato e sadico di un popolo, mentre in Italia si discuteva se era il caso di usare la parola genocidio. Nessuna piazza fu lanciata e nessun media pareva interessato alla fase nella sua drammatica organicità.
In secondo luogo credo sia utile ragionare su cosa e chi vogliamo difendere armandoci fino ai denti. A cosa serve ReArm Europe, recentemente varato dal Parlamento europeo su proposta della presidente della Commissione, non è e non può essere una domanda retorica che facciamo per spirito polemico. Non foss’altro perché prevede investimenti diretti e indiretti per 800 miliardi di euro che da qualche parte andranno presi e da qualche parte andranno tolti. Ci viene detto che serve perché dobbiamo difendere l’Ucraina, dato che gli Stati uniti stanno dismettendo il loro apporto strategico/militare. Già oggi l’Europa spende in armi, apparato della difesa, tecnologie militari molto di più di quello che spende la Russia, e da tre anni l’industria militare europea sostiene l’esercito ucraino. Dobbiamo fare di più fino a quando la Russia non soccomberà militarmente, come ci ricordano spesso diversi personaggi politici nostrani? Dobbiamo fare quello che gli Stati uniti non vogliono più fare nel momento stesso in cui Trump tratta direttamente con Putin, tagliando fuori l’Europa e di fatto gli stessi ucraini, e chiama a Washington Zelensky per sottoporre a lui e al suo popolo il pizzo: vuoi continuare a essere difeso (dagli europei)? Dai a me le terre rare. Dov’è in tutto questo la politica?
Da tre anni per quella estera ci pensa la Nato. Per molti altri ReArm Europe serve per costruire finalmente il primo passo per la difesa comune europea. Un passo decisamente sbilenco, dato che stiamo andando a spendere ancora di più e, soprattutto, stiamo rafforzando i singoli Stati dal punto di vista militare. Compresi quelli che fino a oggi hanno agito più sotto l’influenza di Mosca che di Bruxelles. Si può davvero pensare di costruire una difesa comune europea senza avere uno straccio di politica estera comune? Con una presidente della Commissione europea che ha deciso di affidare politica estera, economica, difesa e spazio a tre esponenti – lo dico con grande rispetto – tutti dei paesi baltici come Lituania, Estonia e Lettonia?
E allora, di quelle sentite fino a oggi, rimane una possibile terza risposta: dobbiamo investire su ReArm Europe per difendere la democrazia. Ma quale democrazia? Quella rappresentata in questi anni dall’idea della fortezza Europa assediata che ha respinto, foraggiato criminali di Stato, armato i suoi Stati membri, esternalizzato le frontiere per impedire gli arrivi delle persone via mare, anche attraverso la costruzione di veri e propri lager, e taciuto di fronte al genocidio palestinese, garantendo totale impunità a dei criminali di guerra? Quell’Europa democratica che si è mangiata la Grecia e che per anni ha inneggiato all’austerità, producendo povertà e diseguaglianze? O ancora quell’Europa pronta a essere armata di tutto punto ma a scapito di tutto il resto? Qual è dunque il concetto di democrazia che dobbiamo difendere?
Democrazia per pochi
Temo non ce la caveremo dicendo che dobbiamo difendere la democrazia con le armi; una democrazia che è fondata sempre più sulla libertà dei più ricchi, a servizio di una destra ultra capitalistica che ha un disegno ben chiaro: usare lo spazio politico per distruggere lo spazio pubblico, sovvertire i principi dello stato di diritto, le istituzioni liberali, abbattendo con la scure un secolo di conquiste, mettendo in conflitto perenne capitale, tecnologia, lavoro e democrazia. Si, siamo sotto attacco e sono sotto attacco le pietre miliari dell’Europa pensata a Ventotene (mai attuata neppure per sbaglio bisognerebbe ricordarlo a chi si indigna di fronte alle parole della presidente del consiglio italiano), fondate sull’illuminismo e sullo Stato di diritto.
E allora che fare? Intanto, pensare che secondo una ricerca sui giovani italiani under 30 promossa dall’Arci e realizzata da Ipsos, una ragazza su quattro si sente infelice e il 65% non trova alcuna aderenza tra la vita sognata e la cruda realtà. E dove il 47% non riesce proprio a immaginarsi a cinquant’anni. E poi tornare a Bernie Sanders e Alexandria Ocasio Cortez e al loro prendersi cura dello smarrimento, dello sconforto e della disillusione di ormai ampissimi strati della popolazione, provando a ricucire laddove è possibile un filo unico, di classe. Una azione che non è carità benevola o buonismo ma è azione politica emancipatrice che rinsalda una divaricazione generazionale ormai ai limiti di guardia. Assumendo una volta per tutte che il mondo è cambiato e dunque noi siamo chiamati al cambiamento. Siamo tutte e tutti succubi di una cultura individualista sin dagli anni Ottanta tanto che rimane stampato nella nostra memoria l’adagio del pensiero iperliberista ispirato da Margaret Thatcher. «Non esiste la società, esistono gli individui».
L’Europa che dobbiamo ricostruire deve ribaltare quel principio. Deve vincere ambiguità e sterili richiami privi di aderenza con la realtà drammatica di milioni e milioni di lavoratori, lavoratrici, giovani e meno giovani. E poi deve, a tutti i costi, partendo dal 25 aprile e dal primo maggio e dalla simbolica data dell’8 e 9 maggio (ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale), rimettere in campo un’agenda della pace giusta condivisa. Una mobilitazione permanente nazionale con lo sguardo europeo. Condivisa e inclusiva. O altrimenti non sarà Europa e non sarà democrazia. E non serviranno i carri armati del fronte est per conquistarla, basteranno ancora le elezioni.
*Walter Massa è presidente nazionale dell’Arci.













