Napoli L’angelo della storia e della redenzione calcistica partenopea resta lui: il padrone novecentesco che resiste ai fondi d’investimento
Luca Pisapia, il manifesto
Nella notte illuminata a giorno dai fuochi d’artificio del quarto scudetto napoletano aleggia un corpo celeste. Spiega le ali sul campionato, impossessandosi del pallone, e come l’Angelus Novus di Paul Klee nella sua interpretazione benjaminiana volge le spalle al futuro verso cui è spinto mentre guarda alle rovine che compongono il passato.
E questo corpo celeste che resiste al progresso ha le sembianze di Aurelio De Laurentiis, il padrone assoluto che da un ventennio guida la Società Sportiva Calcio Napoli. Uno dei pochi imprenditori di stampo novecentesco che ancora resiste nel calcio dei fondi d’investimento, uno dei pochi corpi le cui fattezze sono ancora riconoscibili nei flussi immateriali delle proprietà finanziarie senza volto, una delle ultime sacche di resistenza degli utili e del profitto derivati dal pallone nell’oceano dei debiti e dei bilanci in rosso.
CERTO, A CALCIO SI GIOCA sul campo. E la notte illuminata a giorno del quarto scudetto napoletano ha anche i volti di Conte, il condottiero lamentoso e cristologico che attira su di sé la tempesta divina per proteggere i suoi soldati e portarli al trionfo; di McFrtm, al secolo McTominay, lo scozzese caliente anima e core della squadra che ha vinto il campionato meno dominato degli ultimi anni; di Lukaku, indispensabile ariete della strategia militare contiana fatta di sfiancanti attese e improvvise ripartenze (una volta si sarebbe detto catenaccio e contropiede); di Anguissa, Raspadori, Di Lorenzo, Lobotka, Rrahmani. Ma l’angelo della storia e della redenzione calcistica partenopea resta lui: il padrone novecentesco.
L’IMPRENDITORE cinematografico che all’inizio del millennio rileva il Napoli da un propizio fallimento e attraverso una serie di pellicole sicuramente di maggior valore rispetto a quelle da lui prodotte per il grande schermo – grazie alla scelta di superbi registi come Benitez, Sarri, Ancellotti, Spalletti e Conte, e sublimi interpreti come Cavani, Higuain, Callejon, Mertens, Hamsik, Kvaratskhelia e McTominay – lo porta a vincere per due volte il campionato. E lo fa, appunto, macinando e redistribuendosi utili, cosa che nel cacio di oggi non accade più. Nei suoi vent’anni il Napoli ha superato i 3,5 miliardi di ricavi. A giugno 2024 ha chiuso il bilancio con un fatturato di 328,2 milioni di euro e un utile di 63 milioni. Una delle pochissime società in Serie A capace di chiudere i bilanci in attivo. E questi soldi contano per il 90% circa dei ricavi della Filmauro, la società di produzione cinematografica che controlla la Società Sportiva Calcio Napoli e al cui comando siedono lo stesso padrone, la moglie e i tre figli.
QUESTO CORPO CELESTE che celebra le macerie della storia, incapace di redimerle, non si accontenta di fare del Napoli la principale fonte di sostentamento per sé e per la propria famiglia. Ma si prende anche la briga, nel pieno della stagione, di cedere il suo miglior giocatore (Kvara a gennaio al Psg per 70 milioni) e di sostituirlo con una riserva di una squadra arrivata ottava in campionato. E nonostante questo riesce a vincere lo stesso, arrivando un punto sopra l’Inter. Il club proiettato nel futuro, gestito come un asset finanziario dal fondo d’investimento Oaktree Capital Management. La squadra che a sentire gli esperti avrebbe dovuto vincere tutto, la cui rosa (663,80 milioni di euro) vale il doppio di quella del Napoli (335 milioni), che paga il doppio degli stipendi del Napoli (140,5 milioni contro 79), ma che soprattutto nell’ultimo bilancio presenta un rosso da 35,7 milioni di euro e debiti complessivi per 734,8 milioni.
ECCO COME LE MACERIE del capitalismo industriale del passato, quello che privatizza gli utili e socializza le perdite, sovrastano la tempesta finanziaria del futuro che estrae valore dal debito accumulato fino a diventare immagine. Perché il Napoli per due volte in quattro anni è arrivato davanti al Milan del fondo RedBird, a sua volta controllato dal fondo Elliott attraverso il meccanismo di debiti continuamente rinegoziati a tassi sempre più alti. Alla Juventus di Exor, la società olandese che finge di costruire automobili in Italia ma si regge solo su speculazioni finanziarie globali. All’Atalanta inserita dalla narrazione popolare nella riscoperta dei piccoli borghi antichi ma che è in realtà in mano a un fondo specializzato in acquisizioni sportive. Alla Roma, alla Fiorentina e al Bologna degli americani, più interessati a costruire stadi e a fare player trading che ai piazzamenti in campionato. E così via.
NELLA NOTTE ILLUMINATA a giorno dai fuochi d’artificio del quarto scudetto napoletano aleggia un corpo celeste che ha le fattezze novecentesche di Aurelio De Laurentiis, e che parafrasando lo scrittore James G. Ballard ci racconta che anche il futuro che ci attende nel pallone è una catastrofe, già collassata sul presente e sulle macerie del passato.












