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Emergenza lavoro povero


di Stefano Vinti – A cosa effettivamente corrisponde “il miglioramento degli indicatori di bilancio ” o “il robusto mercato del lavoro ” o ” la resilienza economica al rischio eventi”, secondo la valutazione (rating) positiva dell’agenzia Moody’s?
Forse significa che i mercati preferiscono che la produzione industriale crolla da 26 mesi consecutivi, o che il mercato in salute è composto da lavoratori poveri, in maggioranza sopra i 50 anni, che hanno perso la bellezza del 10% e più del loro potere d’acquisto, e che il governo Meloni non ha idea di come spendere i due terzi del Pnrr a un anno dalla scadenza?
In una ricerca della Cgil è stato evidenziato un dato decisivo: in Italia ci sono 6,2 milioni di lavoratori che guadagnano al massimo 1000 euro al mese, dunque meno di 15 mila euro lordi l’anno. Quelli che guadagnano un poco di più, ma comunque meno di 25 mila euro lordi l’anno, sono circa 10,9 milioni di dipendenti.
Dunque, l’esatto contrario della ossessiva propaganda governativa:”tutto va bene in Italia”.
I lavoratori con contratti a termine e part time hanno salari lordi annuali medi rispettivamente di 10,3 mila e 11,8 mila euro.
Quelli che cumulato le due condizioni vedono ridursi ulteriormente il loro salario lordo annuale medio a 7,1 mila euro.
Una forte discontinuità lavorativa ormai è sempre più diffusa, l’83,5% dei rapporti di lavoro cessati ha avuto una durata inferiore all’anno, poco più della metà non sono durati più di 3 mesi, e almeno 2,8 milioni di lavoratori dipendenti hanno una retribuzione oraria inferiore a 9,5 euro lordi.
È emergenza ‘lavoro povero’ mentre il governo festeggia il giudizio positivo delle agenzie di rating, ma sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori, una situazione diventata intollerabile a cui occorre rispondere con la cancellazione della precarietà, invertire il declino industriale con nuove politiche economiche, introdurre il salario minimo e perché no, ridurre l’orario settimanale di lavoro.
Tutte buone ragioni per votare ‘5 SI’ al referendum dell’8 e 9 giugno.
(Tratto da un articolo di Roberto Ciccarelli su il manifesto)