Gionata Gatticchi (nella foto) è capogruppo del Partito Democratico a Città di Castello e componente della segreteria regionale del PD dell’Umbria come responsabile Enti Locali. Da anni impegnato nella politica locale e regionale, ha costruito il proprio percorso all’interno del centro sinistra, con un’attenzione costante ai temi della partecipazione democratica, dei servizi pubblici e dello sviluppo del territorio. In Consiglio comunale rappresenta una delle voci più autorevoli della maggioranza. UmbriaLeft lo ha intervistato.
Gionata, qual è il tuo giudizio sul governo guidato da Giorgia Meloni?
Il giudizio è nettamente critico: siamo di fronte a un governo che, sul piano sociale, non sta invertendo le disuguaglianze e anzi tende a normalizzarle, spostando sempre più il baricentro verso un’idea di società dove chi è forte regge e chi è fragile si arrangia.
Per noi l’orizzonte è l’opposto: invertire la rotta rispetto al centrodestra, rimettendo al centro uguaglianza, giustizia sociale e diritti, perché senza coesione non c’è sviluppo. Un dato parla più di mille slogan: in Italia oltre 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta (anno 2024, stima Istat). Quando un Paese convive stabilmente con questi numeri, la politica ha un dovere: alzare i salari, difendere i servizi pubblici, garantire accesso alle cure e opportunità reali, non alimentare una competizione sociale al ribasso. E qui arriva il punto decisivo: le istituzioni non devono limitarsi ad “amministrare”, ma devono essere uno scudo. Il compito dello Stato e degli enti locali è chiaro: non lasciare indietro nessuno, stare nei luoghi del disagio, riconoscere le nuove fragilità e costruire risposte concrete, dentro le comunità.
Una forte crisi sociale ed economica investe l’Umbria. La nostra regione è ufficialmente nella ZES. Come leggi questa situazione e quali sono, secondo te, le ricette per affrontarla?
L’ingresso dell’Umbria nella ZES è un segnale forte: certifica che qui c’è un bisogno di rilancio e che servono strumenti straordinari. L’estensione della ZES a Umbria e Marche è stata stabilita con una legge del novembre 2025. Ora però dobbiamo dirci la verità: la ZES non è una bacchetta magica, funziona solo se diventa parte di una strategia. Le scelte fondamentali da perseguire, per come la vedo io, sono tre: 1) Politica industriale e lavoro buono: Incentivi sì, ma legati a occupazione stabile, qualità del lavoro, innovazione e filiere. Non possiamo accettare sviluppo fondato su precarietà e salari bassi. 2) Infrastrutture e servizi come leva di uguaglianza: In Umbria la competitività non la fai solo abbassando i costi: la fai se garantisci trasporti, scuole, sanità territoriale, servizi sociali. Senza questo, le aree interne e periferiche continuano a svuotarsi. 3) Transizione ecologica e rigenerazione urbana: Serve un modello di sviluppo che tenga insieme impresa e sostenibilità: energia, mobilità, recupero degli spazi, innovazione. Non è mero “ambientalismo”, è sviluppo moderno. Il punto politico è: la ZES deve essere usata per ridurre le disuguaglianze territoriali, non per alimentare concorrenza tra territori o sussidi senza indirizzo.
Quale valutazione dai del governo della Regione Umbria?
Il giudizio su questo primo anno è positivo: la Regione ha rimesso al centro le cose fondamentali, a partire dalla sanità e dalla coesione sociale. Lo dico senza propaganda: è un lavoro che spesso non siamo riusciti a comunicare abbastanza bene, ma i contenuti ci sono.
Alla conferenza di fine anno, la presidente Proietti ha rivendicato un’impostazione chiara: “una regione che cresce se nessuno resta indietro” e fondata sulla partecipazione.
E soprattutto c’è un fatto politico-amministrativo enorme: la Regione sta portando a compimento il Piano socio-sanitario regionale 2025–2030, su cui non si interveniva dal 2009, con una logica di presa in carico “a 360 gradi” e integrazione tra sanitario e sociale.
Sul fronte delle liste d’attesa, l’azione amministrativa si è focalizzata sull’evasione delle prestazioni urgenti e sulla sensibile riduzione di quelle nei percorsi di tutela.
E c’è anche il lavoro sul PNRR salute e sulle Case di Comunità: l’impostazione è quella di una sanità più vicina alle persone, non centrata solo sugli ospedali.
Per me la questione è semplice: la sanità pubblica è giustizia sociale. E veniamo da anni in cui, con la giunta Tesei, la sanità umbra veniva percepita come un sistema che rischiava di essere smontato pezzo per pezzo, spingendo verso il privato. Oggi l’obiettivo deve essere opposto: rilanciarla, perché la salute non può dipendere dal portafoglio.
Che idea ti sei fatto del Patto Avanti?
Io credo che il Patto Avanti sia stata una scelta giusta e necessaria: ha dimostrato che si può vincere unendo il campo progressista e civico contro le destre, senza rinunciare ai contenuti.
Non è un’etichetta: è un metodo politico. Anche recentemente, nel secondo anniversario, è stato ricordato come abbia funzionato da “motore” delle alleanze che hanno portato alla vittoria di Perugia e poi della Regione.
Io la metto così: dopo anni in cui avevamo perso una “connessione sentimentale” con il nostro popolo, vittorie come quelle di Vittoria Ferdinandi e Stefania Proietti hanno iniziato a ricucire quel legame. Ora però la sfida è politica, non solo elettorale: il Patto Avanti va consolidato e rilanciato nei territori, perché l’unità serve a governare, non solo a vincere.
A primavera 2027 si voterà anche a Città di Castello. Come stanno andando le cose?
A Città di Castello io penso che si debba ripartire da un’idea molto concreta: negli anni di governo di centrosinistra questa è diventata una città in cui, con tutti i limiti del tempo che viviamo, non si lascia indietro nessuno. E questo non è uno slogan: è una cultura amministrativa.
Facciamo due esempi concreti su cui deve concentrarsi l’azione di governo: 1) Rigenerazione e qualità della vita, senza espulsione sociale. Con Agenda Urbana 2021–2027 parliamo di circa 7 milioni di euro per ridisegnare pezzi di città con sostenibilità, mobilità dolce e spazi pubblici: riqualificazione del teatro all’aperto e del Parco Langer (3,1 milioni), piste ciclabili e mobilità lenta, strumenti innovativi come il “Digital Twin”. Questo è un modo moderno di intendere l’amministrazione: trasformare la città senza creare nuove disuguaglianze. 2) Servizi e presa in carico delle fragilità. Qui il punto chiave resta il ruolo delle istituzioni: stare nei luoghi del disagio. Un esempio concreto è il Pronto Intervento Sociale attivo h24 per 365 giorni l’anno: è l’idea che la comunità non abbandona chi è in difficoltà.
E anche sul 2026, il Comune ha indicato un rafforzamento delle politiche sociali su famiglie, disabilità e fragilità.
Politicamente, per il 2027 io credo serva una linea chiara: ripartire dalla coalizione uscente, valorizzare il lavoro amministrativo fatto e allargarla a tutte le componenti del Patto Avanti. Perché la sfida non è solo “vincere” ma è governare tenendo insieme sviluppo e giustizia sociale, e dimostrare – con fatti – che la politica è ancora capace di cambiare la vita quotidiana delle persone.















