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Giuli e Buttafuoco, frondisti alla ribalta

Tardo melonismo Destra ribelle? Anticonformismo? Futurismo del XXI secolo? Esoterismo paganeggiante? Sufismo alla Norma? Da un trentennio abbondante i Buttafuoco e i Giuli sono parte del nostro establishment

Gad Lerner – il manifesto

Troppi giornalisti, emuli improbabili di Alberto Ronchey, al ministero della Cultura! Mestiere evidentemente inadatto, il nostro, a un dicastero che dovrebbe sorvolare le vicissitudini mondane.

Non fosse bastato Gennaro Sangiuliano, prescelto, a quanto leggiamo sull’informatissimo Foglio, solo dopo che Pietrangelo Buttafuoco aveva declinato l’invito ad assumere l’incarico, sinché per terzo sopraggiunse Alessandro Giuli, renitente anch’esso a lasciare la presidenza del museo Maxxi di Roma. Troppi giornalisti, appunto.

La contesa pubblica fra Giuli e Buttafuoco, sapientemente esfiltrata sulle colonne del già citato Foglio di cui furono redattori entrambi, così come gli attuali raccoglitori di indiscrezioni, ma senza trascurare Repubblica perché strizza l’occhio anzitutto al pubblico progressista, si dispiega all’insegna del frondismo.

Il cardinale Mazzarino oggetto di tale fronda sarebbe niente meno che il sottosegretario Fazzolari, guardia d’onore della sovranità di palazzo Chigi. Ma, se volessimo restare nell’ambito del frondismo novecentesco del regime di casa nostra, stenteremmo a ritrovare in Giuli e Buttafuoco dei novelli Giuseppe Bottai e Curzio Malaparte. Tanto meno essi riecheggiano le ben più drammatiche polemiche che a sinistra contrapposero – durante il processo torinese alle Brigate Rosse – un Giorgio Amendola a un Leonardo Sciascia.

Pure stavolta, è vero, sono stati chiamati in causa il senso dello Stato, la collocazione internazionale dell’Italia, l’autonomia dell’arte e la funzione degli intellettuali. Ma per fortuna qui sono solo metaforiche le teste mozzate al ministero romano, mentre a Venezia non ci sono morti ammazzati per la strada bensì file di visitatori. Soprattutto, sia detto senza acrimonia, anzi, col senso di complicità di chi appartiene a una categoria privilegiata non dissimile, le biografie dei contendenti risultano assai più banali.

Destra ribelle? Anticonformismo? Futurismo del XXI secolo? Esoterismo paganeggiante? Sufismo alla Norma? Da un trentennio abbondante i Buttafuoco e i Giuli sono parte del nostro establishment. Hanno avuto i loro spazi sui network televisivi pubblici e privati, hanno potuto pubblicare per le migliori case editrici, frequentato consigli di amministrazione, comitati scientifici, direzioni di riviste aziendali, teatri stabili. Con quali riscontri, lasciamo ad altri giudicare. Sono stati accorti nel girare al largo dalla Rai che gli avrebbe garantito la luce dei riflettori dopo la vittoria elettorale della destra nel 2022. Chi ci ha provato, al posto loro, si è scottato. Ma di certo non stiamo parlando di emarginati.

L’ultimo libro di Buttafuoco è, fin dal titolo, un «panegirico» di Berlusconi leggibile in un verso e nell’altro: lo sfotte o dice sul serio? Due piccioni con una fava. Il penultimo libro di Giuli, dedicato a Gramsci per fornire un «sillabario dell’egemonia contemporanea», sostiene testualmente la proposta di «una destra che sia anche una sinistra tricolore». A Roma direbbero: paraculo. E temo non scherzasse neppure a pagina 34 quando fornisce di sé questo ritratto: «La sorte ha voluto concedermi molte possibilità – che per loro natura sempre si accompagnano alla responsabilità – di contribuire con la mia opera a realizzare un qualcosa che trascenda la minuta vicenda esistenziale».

Roboanti ma spiritosi, desiderosi di stupire e sedurre, oggi Buttafuoco e Giuli sono accomunati, in una rivalità così scomposta da apparire complice, nel desiderio di sganciarsi dal caravanserraglio di Giorgia Meloni. Aspirano a presentarsi come figure di raccordo con altre sponde nella crisi che sta vivendo il fragile nazionalismo italiano.

Il ministro licenzia chi ha negato sostegno al documentario su Giulio Regeni. Il presidente rimpiazza con la trovata del voto popolare la giuria dimissionaria della Biennale – roba da Beppe Grillo – dopo aver provocato sconquasso nella politica estera del governo. Sono frondisti alla ribalta, segnali di transizione, inutile far scommesse sulla loro durata.