di Antonello Tacconi
Di fronte agli inquietanti scenari internazionali che stiamo vivendo, qualche tempo fa hanno destato stupore le parole di un monumento della musica italiana quale è Francesco De Gregori; parole che riportiamo letteralmente:”Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra. Non sono per gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico, ma perché non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo, di certo è un ruolo che non mi sento di condividere. Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele. Non dò lezioni, visto che anch’io ho le idee confuse. Per citare Whitman ‘contengo moltitudini’, il mio pensiero non è totalitario e non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, tanto meno da un uomo di spettacolo, che titoli ha per farlo?”. E dietro alle parole di De Gregori, tra altri cantautori e nel dibattito pubblico si è scatenata la questione se sia giusto che un artista esprima le sue idee politiche e sociali sulla realtà che lo circonda, ovvero se sia giusto che un artista sia “impegnato” o meno. Quasi spontaneamente mi è venuto in mente, in questi giorni che è venuto a mancare, Francesco Guccini e cosa avrebbe detto delle dichiarazioni del Principe De Gregori e del dibattito che si è scatenato dietro. Probabilmente dietro ad un sorriso sornione e bonario, non avrebbe mancato di dire la sua, magari con una dose di quell’ironia che spesso lo contraddistingueva ma che non si nascondeva dietro a tanti giri di parole per dire come la pensava. Soprattutto per uno che, nato in piena guerra (classe 1940), aveva vissuto quella stagione politica e culturale del nostro Paese, a cavallo del boom economico, del ‘68 e continuando il suo percorso artistico oltre: nell’Italia degli anni di Piombo e fino a valicare quel terzo millennio che lo ha visto sempre come memoria dei tempi che viveva da lucido analista; sia che cantasse o scrivesse. Lui che aveva intercettato quella generazione impregnata nell’impegno politico di quegli anni, dove non si poteva tenere i piedi in due staffe ma era quasi obbligatorio stare di qua o di là della barricata. E in fondo a Francesco Guccini non bastavano tanti giri di parole. Le sue idee e i suoi pensieri erano tutti lì: nelle sue magnifiche canzoni che profumavano di vera poesia, che sapevano contemporaneamente toccare il cuore, come la testa di chi le ascoltasse. Uno che si era formato nella sua giovinezza ascoltando tanto la canzone popolare, quelle della tradizione ma anche quello che veniva da oltre oceano. Come ad esempio, quelle di un ragazzo che da Duluth e dal nome d’arte di Bob Dylan stava piano piano conquistando una generazione e lasciando un’impronta perenne nella cultura del ventesimo secolo e di quello attuale. A differenza di De Gregori e dei suoi bei testi ma spesso metaforici e ispirati proprio allo stesso Dylan, le parole di Guccini sono state sempre chiare, di prima comprensione , schiette e dirette, tanto da essere capaci di arrivare dritte al loro scopo, ovvero di comunicare un pensiero, un’emozione , un ricordo, un’idea, una presa di posizione netta. Anzi possiamo senz’altro dire che Francesco Guccini era la “parola”, il messaggio. Uno da sempre appassionato della scrittura, che non aveva completato gli studi universitari ma che nella sua vita a Bologna aveva insegnato lingua italiana agli studenti americani del Dickinson College e che affettuosamente veniva da questi ribattezzato il Maestrone. La passione per la parola che poteva essere declinata sotto forma di testo musicale o di racconto scritto. Sì, perché non va dimenticata anche la produzione letteraria del nostro, dall’esordio nel 1989 di “Cronache Epifaniche” fino al prossimo “Calde le Pere”, postumo che uscirà in questo periodo. Guccini e la parola, dicevamo. Soprattutto declinata nelle sue canzoni che sono le anime di questo che è stato a tutti gli effetti un cantautore nella vera accezione del termine. Canzoni di impegno civile e politico (La Locomotiva una su tutte), canzoni di denuncia (Auschwitz, Dio è Morto tanto per estrarre qualche gemma ) ma anche autobiografiche (Eskimo, l’Avvelenata e tante altre), nonché piccole perle di ironia come Don Chisciotte cantata con Vecchioni, Gulliver o album come Opera Buffa, ad esempio. . Ma Francesco Guccini è stato tanto altro nei suoi dischi. Impegno politico, civile, ricerca delle origini , sentimenti e tanto altro. In una vita sospesa e vissuta “tra la via Emilia ed il West” (altro celebre disco live) ma più precisamente ai bordi dell’Appennino Tosco Emiliano, in quella Pavana, terra natale del padre, dove trascorre la sua infanzia e dove è tornato a viverci fino alla sua recente scomparsa. Un artista impegnato ma paradossalmente, a nostro parere, mai schierato e allineato nel senso più stretto del termine. Le sue idee politiche sono state universali di maggiore giustizia sociale, di uguaglianza e di denuncia per le storture dei suoi tempi. Un artista, ad esempio, che subiva la censura Rai dell’epoca per una canzone, Dio è Morto, che però trovava passaggi radiofonici in quella radio vaticana post Concilio aperta a nuovi messaggi evangelici. Un artista che scrive così tanto da permettersi il lusso di regalare perle del suo canzoniere ai Nomadi o all’ Equipe 84, quest’ultima evoluzione dei complessini di balera dove muoveva i suoi passi. Da qui in poi, come dicevamo, un percorso di tanti dischi e di tante anime “gucciniane” , fino a quando la parola scritta nei libri non ha il sopravvento sulla parola cantata. Questo è successo nel 2012, quando Guccini ha deciso di abbandonare i concerti e gli studi di registrazione, dopo l’ultima fatica dell’album Ultima Thule. Da lì in poi, tanti romanzi per l’appunto, anche se poi in questi ultimi anni verrà spinto a varcare di nuovo le porte di uno studio di registrazione per due album di indubbio valore come “Canzoni dà Intorto” e “Canzoni da Osteria”. Ma qui non parliamo di inediti ma di cover di vario genere ripescate nella tradizione regionale ma anche altre di più ben ampio respiro. E questo è stato l’ultimo Guccini, quello recente, di un signore di ottantasei anni che da tempo sì era ritirato nella sua Pavana, spesso meta di pellegrinaggi di tanti suoi affezionati ascoltatori. A chiusura di questa riflessione scritta all’indomani della sua morte, vogliamo concludere con un aneddoto legato alla nostra Umbria, al di là che da tempo che lo stesso Guccini aveva scelto Gubbio come una delle sue “dimore” temporanee preferite. È stato lui stesso tempo fa a ricordare come il suo primo concerto ufficiale lo tenne nel lontano 1968 alla Pro Civitate di Assisi, con la prima esecuzione in pubblico di “Dio è Morto”. Altri momenti lo hanno legato alla terra umbra. Personalmente lo incontrai al Teatro Lyrick di Santa Maria degli Angeli, dove tenne una lunga intervista che ripercorreva le tappe della sua carriera, senza erò accennare nessuna nota cantata ma lasciando poi la scena ai suoi Musici. Qualche tempo fa, aveva partecipato al Festival del Medioevo di Gubbio, guarda caso, e nella città umbra aveva ottenuto la celebre “patente” da matto con i tre giri intorno alla fontana del Bargello, tanto per rimanere nell’aneddotica. Sempre personalmente il “mio” Guccini risale ad un album considerato minore, Metropolis, ma che all’interno racchiude perle musicali di grande qualità, in una discografia di alto valore e rari inciampi. Mi imbattei in questo disco adolescente, alla radio parrocchiale nella quale conducevo un programma musicale. La canzone “Venezia” fu una folgorazione alle mie orecchie e alla mia immaginazione. Un testo che era una poetica ma dura cartolina non autocelebrativa della città sull’acqua con”Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare, la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi,Venezia la vende ai turisti che cercano in mezzo alla gente l’Europa o l’oriente, che guardano alzarsi alla sera il fumo o la rabbia di Porto Marghera“ E quella Stefania bella e che non stava mai male, ma era morta di parto gridando in un letto di un grande ospedale con il respiro che inciampava nei denti, era per me, adolescente, un testo di una potenza evocativa ed emotiva notevoli. Lo ammetto, non ho mai approfondito moltissimo Guccini e talvolta, almeno per me, quel particolare e unico timbro vocale erano una piccola barriera che mi dovevo sforzare di superare per apprezzare i suoi testi. La voce e le poesie di De André, allora, o i testi densi di misticismo e cultura “altra” di Franco Battiato avevano più presa. Ciò non toglie che anche io ho avuto un “mio” Guccini, come del resto lo hanno avuto tante persone di molte e differenti generazioni. Come sembra che lo abbiano avuto anche esponenti dell’attuale Governo di destra, prendendo però le distanze nel non condividere il suo pensiero “politico”, a detta degli stessi . Lo stesso Maestrone ironicamente aveva liquidato il tutto con un “delle mie canzoni non aveva capito nulla” e rifiutando l’invito a partecipare all’annuale convention di Atreju. Ma questa è un’altra storia. Forse, per descrivere ciò che è stato Francesco Guccini, la sua complessità artistica e il suo impatto di oltre quarant’anni sul costume e sulla società italiana, sembrano efficaci quelle espresse a suo tempo da Dario Fo. “Quella di Guccini è la voce di quello che un tempo si diceva il ‘movimento’. Oggi, semplicemente, una voce di gioventù. E cioè di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c’è un discorso interminabile: sull’ironia, sull’amicizia, sulla solidarietà”.
FRANCESCO GUCCINI E L’ULTIMA VOCE DI UNA GENERAZIONE















