di Vito Nocera
Gli scontri a Parigi, le proteste della Spagna, le estreme destre che sfondano in Germania, gli scaffali vuoti nei supermercati italiani a causa dei camion fermi sulle strade e i ragazzini che mettono a soqquadro Milano.
Uno scenario che, in forme diverse, parla di una Europa che ribolle.
Era, in qualche modo, già avvenuto negli Stati Uniti.
Lì come qui il punto di origine è una rivolta – reazione contro ciò che il ciclo della globalizzazione ha prodotto in tutto l’occidente.
Chi, sul terreno sociale, vi reagisce non è che si ponga il problema se la sua protesta abbia il segno di un tipo o di un altro.
Protesta e basta.
E magari lo fa rompendo tutto, a partire da quella merce che simboleggia la propria esclusione sociale.
E difficilmente, mi pare, indirizzi politici, pur se tra loro differenti, riescono a nutrire di una qualche linea tali proteste.
Del resto si spiega così che nei Paesi in questione ci sono governi di segno diverso.
Così come di segno diverso sono anche i favoriti degli imminenti turni elettorali.
Difficile dunque parlare di “vento” omogeneo.
La ribellione sociale non sembra orientata ne’ a destra ne’ a sinistra.
E l’Europa tutta appare in bilico tra Vandea e lotta di classe.
Vero, in Francia c’è Melenchon che prova a dare un riferimento a quella jaquerie e impedire che alla fine porti Le Pen
all’Eliseo.
Così come Sanchez prova a resistere alla sua stessa crisi in Spagna.
E anche da noi ciò che rimane del vecchio sindacalismo confederale prova a battere un colpo.
Qualche manifestazione e sciopero per mostrare che ciò che si oppone è in fondo tutto da un lato.
Ma sono tentativi flebili e con poco respiro.
Già meglio si muove chi, nel sindacalismo di base, possiede qualche antenna in più per capire quel che succede nel basso.
Ma forze organizzativamente ridotte e composizione sociale non consentono di prendere la direzione di questo fermento.
Per non dire delle nostrane illusorie chiamate a raccolta di cosiddetti “senza partito”, spazzate via in un soffio dalla realtà che alfine fa prepotente irruzione.
Torna dunque, ineludibile, il problema del grande vuoto sociale di una classe del lavoro che faccia da guida di ogni fermento.
Un nuovo movimento del lavoro, dopo che quello del secondo novecento è stato neutralizzato e schiantato, non è mai nato.
Non è stato nemmeno lontanamente coltivato.
Tra politicismi ed elettoralismi a sinistra si è disattesa questa costruzione ormai per decenni.
Convinti che i temi di per sé e i cittadini senza connotazione di classe potessero bastare a dare risultati.
E invece quando la società in ogni caso ribolle ( le ragioni sono molteplici e davanti agli occhi nostri, dalle guerre alle diseguaglianze crescenti) se manca una guida sociale forte – appunto se il fermento non diventa lotta di classe, in fondo un ordine al conflitto- rischi la jaquerie, la rivolta, il tutti contro tutti.
Sommosse senza rivoluzione.
Tutto ben al di sotto di quel che in senso maturo ci occorre.
Trovare le strade e i soggetti del lavoro per tornare a competere con il capitale, quello concreto contemporaneo, sempre più concentrato e aggressivo.
Comunque oggi il quadro questo è.
E con questo quadro bisognerà provare a fare i conti.
Le classi dirigenti europee, non solo quelle politiche, dovrebbero anch’esse darsi una mossa.
Avevano raccontato che il capitalismo potesse convivere con la democrazia ma è proprio questa la promessa che si va infrangendo.
I sistemi liberali sono in pericolo non tanto per attacchi che arrivano dall’esterno. Pagano la loro stessa natura odierna.
Lo slittamento dell’equilibrio tra la politica e l’economia, la prevalenza di quest’ultima che non trova più alcuna regolazione e sprigiona brutale tutti i suoi peggiori istinti animali.
Lo ha ben descritto nel suo recente bel libro Emiliano Brancaccio.
Dove forse l’unico neo è quello di aver creduto anche lui che senza un nuovo movimento di classe (operaia)
senza il confronto e il conflitto tra le odierne forme del capitale e le odierne forme del lavoro, si potesse orientare il disagio in una direzione positiva.
Non è così.
E l’entrata in campo di questo conflitto spurio, inevitabilmente indisciplinato, a tratti perfino disperato.
Costringe tutti a interrogarsi più a fondo, a cercare di capire, a dismettere attrezzi vetusti di maniera e confrontarsi col mondo reale.
Così come l’epoca contemporanea con le sue potenzialità – le grandi innovazioni – e la sua crisi – le sue grandi asimmetrie sociali – ce lo squaderna davanti.
















