di Attilio Gambacorta
Dal 1948 ad oggi il Parlamento italiano ha varato 7 leggi elettorali. La prima riforma è del 1953: la famosissima “legge truffa”. Consisteva nell’attribuire un premio di maggioranza del 15% alla coalizione che avrebbe ottenuto il 50% dei consensi. Tale legge non fu mai applicata, perché la coalizione centrista (DC – PLI – PRI – PSDI) arrivò al 49,84% sfiorando l’obiettivo per soli 75 mila voti. Il 31 luglio 1954 la legge 615 cancellò definitivamente questa riforma. Così, fino al 1993, l’Italia ha eletto il Parlamento con un sistema elettorale proporzionale, dove i seggi erano attribuiti in base ai voti che il singolo partito conquistava. Ogni singola formazione era autonoma, con un programma politico che la distingueva dalle altre forze; le maggioranze si costituivano in Parlamento dopo l’elezione dell’Assemblea. Un sistema che portava allo scontro elettorale sorretto dalle proprie idealità; ne guadagnava la chiarezza della proposta politica, era coerente ad una architettura istituzionale che vuole la nostra Repubblica una Repubblica parlamentare. Era garantito il ruolo legislativo del Parlamento, l’unico ad essere eletto per mezzo del suffragio universale.
Con lo scoppio di tangentopoli e la feroce critica dell’opinione pubblica verso i partiti di massa, attanagliati da una profonda crisi morale e di rappresentanza, si attribuì alla legge elettorale la causa di questo decadimento politico. Un comitato referendario, promosso da Mariotto Segni, propose una legge elettorale maggioritaria per uscire da questa crisi che provocava un disaffezionamento verso la politica e una sfiducia totale verso le istituzioni. Così il 18 aprile 1993 si celebrò il referendum per abrogare la legge elettorale in vigore adottata fino ad allora per eleggere il senato. Essendo i collegi al senato uninominali si abrogò solo la frase della legge che prevedeva il raggiungimento del 65%, “soglia plebiscitaria”. Nessun candidato raggiungeva quella soglia e i seggi erano attribuiti sempre in modo proporzionali ai voti presi, togliendo quella frase, sarebbero stati assegnati in modo maggioritario: chi prendeva un voto in più era eletto. L’affluenza alle urne fu del 77%, votò a favore della riforma l’82,7% degli elettori. Il parlamento fu così costretto ad approvare una nuova legge sia per il Senato che per la Camera dei Deputati. Nacque così il “Mattarellun”, da Sergio Mattarella, attuale Presidente della Repubblica, e allora deputato e relatore della legge. Il sistema prevedeva una quota del 75% maggioritaria ed il 25% con il sistema proporzionale. Per la Camera dei Deputati erano previste due schede: una per la quota maggioritaria in collegi uninominali e un’altra per la quota proporzionale. I collegi erano plurinominali, le liste bloccate, non si potevano esprimere preferenze. Era previsto il voto disgiunto: uno per la quota maggioritaria e l’altro per quella proporzionale.
Questo sistema è durato fino al 2005, quando fu introdotto il “Porcellum”: sistema proporzionale con premio di maggioranza fino al 55% dei seggi, senza preferenze e liste bloccate. Curioso il nome dato alla legge: Calderoli, deputato della Lega e relatore della legge stessa, la definì “una porcata”, da qui Porcellum. Nel 2014 la Corte Costituzionale lo dichiarò parzialmente incostituzionale per il premio di maggioranza che poteva andare oltre il 20%, non prevedendo una soglia minima da raggiungere per avere il premio. Il Parlamento si vide così costretto a promuovere una nuova legge elettorale.
Il Governo Renzi nel 2015 partorì l’Italicum. Eravamo alla vigilia del famoso referendum costituzionale Boschi-Renzi bocciato dagli italiani. La riforma Costituzionale prevedeva l’abolizione del Senato per eliminare il cosiddetto “bicameralismo perfetto”. L’obiettivo era quello di velocizzare l’iter legislativo delle leggi evitando il passaggio da un Ramo all’altro del Parlamento per l’approvazione definitiva. Per questo la legge elettorale riguardava solo l’elezione della Camera del Deputati. La legge fu approvata dal Parlamento, ma anch’essa fu dichiarata parzialmente incostituzionale perché prevedeva un ballottaggio qualora nessuna coalizione avesse raggiunto il 40%. Si sarebbe verificato che una minoranza ottenesse un premio di maggioranza oltre il limite. Per questo oresunzione di incostituzionalità non fu mai applicata e superata nel 2017 dal Rosatellum, approvato nel 2017 sotto il Governo Gentiloni che subentrò a Renzi dimissionario dopo la netta sconfitta referendaria.
Il Rosatellum prevede il 37% dei seggi a collegio uninominale e il 61% proporzionale, mentre il 2% è riservato agli italiani all’estero. Non c’è premio di maggioranza, questo si manifesta indirettamente nei collegi uninominali dove basta un voto in più per attribuirsi il seggio, quindi i seggi non si ottengono tenendo conto degli effettivi voti presi, ma in base ai collegi vinti, anche per una manciata di voti. Nella quota proporzionale le liste sono bloccate e non si possono esprimere voti di preferenze per i singoli candidati. Se un partito ottiene più seggi, l’assegnazione avviene tendendo conto dell’ordine della lista. Con questa legge è stato eletto il Parlamento nel 2018 e nel 2022.
Ma non è finita. Il 5 ottobre è stata approvata la VII riforma elettorale: lo Stabilicum o, per meglio dire il “Melonellum”. Ottiene il premio di maggioranza la coalizione che raggiunge almeno il 42% dei consensi elettorali, fino ad un massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Per i partiti che non si coalizzano è prevista una soglia di sbarramento del 3%, mentre per le coalizioni del 10%. I collegi uninominali sono aboliti. Il capolista è bloccato, si possono esprimere 3 preferenze. Quindi, in caso di conquista di un seggio, in una determinata circoscrizione, sarà nominato il capolista; mentre se il partito ottiene più seggi verranno nominati i candidati che hanno preso più preferenze. Già si adombrano su questa legge presunti vizi di incostituzionalità dovuti al premio di maggioranza. Nel caso fosse sarebbe, quindi, la terza volta che una legge elettorale viene respinta perché contraddice la legge fondamentale. L’articolo 48 della Costituzione stabilisce che “ogni volto è libero e uguale”.
Questo principio ha fatto sì che molti costituzionalisti siano convinti che è proprio la legge fondamentale a stabilire che il nostro sistema elettorale sia proporzionale. Dietro queste riforme si nasconde una crisi di rappresentanza politica che si pensa di affrontare attraverso le riforme elettorali che sono leggi ordinarie, anche se attraverso di esse si elegge l’organo per eccellenza dell’architettura Costituzionale: il Parlamento. La forma della Repubblica è e resta parlamentare. Il tentativo di cambiare forma giuridica e istituzionale alla Repubblica nata dalla Resistenza, in senso presidenziale (elezione diretta del Primo Ministro – Premierato – o quella del Presidente della Repubblica) è sotto gli occhi di tutti. Per adesso questi tentativi sono stati bocciati dagli italiani. In Italia dal 2001 abbiamo avuto 5 referendum: titolo V, Devolution, Bicameralismo, riduzione dei parlamentari e Giustizia. 3 di questi – devolution, Bicameralismo e Giustizia – sono stati respinti in modo netto; sono stati invece approvati la riforma del Titolo V e la riduzione dei Parlamentari. Sostanzialmente si può dire che gli italiani vogliono tenersi stretta la Costituzione del 1948. La ricerca spasmodica di riformare la legge elettorale nasconde la volontà di alcune forze politiche di aggirare l’ostacolo della Costituzione con una legge che determina a priori maggioranze e minoranze politiche. Questa volontà mette in pericolo la democrazia. Il dibattito su questo tema è molto attuale. Emeriti costituzionalisti ogni giorno intervengo su questo problema. La bocciatura del referendum sulla giustizia ha visto il protagonismo di tanti giovani che si erano schierati in difesa dei palestinesi e contro il genocidio attuato dal Governo Netanyahu, ma ha riportato al voto anche tanti cittadini che in molte consultazioni elettorali hanno preferito “rimanere a casa”. Chi ha deciso di partecipare all’ultimo referendum costituzionale, lo ha fatto per difendere la democrazia. La sinistra, per respingere questi continui attacchi ai principi della Costituzione antifascista, non può tentennare su argomenti di così estrema attualità, deve essere radicale. Molti soggetti; studenti, associazioni, sindacato; sono disposti ad aderire ad un fronte costituzionale. Solo così potrà cercare di vincere l’imminente sfida del 2027. Non si può mettere a rischio un’architettura giuridica che ha garantito e garantisce la democrazia. Quello che si deve fare e di attuare i principi della Costituzione, fare in modo che essi non siano solo enunciati nella carta, ma attuati, e che ogni cittadina o cittadino possa essere oggetto attivo di questo vero ed unico cambiamento. La stabilità politica è solo un’apparenza, non può essere un obiettivo a spese della democrazia e della partecipazione.
Le leggi elettorali dal 1948 ad oggi














