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NON CI SALVERÀ UNA BOTTA DI C…

Marco Miccoli
Guardo le terrificanti immagini dal Nepal e penso che Noi, l’umanità, stiamo scommettendo su una improbabile, ma sperata, botta di culo.
Nel senso che speriamo che tutto rientri nella normalità. Così, senza spiegazione. Senza una logica scientifica che possa spiegare perché, dopo aver alterato il clima, sciolto i ghiacciai, devastato gli ecosistemi e superato i limiti fisici del pianeta, improvvisamente tutto torni come prima.
Probabilmente molti, intimamente, sperano nel loro Dio.
Altri sperano che prima o poi salti fuori una soluzione da film di fantascienza.
Perché non c’è altro.
O meglio: ci sarebbe. Ma non lo stiamo facendo con la velocità e la radicalità necessarie.
Politicamente, la destra nega, minimizza, parla di complotti e di catastrofismo. La sinistra, quando è all’opposizione, denuncia. Ma quando governa, troppo spesso trasforma quelle denunce in compromessi, rinvii, piccoli passi mentre il pianeta corre nella direzione opposta.
E intanto succede quello che vediamo in Nepal.
Una valanga di ghiaccio e roccia, il collasso di un ghiacciaio, un’enorme massa d’acqua e detriti che travolge villaggi e infrastrutture. Almeno 165 morti e circa 1.500 persone ancora disperse. Per ora.
Non possiamo dire che ogni singolo evento estremo sia “causato dal cambiamento climatico”.
Ma possiamo dire una cosa molto più seria: il riscaldamento globale sta rendendo più instabili i sistemi naturali dai quali dipende la nostra vita e sta aumentando i rischi associati agli eventi estremi.
E questo non lo dice un movimento ambientalista, non lo dico io, lo dice la scienza.
Perché il problema è ancora più grande di quello che vediamo nelle immagini.
Sette dei nove confini planetari sono già stati superati. Sette!
Clima.
Integrità della biosfera.
Cambiamento dell’uso del suolo.
Acqua dolce.
Cicli dell’azoto e del fosforo.
Nuove entità chimiche e inquinanti.
Acidificazione degli oceani.
È il risultato del Planetary Health Check 2025 del Potsdam Institute for Climate Impact Research. E tutti e sette questi confini stanno mostrando una tendenza al peggioramento.
Non stiamo semplicemente “rovinando l’ambiente” stiamo mettendo sotto pressione i sistemi che regolano la stabilità della Terra e che hanno reso possibile la nostra civiltà.
E la cosa più inquietante è che il superamento di questi confini può produrre effetti a cascata.
Un pianeta più caldo significa ghiacciai che arretrano.
Ghiacciai che arretrano significano meno acqua disponibile e maggiore instabilità di alcuni territori.
Oceani più caldi e più acidi significano danni agli ecosistemi marini e alla catena alimentare.
La perdita di biodiversità significa ecosistemi meno capaci di assorbire gli shock.
La distruzione delle foreste e il consumo di suolo significano meno capacità naturale di assorbire CO₂ e trattenere l’acqua.
E così il problema non è più soltanto “il clima”, è la tenuta complessiva del sistema Terra.
E allora la domanda è: cosa possiamo fare?
La risposta non è tornare nelle caverne.
Non è fermare la crescita economica in assoluto.
Non è chiedere ai cittadini di spegnere una lampadina mentre le grandi industrie continuano a bruciare combustibili fossili.
La risposta è cambiare radicalmente il modello economico ed energetico.
Uscire rapidamente dai combustibili fossili e accelerare sulle rinnovabili.
Riqualificare le case e gli edifici, riducendo consumi e povertà energetica.
Investire nel trasporto pubblico, nelle ferrovie, nella mobilità sostenibile e ridurre la dipendenza dall’auto privata.
Fermare il consumo di suolo, proteggere foreste, fiumi, mari e biodiversità e restituire spazio alla natura.
Difendere l’acqua come bene comune, riducendo sprechi e sfruttamento eccessivo.
Cambiare il sistema agricolo e alimentare, riducendo pesticidi, fertilizzanti e sprechi e favorendo pratiche agroecologiche e sistemi alimentari più sostenibili.
Passare da un’economia lineare a un’economia circolare, producendo meno rifiuti e utilizzando meglio le risorse.
E soprattutto far pagare la transizione a chi ha maggiori responsabilità e maggiori possibilità economiche, non a chi già fatica ad arrivare alla fine del mese.
Perché la transizione ecologica o sarà anche socialmente giusta, oppure non sarà.
E c’è una cosa che dovremmo ricordare.
Non siamo condannati.
Il buco dell’ozono è uno dei due confini planetari che oggi risultano ancora entro lo spazio sicuro. E non per miracolo: perché il mondo ha deciso di intervenire, attraverso il Protocollo di Montreal, mettendo al bando quasi 100 sostanze che lo stavano distruggendo. Il risultato dimostra che quando la politica ascolta la scienza e decide di agire, qualcosa può cambiare davvero.
Quindi no.
Non abbiamo bisogno di una botta di culo.
Non abbiamo bisogno di aspettare Dio.
Non abbiamo bisogno di una tecnologia miracolosa.
Abbiamo bisogno di politica, di coraggio, di conflitto con gli interessi che stanno difendendo questo modello, di investimenti pubblici, di scienza, di giustizia sociale.
E di milioni di persone che smettano di pensare che il problema sia troppo grande per essere affrontato e che magari diano vita ad una rivolta mondiale generalizzata.
La cosa veramente irresponsabile sarebbe sapere tutto questo e continuare a comportarsi come se non lo sapessimo.
Il pianeta non ci sta chiedendo di salvarlo, sta chiedendo a noi di smettere di distruggere le condizioni che permettono a noi di vivere.
Non abbiamo un pianeta B e soprattutto, non abbiamo più tempo da perdere.