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Non tutto ciò che si dice comunista può stare insieme

di Gracco Babeuf – Con una regolarità quasi rituale e un po’ stucchevole, riemerge l’appello alla “riunificazione di tutte le sigle comuniste”. La soluzione alle sconfitte elettorali e all’inconsistenza politica? Fondare un unico partito comunista, con il rischio più che concreto di produrne l’ennesimo.
Si tratta di un richiamo che fa leva su una nostalgia identitaria e, sempre più spesso, di carattere personale, più che su un’analisi materiale della società italiana contemporanea. Un’operazione politicamente improponibile. Giusta giusta per qualche post su facebook.

Il problema non è la frammentazione in sé. Il problema è che dietro tutte le sigle presenti oggi nel nostro paese non si nascondono semplicemente storie diverse, ma culture politiche incompatibili. Mondi che non parlano e non hanno mai parlato la stessa lingua, che non condividono la stessa idea di democrazia, di conflitto sociale, di libertà, di socialismo. Fingere che basti un simbolo comune o un congresso unitario per sanare queste incompatibilità di fondo significa non aver capito — o non voler capire — cosa è accaduto negli ultimi quarant’anni.

Il comunismo non è mai stato un blocco monolitico. In Italia, meno che altrove. È esistita ed esiste una prospettiva che ha attraversato il Novecento mettendo al centro l’autonomia dei soggetti sociali, il pluralismo, il rifiuto dell’idea burocratica, la critica radicale dell’autoritarismo anche quando si presentava con il lessico del socialismo. E poi esiste un’altra tradizione, statalista, verticalista, identitaria, che ha sempre concepito il partito come un apparato e il popolo come una massa da guidare, quando non da disciplinare.

Stando solo a queste due culture politiche (mi si perdonerà l’eccessiva semplificazione), risulta evidente l’inconciliabilità. Non è una questione di generazioni o di tattiche elettorali: è una questione diremmo quasi antropologica, prima ancora che politica. Da una parte c’è l’idea di un comunismo libertario, femminista, ecologista, capace di misurarsi con la complessità del capitalismo globale, con le nuove forme di sfruttamento, con le soggettività plurali che attraversano il conflitto di classe nel XXI secolo. Dall’altra c’è una concezione museale del comunismo, che scambia la fedeltà a simboli del passato per radicalità e che continua a leggere il presente con categorie congelate se non mummificate.

La proposta di “mettere insieme tutto” ignora questo nodo di fondo. E chi la avanza non compie un atto di unità, ma di rimozione. Rimuove i nodi irrisolti del Novecento, rimuove le responsabilità storiche, rimuove le sconfitte teoriche e pratiche di un certo modo di intendere il socialismo. E soprattutto rimuove il fatto che oggi la sinistra non perde perché è divisa, ma perché spesso è inconsistente, autoreferenziale, e senza proposte.

C’è poi un ulteriore elemento, che rende queste operazioni non solo velleitarie ma anche profondamente ipocrite: a rilanciarle sono spesso figure che hanno attraversato tutte le stagioni delle prebende parlamentari su base dinastica, delle scissioni, delle espulsioni, delle appartenenze rigide, contribuendo in prima persona e in maniera decisiva a quella frammentazione che oggi fingono di voler sanare. È singolare invocare l’unità dopo aver fatto della divisione una cifra identitaria, e farlo senza mai mettere in discussione la propria cultura politica di origine. Nemmeno dopo essere stati tra i protagonisti dell’indebolimento sistematico dell’unica esperienza politica che, dopo la fine del PCI, era riuscita a caratterizzarsi per innovazione e pluralismo: il Partito della Rifondazione comunista.

Il neo comunismo che serve oggi al nostro tempo non può nascere da un collage di apparati in declino. Può nascere solo da un processo aperto, che parta dai movimenti reali, dal lavoro povero e frammentato, dalle lotte ecologiste, dal femminismo, dall’antirazzismo, dai territori devastati dalla crisi. Un processo che accetti la pluralità come valore, non come problema da risolvere con una sintesi forzata.

L’unità non può essere un punto di partenza scelto a tavolino, ma l’esito di una pratica comune. Tutto il resto è un esercizio di archeologia politica, utile forse a rassicurare chi non ha mai davvero fatto i conti con il presente, ma del tutto inutile per chi pensa che il socialismo del XXI secolo debba essere, prima di tutto, una promessa di liberazione — non una replica sbiadita del passato.