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Il lavoro oggi non è più un diritto

di Attilio Gambacorta* – Il lavoro, oggi, è una variabile dipendente dell’economia, non rappresenta un valore, un diritto.

I paradigmi assoluti sono l’economicità, il profitto. Quindi tutto deve essere subalterno a questa cultura che svolge un ruolo egemone nella società post-moderna.

Non importa se la Costituzione dà un ruolo centrale al lavoro, non importa se la stessa Costituzione considera i lavoratori la classe sociale sulla quale misurare crescita culturale e sviluppo, la sola crescita che si prende in esame è quella economica. Per questo si comprimono i salari, si precarizza il tempo del lavoro, si tolgono diritti.

Tutto questo ha inizio negli anni 80.

Interessante è approfondire le cause che hanno portato a questa crisi così profonda dei soggetti sociali che rappresentano il mondo del lavoro e, conseguentemente, all’impoverimento sempre maggiore delle classi sociali subalterne, dopo il famoso trentennio (1945 – 1975) caratterizzato da dure lotte sindacali e sociali, da una crescita esponenziale dei diritti dei lavoratori, all’avvicinarsi della piena occupazione,  ad un passo dalla realizzazione materiale della nostra Legge Fondamentale.

La crisi energetica del 1973, la quale causò un forte aumento del prezzo del greggio, mise in seria difficoltà le economie industriali di tutto il mondo occidentale, quella italiana in particolar modo, fragile da un punto di vista strutturale, in ritardo tecnologico rispetto agli altri paesi industrializzati,  con una valuta assai debole.

Questa crisi obbligava la Banca d’Italia ad intervenire continuamente per difendere la Lira, anche attraverso svalutazioni monetarie, con la speranza di aumentare le esportazioni. Il Tesoro emetteva titoli di stato che poi la banca centrale acquistava, tutelando i bond italiani dalle speculazioni finanziarie. Questo meccanismo permetteva di tenere sotto controllo il debito pubblico (50% del Pil), aiutato anche da una iperinflazione che superava il 20%. I salari, protetti dalla “scala mobile” che li adeguava al costo della vita, facevano sì che i consumi non si riducessero. L’intervento dello Stato in economia, la nostra era una tipica economia mista privata e pubblica, in qualche modo garantiva occupazione e produzione industriale.

Dopo la seconda crisi petrolifera del 1979 ed un nuovo importante rialzo del prezzo del greggio, causato anche dalla Rivoluzione Islamica in Iran, l’economia italiana subì un ulteriore ed importante arresto.

Dal 1981 la Banca d’Italia non acquista più i bond invenduti emessi dal Tesoro, aprendo così la strada ad una speculazione finanziaria che faceva lievitare il debito pubblico.

In quegli anni l’inflazione era al 21,2 %, con un crollo delle esportazioni e una bilancia commerciale in forte passivo.

Da questa situazione ebbe inizio una dura ristrutturazione capitalistica.

In Inghilterra la vittoria del Tory Party di Margaret Thatcher (1979) e negli Usa di Ronald Regan (1980) posero le basi per una selvaggia restaurazione liberale.

La Fiat, dopo i “35 giorni di Mirafiori” (1980) e la sconfitta sindacale e politica del movimento operaio, con l’avallo del sindacato, licenziò 14469 lavoratori. A dare il colpo di grazia a quella durissima lotta operaia fu la cosiddetta “marcia dei quarantamila”, ovvero la scesa in campo dei “colletti bianchi” a fianco della Fiat e contro la sacrosanta difesa del posto di lavoro da parte di migliaia di operai.

Quella sconfitta segnò la resa incondizionata dei lavoratori, alla quale seguì tutto il resto. La finanza ebbe il sopravvento sulla produzione industriale, la vecchia fabbrica fordista fu superata dalla divisione del lavoro, i lavoratori divennero appunto una variabile dipendente.

A questa sconfitta seguirono Il decreto San Valentino del 1984, con il quale si decretò la fine della scala mobile; gli accordi sindacali del 1992 e del 1993; il “pacchetto Treu” del 1997 che introduceva il contratto interinale.

A tutto questo il sindacato e la sinistra non seppero dare risposte e cedettero incondizionatamente al “nuovo che avanza”, non solo a livello sociale e culturale, ma anche istituzionale.

Il ruolo delle assemblee elettive di tutte le istituzioni repubblicane, dall’ultimo consiglio comunale al Parlamento, viene ridotto; gli esecutivi di fatto svolgono la funzione legislativa e non più quella amministrativa, le assemblee sono diventate ormai organi di ratifica. Il risultato di tutto questo è stata la fine della politica, la fine di qualsiasi progetto o visione futura.

Si pensa al presente, si guardano i dati economici e tutto deve conformarsi all’obiettivo del risultato. Diritti negati, morti bianche, bassi salari. Ma il debito pubblico, nonostante gli avanzi primari di oltre 14 miliardi l’anno dal 1992 al 2019 (con il covid si attuano politiche espansionistiche, per poi tornare a quelle restrittive), è schizzato al 140%, pari a 3000 miliardi di euro, ed ogni anno paghiamo 100 miliardi di interessi sul debito. Sono proprio questi interessi che alimentano vertiginosamente il debito pubblico, sono le politiche economiche restrittive, dovute ai patti di stabilità economica imposte dall’UE e dalla speculazione finanziaria, che impoveriscono i lavoratori e li rendono più indifesi.

Credo che avremmo bisogno di un sindacato più conflittuale e meno concertativo, di una politica che persegui il bene comune, di una sinistra che rifaccia suoi i valori e gli ideali per i quali è nata, si è sviluppata, per i quali milioni e milioni di cittadini hanno dato la propria vita.

Oggi il lavoro si è trasformato, “l’operaio massa” è una figura novecentesca, una coscienza di classe è stata frantumata dalla divisione del lavoro, la tecnologia, la digitalizzazione, la cosiddetta industria 4.0, ha prodotto un’individualizzazione del lavoro che porta a personalizzare le questioni, non esiste più un soggetto collettivo che rivendica diritti, che apra vertenze. La concertazione ha eluso il conflitto sociale e la storia insegna che è dal conflitto che nasce il progresso.

Inoltre, altre figure professionali sono nate come i rider, lo sfruttamento del lavoro intellettuale è sempre più in aumento, per non parlare dello sfruttamento disumano che si concretizza, sotto gli occhi di tutti, nell’agricoltura.

Oggi festeggeremo il primo maggio. Nacque alla fine del XIX secolo negli Stati Uniti. A Chicago il 1° maggio 1886 migliaia di lavoratori scesero in piazza per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. La polizia intervenne contro i manifestanti causando morti e feriti: “i martiri di Chigago”. Nel 1889 la II internazionale socialista, riunitasi a Parigi decreto il primo maggio come “festa dei Lavoratori”.

È tempo che si richieda una drastica riduzione dell’orario di lavoro, il primo maggio non può essere solo un concertone o pieno di parole al vento come credo siano queste mie parole.

Una speranza nasce da questi referendum di giugno sui temi del lavoro, dalla precarietà alla reintroduzione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, abolito con il Jobs acts (legge 183/2014), chiesti dalla CGIL.

Una rivendicazione importante per rimettere al centro della politica i lavoratori ed il lavoro.

Il referendum è un istituto di democrazia diretta, andiamo a votare, lottiamo contro questa deriva autoritaria, votiamo per il nostro domani, per i nostri figli, per il progresso, per la pace, per l’ambiente, per i diritti civili.

*Associazione culturale politica Umbrialeft