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Il diritto allo studio non è folklore, né contenuto da podcast: è una questione di giustizia sociale

La nuova “mission” dell’Adisu è stata recentemente presentata all’opinione pubblica come una svolta per il diritto allo studio in Umbria. In verità, stando alle dichiarazioni, dietro certa retorica sulla centralità dello studente, continua a celarsi, e nemmeno troppo bene, una visione aziendalista e paternalista dell’università che conosciamo bene e, purtroppo, da anni.

Nonostante chi governa oggi l’Umbria si sia dimostrato e si dimostri a più riprese insofferente al dissenso, ci sarà concesso di dire umilmente che il diritto allo studio non si garantisce con i concorsi di ricette, né con qualche bando emergenziale dell’ultima ora. La realtà è che tanti, troppi studenti ogni anno vengono esclusi dai benefici minimi perché il sistema non è costruito sull’universalità del diritto. I sussidi straordinari, utili per carità, sono solo l’ennesimo cerotto su una ferita aperta da decenni di tagli e privatizzazioni.

La vera fotografia della condizione studentesca in Umbria è rappresentata da costi proibitivi su tutti i fronti, tasse, alloggi, trasporti, mensa. Sarebbe bene che gli amministratori a tutti i livelli si ricordassero semplicemente che ci troviamo in una regione dove studiare è sempre più un privilegio. Servono interventi e finanziamenti pubblici strutturali. Occorre mettere a punto un nuovo piano regionale per un diritto allo studio che sia realmente pubblico e partecipato. Un piano straordinario che rompa con le logiche emergenziali e con il pluralismo ipocrita delle “ricette condivise”.

Perché il diritto allo studio non è folklore, né contenuto da podcast: è una questione di giustizia sociale.

Gracchus