È partita in Umbria la discussione per la definizione del nuovo Piano sociosanitario regionale 2025-2030.
È senza dubbio una buona notizia ed un impegno molto importante per la Regione dell’Umbria e soprattutto per la credibilità della sua maggioranza politica e della sua presidente e assessora alla sanità, Stefania Proietti.
Una prova politica, culturale, programmatica che è vietato fallire.
Un percorso del nuovo Piano sociosanitario che necessariamente deve vedere la partecipazione come protagonisti le lavoratrici e i lavoratori della sanità umbra, le popolazioni, le istituzioni locali a partire dalle amministrazioni comunali, al fine di definire architetture sanitarie realmente ed efficacemente aderenti ai bisogni di salute dei territori.
La premessa, però, per una discussione reale è analizzare con chiarezza lo stato della sanità pubblica in Italia e le tendenze in atto che non sono affatto estranee a quelle che investono la nostra sanità regionale.
Risale a pochi giorni fa la ‘fotografia’ che ha scattato la fondazione Gimbe sul sistema sanitario italiano.
Continuiamo a chiamare ‘sanità pubblica’ quello che in realtà è sempre ogni anno di più un ibrido di Stato e privato.
Con la riforma sanitaria del 1978 il legislatore definì due pilastri: il finanziamento pubblico e l’universalismo.
Quasi mezzo secolo dopo siamo difronte ad una storia molto, ma molto diversa.
La percentuale dei servizi sanitari pagati, ‘out-of-pocket’, cioè direttamente dal portafoglio degli utenti se supera il 15% della spesa totale, secondo l’organizzazione Mondiale della Sanità, sono a rischio uguaglianza e accessibilità delle cure.
In Italia, il ‘out-of-pocket’, è oltre il 25%, cioè un quarto della spesa complessiva. In Francia e in Germania la spesa privata si ferma ad un decimo di quella complessiva. Le famiglie italiane dedicano alle cure il 3,5% del budget familiare, contro il 2,1 e il 2,5 di quelle francesi e tedesche.
La nostra è una situazione dove la privatizzazione della sanità pubblica è già abbondantemente avviata.
Nel 2024 la spesa pagata direttamente dagli utenti ha toccato i 41miliardi di euro, con un aumento del 10,3% rispetto al 2022, di cui 12 miliardi spesi in farmacia. Una spesa, da notare, che è circa il doppio dell’ultima finanziaria della Meloni.
Nel 2023 la spesa sanitaria è stata così ripartita: ‘Spesa pubblica’, circa 103,3 miliardi di euro (74% del totale); ‘Spesa privata’,circa 45,9 miliardi di euro (26% del totale) suddivisa in ‘Spesa out of pocket (ticket, spese non coperte dal SSN, come visite specialistiche, esami diagnostici, farmaci non rimborsati, acquisto di dispositivi medici ed apparecchiature; ‘Spesa intermediata’ per assicurazioni private o fondi sanitari integrati.
Praticamente siamo arrivati ad un sistema misto, contrario allo spirito e alla lettera della legge del 1978, senza che nessun governo, di centrodestra, di centrosinistra o tecnico, lo abbia mai esplicitamente previsto o dichiarato.
Inoltre, altra anomalia, ma assai pesante socialmente, oltre a chi si cura presso la sanità privata per cure più veloci e confortevoli, una percentuale crescente della popolazione smette letteralmente di curarsi a causa dell’inefficienza della sanità pubblica o dei costi di quella privata, di cui l’Istat stima in sei milioni di rinunciatari. Rinunciatari che non è complicato ipotizzare siano anziani poveri e in solitudine esistenziale e comunque a basso reddito.
Inoltre, anche una quota della spesa alimenta la privatizzazione delle cure attraverso le strutture ‘accreditate’, da cui lo Stato (Regioni) compra servizi e prestazioni che devono comprendere anche i profitti del sistema privato della salute.
In alcuni settori assistiamo a un crescente posizionamento del privato, come la specialistica ambulatoriale, della riabilitazione e soprattutto delle RSA, infatti quelle private sono aumentate del 41% tra il 2011 e il 2023, mentre quelle pubbliche sono calate del 19%.
Solo nella sanità territoriale, molto meno redditizia per il settore privato, lo Stato (Regioni) è monopolista, ma cresce anche il privato-privato, quello senza alcun rapporto con lo Stato, con un raddoppio della spesa tra il 2016 e il 2024 da tre miliardi a sette miliardi di euro.
Questa ultima manovra finanziaria del governo Meloni non inverte la rotta, la metà dei due miliardi stanziati per la sanità andrà ai privati per ridurre l’insostenibile lunghezza delle liste di attesa e ad alleggerire la quota del riparto della spesa farmaceutica.
Dunque, dentro questo quadro la Giunta regionale dell’Umbria è chiamata a definire il nuovo Piano sociosanitario incentrato sul rilancio, lo sviluppo, la riqualificazione della sanità pubblica in coerenza con il mandato ricevuto dalla maggioranza degli elettori umbri.
Occorre riconoscerlo, impresa non facilissima, a cui necessita tanta buona politica e una grande capacità di ascolto dei settori sociali colpiti dal declino economico e sociale della nostra Umbria.
Stefano Vinti (UmbriaLeft aps)











