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Stato della rete ospedaliera umbra: i compiti del piano socio-sanitario regionale

Intervento al convegno “Decidere insieme la sanità dell’Umbria” organizzato da UmbriaLeft

di Rosellina Brasacchio, ex anestesista – La Regione Umbria sta redigendo il Piano Socio-Sanitario Regionale, che verrà approvato nei prossimi mesi.
E’ importante che il fulcro del PSSR sia la presa in carico della persona e la cura della sua salute, e che per fare ciò preveda una riqualificazione delle strutture sanitarie ospedaliere e territoriali.
Io concentrerò l’attenzione sulla rete ospedaliera regionale.

Il PSSR dovrà prevedere un processo di razionalizzazione delle strutture ospedaliere, che si presentano eccessivamente frazionate, con duplicazione dei servizi che comporta anche uno spreco di risorse.

Bisogna cioè definire le funzioni dei vari presidi ospedalieri: ospedali della aree disagiate (Norcia …), ospedali di base (Assisi …), ospedali di primo livello (Spoleto …) e di secondo livello (Perugia – Terni), tenendo conto dei volumi e dell’appropriatezza dei ricoveri, della domanda assistenziale territoriale.

Gli ospedali di primo livello dovranno intensificare e qualificare la loro attività (per esempio chirurgia minore, visite specialistiche, esami strumentali, …) così da non dover impegnare in modo improprio gli ospedali di secondo livello (Perugia e Terni), che dovranno insistere sulle attività di alta specialità, pur garantendo i livelli essenziali di assistenza.
Per quando riguarda l’ospedale di Terni, che è un presidio che esprime alte specialità ed è organizzato in dipartimenti per rispondere ad esigenze mediche, chirurgiche e diagnostiche, bisogna anzitutto contrastare tentativi di privatizzazione, come la proposta di Bandecchi, che prevede l’attivazione di un project financing perché l’utilizzo delle tasse dei cittadini umbri deve riguardare esclusivamente la realizzazione di strutture e servizi pubblici.

Per quanto riguarda poi l’ospedale di Perugia va ricordato che per tutti gli anni ’80, grazie ad una amministrazione illuminata e alla collaborazione tra Università e dirigenza sanitaria, ha acquisito negli anni alte specialità ed eccellenze: dalla Clinica medica sona nate altre specialità: gastroenterologia, oncoematologia medica – trapianto del midollo che è un’eccellenza a livello nazionale; dalla Clinica chirurgica sono nate: chirurgia vascolare, chirurgia toracica, cardiochirurgia, chirurgia urologica, chirurgia maxillo-facciale; nel tempo è stata acquisita la terapia intensiva neonatale; è stato aperto il reparto di unità spinale, uno dei primi otto in Italia, che prende in carico i pazienti con lesioni al midollo spinale in una sezione specifica; sono stati via via acquisite strumentazioni di avanguardia e tecniche importanti miniinvaside.
Questo sviluppo non solo ha attirato le migliori professionalità, ma ha anche comportato un mobilità in entrata da altre regioni; in definitiva l’ospedale di Perugia si qualificava come struttura di alta specialità e di eccellenza, garantendo anche livelli di Livelle Essenziali di Assistenza.

Negli anni ’90 la Legge 502 Andreotti-Di Lorenzo ha trasformato sia gli ospedali che le Unità sanitarie locali in Aziende, che vengono gestite da un Direttore generale di nomina regionale, con obbligo di pareggio di bilancio; è anche previsto un premio monetario per il Direttore che lo consegue. Inoltre dagli anni ’90 la contrazione della spesa sanitaria ha comportato anche il blocco del turn-over del personale sanitario e dei concorsi a tempo indeterminato, e in definitiva una sofferenza dei servizi, particolarmente nelle aree critiche (pronto soccorso, rianimazione, chirurgia d’urgenza …). La precarietà ha causato un esodo dei professionisti formati nelle Università di Perugia e Terni. Non si è provveduto al rinnovo della strumentazione tecnologica. Un po’ di mesi fa l’AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi sanitari) ha pubblicato i risultati di un censimento da cui risulta che le risonanze magnetiche delle strutture pubbliche hanno in media 10 anni di vita, quelle private accreditate 7,2 ,quelle non convenzionate 5,6; le Tac pubbliche hanno in media 9,4 anni di vita, quelle private convenzionate 6,7 , quelle non convenzionate 4,5.

Si sono allungate le liste di attesa. Si sono moltiplicate le convenzioni con cliniche private per esami strumentali, visite specialistiche e interventi di chirurgia minore. Tutto questo e la mancanza di personale ha portato ad una riduzione della qualità e del volume dell’offerta pubblica e ha fatto sì che circa il 20% degli umbri si sposta per curarsi in altre regioni e il 10% rinuncia alle cure.

Arrivati a questo punto bisogna operare per invertire la tendenza:
1) bisogna gestire la difficoltà di reclutamento di tutte le figure professionali ed indire concorsi per aumentare la dotazione di personale. E’ stato espletato un concorso per l’assunzione di 124 infermieri, ma l’OPI (Ordine per le Professioni Infermieristiche) denuncia che il fabbisogno è di almeno 1.000 infermieri in tutta la regione; così come mancano 280 medici ospedalieri secondo le organizzazioni sindacali medici-ospedaliero. Le assunzioni dovranno rispondere a tre parametri: la competenze professionali e, soprattutto per quanto riguarda i dirigenti medici ed i primari, capacità organizzative e didattiche.
2) Bisogna poi definire un percorso di abbandono dei piani straordinari per l’abbattimento delle liste di attesa riducendo l’acquisizione di pacchetti di prestazioni dal privato e predisponendo un piano di rientro sistematico ed efficace investendo nella sanità pubblica con risorse umane e tecnologiche. Ogni spesa per acquisire prestazioni dal privato si traduce in un mancato investimento sulla patrimonio della sanità pubblica, sovvenzionando nel contempo il patrimonio privato.
3) E’ importante valorizzare tutte le categorie professionali rafforzando la collaborazione con l’Università per quanto riguarda la didattica e la ricerca, dare adeguato valore ai meriti e ai ruoli dei professionisti riconoscendo meriti e competenze, anche sul piano economico, utilizzando le quote aggiuntive previste dai contratti nazionali; così come è importante tutelare il personale impegnato nelle aree critiche (es. pronto soccorso) contro gli episodi di violenza.
4) Vanno inoltre potenziati e portati a compimento i progetti in corso per la realizzazione del fascicolo sanitario elettronico e della cartella clinica digitalizzata per una maggiore accessibilità a tutte le informazioni sullo stato di salute del cittadino, a disposizione tanto del soggetto interessato che del personale sanitario chiamato ad intervenire.

Il Piano Socio-sanitario potrà essere realizzato nell’arco dei quattro anni a patto che tutti gli attori responsabili della gestione (Regione, Università, direttori generali e sanitari, capi dipartimento, primari …) collaborino tra loro e si rapportino con i rappresentanti di tutti i profili professionali e i sindacati di categoria medica e infermieristica della sanità pubblica.
Va da sé che la messa in atto del PRSS richiede una continuità gestionale per cui non si può più assistere alla rotazione frequente e di breve durata dei Direttori Generali e Sanitari, come purtroppo è accaduto negli ultimi anni.