Andrea Guerrieri è un esponente di primo piano della sinistra altotiberina e umbra. Da sempre attivo nel mondo dell’associazionismo, attento ai temi del lavoro, dei diritti e della pace, attualmente è assessore al bilancio del Comune di San Giustino. UmbriaLeft lo ha intervistato.
Andrea, qual è il tuo giudizio sull’azione del governo guidato da Giorgia Meloni?
Il mio giudizio sul Governo Meloni è profondamente critico. Al di là della propaganda, esiste una distanza enorme tra gli annunci e la realtà. Vedo un esecutivo che sta contribuendo ad aumentare le disuguaglianze e ad indebolire progressivamente le basi del nostro stato sociale.
Un esempio su tutti è quello che riguarda i salari. L’Italia è l’unico paese dell’area OCSE in cui il potere d’acquisto è diminuito negli ultimi trent’anni mentre nel resto d’Europa cresceva. Di fronte a questa emergenza, il Governo non ha messo in campo alcun tipo di misura. Manca, inoltre, una vera politica di tutela del lavoro e manca, soprattutto, una politica industriale seria e credibile, due assenze che spiegano la stagnazione ormai cronica del nostro PIL. Senza investimenti strategici e un sistema di welfare solido l’economia resta ferma, questo è un dato di fatto.
Da amministratore locale, ciò che mi preoccupa maggiormente sono i tagli lineari che colpiscono direttamente le comunità e i servizi essenziali. Nelle ultime leggi di bilancio non solo sono stati penalizzati gli enti locali, con il ritorno del meccanismo della spending review, ma sono stati indeboliti anche la sanità e la scuola, due sistemi centrali della nostra democrazia, mettendo a rischio il diritto alla salute e il diritto al futuro delle nuove generazioni. Ancora più grave è che, di fronte a questi tagli che incidono sui servizi e sulle comunità, assistiamo ad un trasferimento di risorse verso iniziative puramente ideologiche, concentrate su battaglie di facciata e soluzioni spot, che vediamo fallire completamente sui temi più complessi, come la sicurezza pubblica e le politiche migratorie. Ambiti dove i proclami elettorali si sono scontrati contro la realtà e una gestione totalmente inefficiente e priva di visione strategica.
Quale valutazione dai del governo della Regione Umbria? E a San Giustino e in alto Tevere come vanno le cose?
La sinistra e le forze progressiste dopo la straordinaria vittoria delle Regionali e la riconquista di Perugia stanno vivendo una nuova stagione politica in Umbria. Tuttavia in Regione, la gestione Tesei ha lasciato un’eredità pesante, in particolare sul fronte della sanità pubblica che è stata smantellata, pezzo dopo pezzo. L’Umbria, che prima dell’avvento del centrodestra era regione benchmark, quindi di riferimento, per qualità e prestazione dei servizi sanitari, si è ritrovata con presidi fortemente depotenziati e un piano sanitario iniziato e mai concluso, perché distante dalle reali esigenze del territorio.
A ciò si aggiunge l’assenza di programmazione su temi strategici a livello regionale come rifiuti, mobilità, infrastrutture ed energia, tematiche dove negli ultimi anni è mancata una visione complessiva. Il compito della nuova giunta regionale e di Stefania Proietti è proprio quello di ricostruire questa visione, partendo dalla sanità e rimettendo al centro il diritto alla salute. È una sfida molto complessa, ma necessaria e doverosa.
San Giustino e tutto l’Alto Tevere hanno sofferto in maniera particolare questa carenza di programmazione e, in più di un’occasione, le scelte strategiche di investimento hanno privilegiato altri territori. Le infrastrutture non hanno registrato sviluppi, i lavori sulla linea ferroviaria non sono ancora completati e il treno si ferma a Città di Castello, mentre l’E78 rischia di diventare un’infrastruttura incompleta, lontana dalle esigenze delle comunità locali e del mondo produttivo che ne chiedono una revisione completa.
Sul fronte sanitario, invece, con le risorse PNRR sono stati ammodernati macchinari e strutture all’Ospedale di Città di Castello, tuttavia, la carenza di personale sta mettendo in difficoltà tutti i principali servizi. E’ necessario da questo punto di vista lavorare su un doppio binario: completare al più presto le assunzioni promesse e superare il regionalismo sanitario per implementare servizi sanitari con quelli della Toscana. Per territori di confine come il nostro, la cooperazione interregionale rappresenta un elemento fondamentale per garantire risposte efficaci ai bisogni dei cittadini.
Una forte crisi sociale ed economica investe l’Umbria. La nostra regione è ufficialmente nella ZES. Come leggi questa situazione e quali sono, secondo te, le ricette per affrontarla?
Parliamo chiaramente, l’istituzione della ZES in Umbria è stata, per certi versi, una manovra politica di recupero da parte del Governo Meloni. Umbria e Marche sono entrate nella Zona Economica Speciale con ritardo rispetto ad altre regioni, vedi l’Abruzzo, che condividevano gli stessi parametri economici ovvero di regioni in “transizione”. Dobbiamo però avere l’onestà intellettuale di dire che rientrare in regimi economici speciali non è di per sé una buona notizia. Anzi. E’ la certificazione di una difficoltà strutturale che sta vivendo da diversi anni la nostra regione, una regione che, a dire il vero, ha sempre avuto come punto di riferimento le economie più sviluppate del Centro-Nord.
Tuttavia ritengo che la ZES ,oggi, debba essere colta come un’opportunità, ma senza farsi troppe illusioni. È evidente che per rivitalizzare un tessuto economico come quello umbro e altotiberino, non bastano gli sgravi fiscali. La chiave per affrontare questa crisi sociale ed economica passa anche attraverso una programmazione strutturale e investimenti mirati, una reale tutela ambientale e un’attenzione specifica all’artigianato e alla piccola e media impresa, che sono l’ossatura della nostra regione. Non serve attirare capitali che poi non lasciano nulla sul territorio, serve invece sostenere chi innova restando qui, garantendo dignità salariale e sostenibilità. Solo così la ZES può diventare uno strumento di rilancio e non solo un semplice sussidio.
Che idea ti sei fatto del Patto Avanti, la coalizione che oggi governa l’Umbria? E sul futuro della sinistra in Umbria e in Italia?
Per il quadro politico che si era delineato, il Patto Avanti ha rappresentato un esperimento necessario e pienamente riuscito vedendo i risultati elettorali. È la dimostrazione che quando le forze progressiste e quelle civiche mettono da parte i personalismi per un progetto comune e coerente, torniamo a essere non solo competitivi, ma credibili agli occhi dei cittadini.
A San Giustino abbiamo costruito un progetto politico, San Giustino Partecipa, che ha anticipato e seguito questo modello. Non è stata una semplice operazione elettorale, ma un percorso aperto, costruito attraverso la partecipazione e il confronto con la cittadinanza su temi di interesse generale e non solo locale.
Il futuro della sinistra, in Umbria come in Italia, passa anche dalla capacità di tornare ad affrontare le tematiche più stringenti per i cittadini e intercettare i bisogni.
Quali sono le tue priorità politiche per i prossimi anni?
Sinceramente è complesso definire con certezza delle priorità in questo momento. Sicuramente ho ben chiari i miei valori e i miei riferimenti. Sono un uomo di sinistra, attento alle tematiche sociali, alla tutela ambientale e vicino al territorio. Non nascondo che il mio impegno principale, in questa fase è quello di continuare a svolgere con responsabilità il mio ruolo di amministratore cercando di consolidare esperienze e contribuire in maniera sempre più efficace alle scelte pubbliche che riguardano il mio Comune.
Allo stesso tempo siamo al lavoro per rafforzare il nostro progetto locale, San Giustino Partecipa, per farlo diventare un spazio di partecipazione e un punto di riferimento civico per chi si vuole avvicinare alla cura del bene pubblico nel nostro territorio. Guardo inoltre con interesse al percorso del Patto Avanti, nella convinzione che servano nuovi spazi politici capaci di mettere al centro contenuti, partecipazione e visione, superando logiche identitarie rigide e offrendo un punto di riferimento credibile a chi oggi non si riconosce pienamente nelle proposte politiche tradizionali.














