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Ciao Elio, lo stile di raccontare il mondo resta il tuo esempio

di Fosco Taccini

Ci sono momenti in cui le parole sembrano quasi improvvisamente smarrire la loro precisione, la loro intensità, perfino il loro senso. Questo è proprio uno di quei momenti. Tentare solo quello che nel gergo giornalistico viene definito un “coccodrillo” appare oggi riduttivo, quasi inadeguato. Perché questo non è soltanto un possibile commiato tra i tanti, ma un saluto sincero, colmo di affetto, di riconoscenza e di memoria viva per Elio Clero Bertoldi.
Elio ha rappresentato, prima di tutto, uno stile. Uno stile giornalistico limpido, elegante, mai sopra le righe, capace di dare nuova chiarezza alla possibile complessità di quello che raccontava. Aveva una qualità molto rara: sapeva leggere le persone. Non si fermava ai fatti, ma li elaborava, li interpretava con sensibilità, trovando ogni volta le parole appropriate — non solo semplicemente corrette, ma quelle necessarie. Quelle che danno visuale alla comprensione.
Alla base di tutto, c’era una bontà d’animo autentica. Una disponibilità sincera, generosa, che si traduceva in ascolto, in rispetto, in attenzione. Elio non era soltanto un giornalista rigoroso: era un uomo capace di dare valore alle fonti, di analizzarle con equilibrio. In un’epoca, come quella attuale, spesso dominata dalla fretta e dalla superficialità, rappresentava un esempio concreto di cosa significhi davvero fare informazione. Riusciva a spaziare tra tantissimi temi dall’attualità all’arte fornendo sempre prospettive stimolanti per molteplici riflessioni.
Un maestro, nel senso più pieno del termine, e per come lo interpretava ogni giorno.
E poi c’è il ricordo personale, quello che si intreccia con le emozioni e con il tempo condiviso. Durante le trasmissioni di Pianeta Grifo, Elio era una presenza che faceva la differenza. La sua capacità di analizzare una partita andava ben oltre il risultato: entrava nei dettagli tattici, negli aspetti tecnici, nelle letture di fasi di gioco, nelle sfumature che spesso sfuggono. Ogni suo commento inquadrava oltre il contesto.
Sapeva collegare il presente alla storia, dare profondità ai protagonisti, raccontare non solo ciò che accadeva in campo. I suoi passaggi storici compongono un modo affascinante da (ri)scoprire. Era capace di costruire un’atmosfera unica, quasi oltre le emozioni (anche contrastanti) del momento, che per chi ama il calcio in modo romantico diventava un’esperienza rara, suggestiva, indimenticabile.
Con lui, ogni puntata non era solo una trasmissione: era una narrazione condivisa. Viene naturale ricordare come, nelle dirette, prima (e dopo)sottolineasse spesso che si era creata una squadra. E in effetti lo era: una squadra che “giocava” ogni puntata nel segno di una sintonia autentica, fatta di visioni comuni, rispetto reciproco e passione.
Se ne va un amico. Un compagno di viaggio. Una voce che ha saputo raccontare infiniti episodi, piccoli e grandi, che hanno dato forma e passione alle partite (e alla storia) del Perugia. E restano, tra i tanti, quegli aneddoti che ancora oggi sembrano risuonare, come tracce vive di un modo unico di osservare e raccontare il calcio.
Oggi oltre il vuoto, resta, forte, il privilegio di aver condiviso un pezzo di strada con lui.
E forse, proprio in questa difficoltà di trovare le parole, si misura davvero quanto fosse grande la sua capacità di usarle.
Magari nei prossimi giorni troverò parole migliori per raccontare di lui… Ma adesso concludo, come avevamo fatto sempre alla fine di ogni puntata:
Ciao Elio, grazie infinitamente.