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L’Umbria tra galleggiamento e declino

È indubbio che l’Umbria si trova davanti ad un passaggio cruciale: una fase di rallentamento economico che rischia di trasformarsi in declino strutturale, aggravata da un sistema produttivo frammentato e da un lavoro sempre più povero e precario. È necessario, quindi, un cambio di paradigma fondato su investimenti, qualità del lavoro e coesione sociale, dal quale nasca un patto per lo sviluppo che coinvolga istituzioni, imprese e sindacati.
La grave crisi internazionale e le grandi transizioni in atto, aggravano le fragilità economiche e sociali, rendendo ancora più urgente una politica orientata alla pace, alla giustizia sociale e ad un modello di sviluppo sostenibile.
L’economia dell’Umbria si basa su tre portanti: industria, agricoltura e turismo. Oggi questi settori sono tuti e tre in crisi, bisognosi di interventi radicali che sappiano integrare nuove tecnologie e innovazioni, dentro una transazione che sia capace di tenere insieme sviluppo produttivo e sostenibilità sociale. Formazione, produttività, investimenti pubblici, qualità del lavoro e dei salari sono centrali rispetto a questo nuovo paradigma di cui l’Umbria ha urgente bisogno.
Non si può sottovalutare il problema demografico, dovuto ad un invecchiamento della popolazione, il quale contribuisce non poco alla perdita della propria base attiva. Calano i nuovi nati, molti giovani, spesso l’eccellenza, lasciano la regione, diminuisce anche la presenza straniera.
Non meno grave è il dato dell’occupazione femminile: solo il 58% delle donne lavora, dato, questo, al di sotto della media nazionale. La difficoltà di conciliare lavoro e cura limita carriere e redditi, con tutti gli effetti anche sulle future pensioni.
Il mondo delle PMI è l’emblema di questa grave situazione: scarsa produttività e conseguente diffusione di lavoro povero e precario sono i segni di questa crisi, dovuta anche da quella dei settori energivori aggravata dalle fragilità infrastrutturali.
La questione salariale non è meno grave: in Umbria i salari sono al di sotto della media nazionale, questo perché il 70% dei lavoratori è impiegato in realtà spesso terziste o in appalto, con bassa capacità di investimento e limitata produzione di valore aggiunto. I dati lo confermano: cresce l’occupazione, ma non la ricchezza prodotta. Questo significa che si lavora di più, ma si guadagna di meno. Il lavoro povero e discontinuo è diffuso, soprattutto tra giovani e donne.
Da qui la necessità di un patto per lo sviluppo e il lavoro. La crisi non è congiunturale, ma profonda e strutturale, serve quindi, un protagonismo di tutti gli attori, come prima dicevo, delle istituzioni, degli imprenditori e del sindacato. Questo progetto deve partire da un modello di sviluppo fondato sulla centralità del lavoro e dei diritti. Non basta misurare la crescita del PIL, bisogna guardare alla qualità dell’occupazione, alla riduzione delle disuguaglianze e alla sostenibilità sociale e ambientale. Servono politiche capaci di affrontare le grandi trasformazioni ambientali, energetiche, digitali e demografiche, investendo su ricerca, innovazione e formazione, rafforzando la coesione sociale e contrastando lo spopolamento, anche attraverso infrastrutture materiali e digitali.
Diciamo che di questo ha bisogno anche il nostro Paese. La crisi dell’Umbria rispecchia quella dell’Italia intera. La questione demografica, del lavoro povero e precario, la cosiddetta “fuga dei cervelli”, ambientale, dei diritti, sono questioni che attraversano da nord a sud tutto lo stivale.
L’Umbria è stata per molti decenni un modello da seguire, per lo meno fino alla metà degli anni ’80. Certo è che le politiche economiche neo-liberiste, imposte a livello nazionale, concentrate sul rigore dei conti pubblici senza un’idea di sviluppo, hanno messo in crisi la nostra regione, ma non possiamo non vedere la stagnazione economica determinata anche dalle scelte fatte dalla regione Umbria. Credo, comunque, che ci siano le forze necessarie per aprire in Umbria una nuova stagione che la porti ad essere un esempio per tutta l’Italia.
Da questo punto di vista il mondo dell’associazionismo è importantissimo, può rappresentare, come questa iniziativa dimostra, l’anima critica di un nuovo protagonismo, con la speranza che, con l’impegno di tutti possa nascere una nuova fase.
Attilio Gambacorta – Umbrialeft- aps