Da Alessandro Volpi su Facebook.
Ormai la narrazione dominante è rintracciabile nella necessità di esprimere solidarietà a prescindere. In questo senso faccio davvero fatica a capire come si possa giustificare la presenza nelle manifestazioni del 25 aprile delle bandiere israeliane e persino di quelle dell’Iran di Reza Pahlavi. Ma cosa c’entra con la liberazione dal nazifascismo nel nostro paese la bandiera di uno Stato che in meno di tre anni ha sterminato quasi 73 mila persone, in larga parte bambini e bambine, e ne ha ferite quasi 180 mila, provocando un genocidio? Ci sarebbe stato tra i partigiani e le partigiane italiane qualcuno che avrebbe accettato di sfilare per le strade delle città liberate con i vessilli di uno Stato sterminatore? Ci sarebbe stato qualcuno degli ebrei che hanno combattuto per la libertà italiana che avrebbe tollerato le posizioni di Nethanyahu e dei membri del suo governo? Le bandiere della “Persia” dello scià sono altrettanto sconcertanti. Nel 1953, dopo la deposizione del primo ministro nazionalista Mohammad Mossadegh (che aveva nazionalizzato il petrolio), lo scià tornò al potere con l’aiuto di CIA e MI6. Nel 1957, con l’aiuto di USA e Israele, lo stesso scià istituì la SAVAK, una polizia segreta tristemente nota per la sua brutalità. La SAVAK monitorava ogni aspetto della vita pubblica, utilizzava la tortura sistematica contro gli oppositori politici (comunisti, nazionalisti e religiosi) e praticava esecuzioni sommarie e sparizioni. Nel 1975, poi, Reza Phlavi sciolse tutti i partiti legali e impose il Rastakhiz (Partito della Risurrezione), costringendo tutti i cittadini a iscrivervi o a subire conseguenze (incluso l’arresto o l’esilio). Chi non ha voluto nei cortei questi simboli dovrebbe chiedere scusa? E, invece, chi li ha portati dovrebbe ricevere solidarietà? Davvero Basta!










