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Flotilla, il racconto dell’inviato del Fatto: “Picchiati e umiliati perché ci temono. Nei container in balia dei militari, ho pensato ai vagoni piombati”

IL RACCONTO DELLE SEVIZIE ISRAELIANE AI MEMBRO DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA nel racconto di Alessandro Mantovani. È lungo per essere un post, ma vale la pena di leggerlo:

22 Maggio 2026
Flotilla, il racconto dell’inviato del Fatto: “Picchiati e umiliati perché ci temono. Nei container in balia dei militari, ho pensato ai vagoni piombati”
di Alessandro Mantovani

Arriviamo sulla “nave prigione” che è buio, la sera di martedì 19 maggio. Kasr-i Sadabad, il barcone turco battente bandiera britannica su cui viaggiavamo in venti, l’hanno intercettato poco prima delle 16 a cento miglia da Port Said (Egitto) e ad almeno 180 da Gaza. Ci spingono a uno a uno di forza, il braccio distorto dietro la schiena per obbligarci a metterci in ginocchio, a testa bassa. Accanto a me c’è Mahmut Arslan, 72 anni, presidente del sindacato musulmano turco Hak-I. Prega. Mi guardo intorno e si incazzano. “Head down!”, gridano. “Giù la testa”. Eseguo ma non basta. Mi sbattono per terra, la faccia contro il pavimento sporco e fradicio della nave. “Hands on your back!”, ordinano. “Mani dietro la schiena”. Non basta neanche quello. Un militare mi preme lo scarpone sulle mani. Urla.

Arriva il mio turno per la perquisizione. Tra le grida, sotto la minaccia di un’arma automatica, mi fanno appoggiare le mani alla parete. Uno di loro con un coltellaccio, alle mie spalle, fa a pezzi la cerata mentre ancora la indosso: mi restituisce solo il passaporto. Addio sigarette. Poi mi fanno togliere i jeans e li buttano via. Addio portafogli, documenti e carta di credito. E via pure gli occhiali (anche a quelli che vedono molto peggio di me). Rimango col calzoncino da mare che avevo sotto i pantaloni, in maglietta. E con quello arriverò a Roma.

Mi trascinano alla consegna del passaporto, mi mettono un numero al polso (164). Poi in un container, di nuovo mi sbattono per terra. Un militare o forse un poliziotto mi dà un calcione sulla tibia. “Welcome to Israel” mi dice, con la tipica erre moscia locale. Arriva un pugno vicino all’orecchio destro, un altro sul mento. Grido. Mi fanno il verso. Altri calci sulle gambe e poi, quando mi alzo, una scossetta col taser sul costato. Mi fanno uscire dall’altro lato del container.

Lì finalmente trovo altri della Flotilla. Ne arriverà un’altra ventina, fino a 184 o anche di più. Tutti dalle barche abbordate tra le ultime cinque, dopo la mia. Da Capoblanco, credo Sirius. Da Lina, l’ultima presa, scende una coreana, Kim Ah-hyun, 27 anni. Sanguina dall’arcata sopracciliare: picchiano anche le donne. Mi visita Osman Çetinkaya, medico urgentista turco che era in barca con me: “Tranquillo, la mandibola non sembra rotta né slogata”. Altri sono messi molto peggio: alcuni hanno le braccia al collo, altri con sospette fratture alle costole, ci sono traumi cranici, dicono abusi sessuali; un ragazzino algerino è pieno di bruciature da taser, fatte dopo avergli bagnato la maglietta. Sono sadici. Ed è niente rispetto a quello che fanno ai palestinesi, lo ripeteremo sempre. E non è retorica.

La prigione consiste in tre container da 12-15 metri larghi 2 sul ponte della nave, due lungo una murata e uno lungo l’altra, a fianco a quello d’ingresso, che è il container dei pestaggi; altri, chiusi, verso poppa e prua. Bagni chimici orripilanti. Sorvegliano dall’alto, armati. Bagnano il pavimento con getti d’acqua per non farti neanche sedere fuori dai container. Margaret Connolly, grande signora, medico irlandese e sorella della presidente Catherine, si incarica delle trattative. “We need water”, grida agli armati. “Abbiamo bisogno d’acqua”. Anche “blankets, coperte”, chiede Luca Poggi, romano, 28 anni, “people are freezing”, “si gela”; alcuni sono in calzoncini come me, altri senza scarpe, quasi tutti in maglietta. Dopo un po’ arrivano i militari. Escono dal container dei pestaggi tirando granate assordanti tra i piedi dei prigionieri, poi si dispongono dietro gli scudi per proteggersi da chissà cosa. Fanno uscire tutti dal primo container. “Everyone behind the black line!” e tutti dietro la riga nera, all’opposto del container dei pestaggi. Altre flash bomb, come dei deficienti, e se ne vanno. Lasciano acqua e sacchi di pane. Le coperte no.

Così la notte passa al freddo, nei container non c’è posto per tutti: sdraiati, uno sull’altro, un po’ piegati, ci scaldiamo, 50-60 ogni container. Sono tra i miei amici romani e Abdallah, palestinese di Giordania, ingegnere navale, era con me sul barcone turco: rischia molto più di me. Non posso non pensare ai vagoni su cui i nazisti trasportavano gli ebrei, pur sapendo che alla fine non c’è Auschwitz. È chiaro che si ispirano ai nazisti, chissà cosa faranno se non li ferma qualcuno. La notte si divertono anche a illuminare con potenti fari dall’alto l’ingresso dei container, a volte fari intermittenti per dare più fastidio e impedire di riposare. Sono, penso, malati di mente. Loro, i comandanti e il governo.

La mattina di mercoledì 20 cerchiamo di capire dove va la nave, poi da sotto i container vediamo terra. Arrivano di nuovo i militari, ancora flash bomb. Tutti dietro la linea nera. Chiamano i numeri da 1 a 10, quelli presi per primi lunedì 10. Li faranno scendere prima, immagino. Poi chiamano un altro numero e il 164, il mio. Sulle prime ho paura, temo vogliano mettermi in isolamento o interrogarmi; dopotutto sono recidivo, mi hanno già abbordato e sequestrato e portato ad Ashdod e al carcere infame di Keziot lo scorso 2 ottobre con la prima Global Sumud Flotilla. Vedo però che l’altro numero chiamato, il 147, è quello di Dario Carotenuto, deputato M5S, unico parlamentare europeo a bordo, imbarcato come me su Kasr-i Sadabad nella speranza che i nostri passaporti più forti tutelino anche quelli dei marocchini, tunisini e indonesiani (i turchi forse si proteggono da soli) che navigano con noi. Mi giro verso di lui, mi puntano le armi addosso: “Voltati”. Poi ci portano via entrambi. Finiamo in una cabina col bagno, sporca da fare schifo. Evidentemente il governo italiano ha chiesto un occhio di riguardo per noi due, ma non per altre giornaliste italiane sequestrate, Martina Comparelli di Fanpage e Simona Losito di Insideover, né per altri.

Nella cabina dormo, faccio anche un bel sogno, mi svegliano i militari coi mitra spianati. Verificano i passaporti, restituiscono il portafogli a Dario e a me no. Poi ci fanno uscire, insieme, la nave è in porto e non sono più violenti. Ci inchiodano per un po’ faccia al muro, pare la stessa parete delle perquisizioni. Ci fanno sbarcare. Vedo fotografi. Riconosco Ashdod e il luogo in cui il 2 ottobre hanno maltrattato Greta Thunberg. Ora sono più civili ma solo con noi due, vedo altri della Flotilla ammanettati, malconci, è tutto molto peggio di ottobre. Erano sull’altra nave prigione: Surya McEwen, colonna australiana del movimento, Dario Salvetti di Gkn; Vittorio Sergi di Senigallia, colonne italiane.

Siamo accompagnati da un tipo del ministero degli Esteri, Ziv Barak: “Diplomatic”, “protezione diplomatica”, dice. Cerco di spiegargli cosa fanno le forze armate e di polizia del suo Paese. Ci perquisiscono senza violenza, ci fanno le foto, vogliono farci firmare la solita dichiarazione confessoria che per metà è in ebraico. Carotenuto e io non firmiamo. Conosco la procedura, ci portano davanti a un altro poliziotto e qui c’è l’avvocato Basel Sader. Firmo la solita dichiarazione in cui chiedo di essere espulso prima di 24 ore, che prima erano 72 ma il 28 marzo è cambiata la legge. Firmo. Chiedo a Sader: ma allora non si va più in carcere? “Voi due no, gli altri sì, a Keziot o da un’altra parte”, risponde.

Sono a disagio. Forse dovrei chiedere di andarci anch’io in galera, ma non ho il coraggio. Chissà come la prenderebbero questi aguzzini, magari come una provocazione. Avevo chiesto mille volte a Carotenuto di non farsi separare dagli altri e ora lo faccio io. Me ne farò una ragione. Barak ci dice che la sera stessa, alle 23:30, saremo imbarcati per Atene. Dice pure che all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv potremo prendere al duty free quel che ci serve. Ma non è vero: Barak se ne va e ci rimettono le manette ai polsi e le catene alle caviglie. Così ci portano al Ben Gurion, ma alla caserma della polizia. Lì ci rinchiudono in una camera di sicurezza. Spostano Dario, arriva un coreano della Freedom Flotilla.

Arriva la visita consolare, è Luca Scotti, giovane segretario d’ambasciata. Non può fare molto, mi fa dare due sigarette da una guardia. Imparo pure a dire grazie in ebraico: “Todà”. Parliamo a lungo, mi dice che andava scuola al liceo Dante di Roma con Luca Poggi e Adriano Veneziani, due organizzatori chiave della Flotilla, per me ora due fratelli minori da cui ho imparato molto: mi scende una lacrima perché non so dove siano. Sono le 18 passate e me ne torno in cella. Verranno a prenderci alle 22 per portarci al terminal, di nuovo incatenati mani e piedi. Mi fanno pena questi poliziotti. Uno, Slomo, sembra anche umano. Dice a Carotenuto che è del Milan.

I passaporti li danno alla compagnia aerea, Sky, che ad Atene li consegna solo alla polizia greca, come fossimo delinquenti. Io protesto: “Siete complici”. Poi però alle 2 di notte ad Atene ci viene incontro l’ambasciatore Paolo Cuculi con due funzionari, ci mostrano le immagini terribili della nave e di Ashdod, di Ben-Gvir e delle parole, tardive ma utili, di Tajani, Meloni e Mattarella. Ci prestano i telefoni, ci prendono qualcosa da mangiare. È quello che ti aspetti dalla diplomazia italiana, come l’altra volta a Istanbul con la console Elena Clemente. È a Tel Aviv che non lo hanno fanno.

È stata più tosta, la seconda grande Flotilla. L’abbiamo capito fin dall’abbordaggio a ovest di Creta e dal sequestro di Thiago e Saif, rilasciati poi senza prove delle chiacchiere sul “terrorismo” che fanno scrivere ai giornali (anche italiani: Libero, La Verità, Il Giornale) da mesi. Ne abbiamo avuto conferma con gli abbordaggi di lunedì 18 a sud-ovest di Cipro. E il governo italiano zitto. Ancora, ne abbiamo avuto conferma con l’abbordaggio di Kars-i Sadabad: “Collaborate o spariamo”. Hanno sparato forse roba di gomma o altro sullo scafo, con tutto che eravamo fermi, con le mani alzate, ma certo non gli avremmo mai consegnato “il capitano”.

Ci hanno trasbordati sul gommone dopo una perquisizione civile, di lì su una prima nave dove ci hanno sbattuti faccia a terra, bendati con la stoffa a righine che usavano anche il 2 ottobre, quindi legati come animali: in ginocchio sul pavimento ruvido, con le fascette ai polsi e assicurati a una struttura metallica a 10 centimetri da terra. Sempre bendati, ore di viaggio fino alla “nave prigione”. Uno ha anche voluto parlare con me di Gaza e di Hamas, mi ha tolto la benda, mi ha dato un panino che poi è finito nella cerata strappata a coltellate. Gli ho dato il mio numero, libero parlerei meglio. Ma se usano tutta questa violenza è perché sono deboli. Hanno paura della Flotilla. La Flotilla serve e probabilmente tornerà. Ma la prossima volta magari sparano, se i governi europei li lasciano ancora fare.