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Maiorca

La statua di Cristoforo Colombo sovrasta Barcellona, maestosa. L’indice si rivolge verso il mare: direzione sud est. L’autore, che descrive minuziosamente quella figura, si chiede, curioso, cosa indichi quell’indice. Scopre, seguendone la linea immaginaria, che quel dito incrocia, miglia nautiche al largo del Mediterraneo, l’isola di Maiorca. È la scintilla, la prima scaturigine da cui si genererà, anni dopo, un progetto letterario. Proprio su quell’isola prese stanza l’aviazione italiana, subito dopo lo scoppio della Guerra Civile Spagnola. Proprio da quell’isola i nostri aviatori, orgoglio del fascismo trionfante, vennero in soccorso del golpista Franco. E da lì lanciarono i loro attacchi feroci e sistematici a tutta la parte sud est della Spagna peninsulare, con particolare predilezione per la capitale catalana. Barcellona non fu, e questo l’autore lo segnala senza esitazioni, la prima grande città europea ad essere bombardata , ma sicuramente quella in cui si inaugurò un approccio che divenne paradigmatico nel conflitto mondiale che sarebbe scoppiato di lì a poco: fu oggetto di bombardamenti sistematici e continuati per tutta la durata del conflitto, che comincio nel luglio del 1936 e si concluse nella primavera del 1939. La ricostruzione dei fatti bellici, delle conseguenze nefaste che ebbero sulla popolazione è dettagliata, puntuale, con dovizia di documenti e di testimonianze. Come pure la descrizione del contegno delle truppe italiane, del coinvolgimento delle sfere alte del regime fascista. In primis dello stesso Mussolini, che , volendo dimostrare ad alleati e nemici prossimi venturi la tremenda efficienza delle milizie italiane, non lesinò sforzi e risorse. Pare che lo stesso Generalissimo Franco, non certo di cuore tenero, più volte si trovò nella condizione di chiedere al Mascellone di Predappio di non esagerare nella foga bellica . Vuoi perché, dopotutto, i bombardamenti insistevano su territorio spagnolo, vuoi per non attirarsi l’indignata reazione ( che fu comunque sempre tiepida) degli altri governi europei. Già questo rappresenta un merito, non il solo, di questo testo. Brecht in Germania, ce lo ricorda Dozzini, scrisse “altri parlino della loro vergogna , io parlo della mia”; qui in Italia,invece, poco o nulla sul tema, un silenzio assordante, a fronte di un intervento italiano che fu massiccio, con decine di migliaia di “volontari”, accorsi a difendere la Spagna dalla barbarie comunista e col ruolo tutt’altro che secondario della nostra Aviazione, corresponsabile, assieme alla Divisione Condor, del bombardamento di Guernica. A memoria di chi scrive si può rammentare qualcosa di Fenoglio, un magnifico racconto di Sciascia , un giallo “appenninico” di Guccini e Machiavelli con sconfinamenti tra Guadalajara e Catalunya. Su suggerimento dell’autore, segnaliamo i testi in bibliografia (molti però sono di autori iberici e spesso studi monografici di specialisti). Sul piano più squisitamente letterario ci permettiamo di segnalare la descrizione di taluni personaggi, tra tutti quella del famigerato Conte Rossi, al secolo Arconvaido Bonaccorsi, personaggio famosamente infame, già incontrato nelle pagine di Scurati in M, il figlio del secolo, fascista della prima ora e non di primissima fila, ma non per questo meno feroce e criminale di tanti della sua oscena genia. Liricamente suggestivo l’incontro con Pura Arranz, figlia di un militare franchista e di uno dei piloti che bombardarono Barcellona. Forse per ricordi personali, la scena del dialogo con l’autore in cui lei gli mostra delle foto dell’epoca ingiallite o virate al seppia raffiguranti guerrieri cancellati dal tempo è toccante, adorabile. Ma assieme alle vicende storiche, tratteggiate con perizia e precisione, è qui da menzionare il ruolo del narratore, di colui che usa il verbo in prima persona. Contiguo, prossimo all’autore in carne e ossa, ma da non fare coincidere in toto con quest’ultimo. Lo vediamo esordire giovane studente nella Barcellona di inizio secolo, già colmo di inquietudini e di curiosità rispetto al tempo grande e terribile che si trova ad abitare. È la curiosità che lo spinge a porre attenzione al dito di Colombo, scintilla da cui, nel tempo, avrà modo di svilupparsi con pienezza quel progetto il cui esito, felice assai, oggi il lettore ha modo di leggere. È del farsi del libro il narratore non cela nulla: mostra anzi con dovizia di particolari il dietro le quinte, il modo in cui la materia scelta si vertebra, prende forma compiuta.
A conclusione di questa recensione qualche breve considerazione, forse nominalistica “ma non troppo”. L’autore definisce Maiorca un testo letterario, non attardandosi più di tanto in questioni di genere, e ciò ridonda a suo onore. La posizione dell’autore è di gran peso, e viene da dire che fa premio su opinioni che a vario titolo possano differire da questa. Tuttavia , per chi scrive qui, pare che quel testo intrattenga ancora qualche parentela col genere romanzo, che una tradizione secolare ci ha tramandato. Genere che dall’inizio della propria storia ci ha abituato a contaminazioni, ibridazioni strutturali estreme, tali da fare pensare a un superamento del genere stesso, periodicamente all’approdo a forme nuove, il cui nome ancora esita a imporsi (particolarmente suggestiva quella di auto-narrativa non fiction, che qui forse potrebbe essere spesa) . A tale logica forse risponde la definizione avanzata dell’autore, sopra citata. All’estensore di queste prescindibili note risulta più comodo leggere questo libro come un romanzo. Non facendo tanto caso a questioni che pure parrebbero contraddire tale approccio, non ultimo l’assenza della finzione. È tratto che accomuna tanta narrativa , e non da poco. Ma qui potrebbe prevalere, almeno in parte, una motivazione extraletteraria. La realtà propone, e talvolta impone, caratteri, vicende, accadimenti che nemmeno la fantasia più fervida e potrebbe creare con pari verosimiglianza.

Astolfo Lupia