Alcuni giorni fa a Perugia sono comparsi dei manifesti molto semplici, con delle scritte nere in campo bianco. Frasi brevi, pensieri scarnificati, diretti, netti. Sono espressioni di forme di disagio, evidentemente, spesso anche di grande intelligenza. Secondo me è piuttosto chiaro che gli autori sono degli adolescenti, e dovrebbe esserlo per chiunque con gli adolescenti abbia mai avuto la pazienza di provare a parlarci. La campagna di affissioni rientra in un progetto della Cooperativa DENSA, e ha messo in agitazione parecchia gente.
Per farla breve, l’artista Sara Leghissa, da un workshop rivolto a un gruppo di adolescenti, ha distillato una serie di concetti, gli stessi che poi sono finiti sui manifesti. Messi così, fuori contesto, hanno ovviamente un effetto destabilizzante, ed è per questo che funzionano. Chi legge si sforza di capire cosa c’è dietro, un esercizio sempre meno diffuso per chiunque e dappertutto, e quando va bene si mette a ragionare su temi a cui di solito non pensa. Attraverso il workshop e la campagna, quindi, le ragazze e i ragazzi hanno fatto non solo arte, ma politica al livello più essenziale ed efficace.
Il polverone che ne è nato è per ora il meglio che ci si potesse aspettare. Ci sono alcune frasi, in particolare, che hanno urtato qualche reazionario locale. Una è questa: “Quando incontro una persona in divisa, paura. Non so perché, paura”. È un pensiero profondo, come quasi tutti gli altri: si parla di paura, di rapporti di potere e di mancanza di certezze. In quel “non so perché” c’è un mondo che meriterebbe grande attenzione. E, se io fossi un poliziotto o un carabiniere, o se fossi, mettiamo, un sottosegretario al ministero degli Interni, mi porrei il problema del perché le persone in divisa possano fare paura a ragazzi di diciassette o diciotto anni. Lo farei anche se fossi un consigliere comunale, o un magistrato, o un professore, lo farei, e lo faccio, essendo una persona comune. Gli adulti che si fermano davanti ai manifesti hanno l’occasione di dimostrare un po’ dell’intelligenza dei ragazzi che quei manifesti li hanno scritti: mettendo in discussione le proprie certezze, riflettendo, e soprattutto prendendoli sul serio. Finito il polverone, passati gli strepiti e le sciocche accuse di lesa maestà, partendo da questa campagna si potrebbero aprire dieci, cento, mille discussioni pubbliche e private sul disagio giovanile e sulle fragilità di ragazze e ragazzi che, come tutti i loro coetanei, stanno faticosamente cercando di capire qual è il proprio posto nel mondo.
L’alternativa è buttarla in caciara parlando di onore, orgoglio e sacralità dei cari vecchi valori vilipesi, pratica in cui la destra italiana eccelle impareggiabilmente.
Giovanni Dozzini
















