di Vanni Capoccia – Che a Palazzo della Penna di Perugia tra i quadri di Dottori e le Lavagne di Beuys ci fosse un vuoto è stato da sempre evidente. Ma i vuoti esistono, rimangono sempre tali? Credo di no. Anche l’indifferenza verso Palazzo della Penna che si è percepita negli ultimi dieci anni è stato un modo di colmare un vuoto, solo che lasciava la malinconica sensazione di una città e comunità culturale cittadina pigre e sdraiate, incapaci di coltivare il desiderio. Chi invece il desiderio lo pratica è Marco Pierini: lo ha dimostrato negli anni da direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, dove solo il desiderio può far venire in mente di chiudere la propria esperienza con la poesia e i quadri di Sandro Penna. E lo sta dimostrando ora da assessore alla Cultura del Comune di Perugia, dove per Palazzo della Penna ha ripreso la strada della contemporaneità individuata al tempo dell’assessore Cernicchi e che a Firenze segue Palazzo Grossi. Certo Perugia non è Firenze, Palazzo della Penna non è Palazzo Strozzi ma la strada da percorrere per uscire dal provincialismo degli ultimi dieci anni è quella d’essere consapevoli che Perugia è senz’altro una città di provincia che deve far di tutto per non essere provinciale e che è proprio il provincialismo l’insidia da evitare.
Manifesta di farlo, Pierini, con “Afro, Burri Capogrossi. Alfabeto senza parole”, mostra che non è una frettolosa antologica ma ha dietro di sé un pensiero, una ricerca e una lettura nate da un’idea e dalla proposta di Alessandro Sarteanesi, a cura di Luca Pietro Nicoletti e Moira Chiavarini, organizzata dal Comune di Perugia e Magonza, con la collaborazione attiva e fattiva con prestiti, suggerendo opere, contattando collezionisti delle Fondazioni dei tre artisti, con il contributo di Regione Umbria e Fondazione Perugia.
La mostra sarà visitabile a Palazzo della Penna fino al 6 luglio. Bella, importante e adeguata a una città come Perugia, conscia delle sue dimensioni ma anche di essere stata considerata in passato con Siena e Firenze uno dei «tre Comuni», e che sa di essere ora la città con due università e altre istituzioni culturali, sede di due manifestazioni del livello artistico e culturale di Umbria Jazz e del Festival internazionale del giornalismo. E viene l’acquolina in bocca solo nel pensare a quello che Palazzo della Penna potrà offrirci in futuro dopo lo spaccato dell’America rurale, polverosa, povera che ha dato con la fotografia sociale di Dorothea Lange e che sta dando ora con l’arte di Afro Basaldella, Alberto Burri, Cesare Capogrossi.
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