Né accettare il patriarcato né la condizione delle donne in Iran. Sognifica rifiutare l’ipocrisia armata.
Difendere l’Iran oggi non significa difendere un regime. Significa difendere un principio.
Significa distinguere la politica estera dalla teologia, la sovranità dall’ideologia, la legalità internazionale dalla propaganda imperiale.
Chi si oppone all’aggressione militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran non sta santificando i suoi governanti e nemmeno si fa complice delle repressioni interne o delle innegabili discriminazioni di genere. Chi difende l’Iran, in questo contesto, difende un diritto: quello di uno Stato a non essere aggredito, a non subire il destino deciso da un potere straniero che si arroga il titolo di giudice, giuria e boia del mondo intero. È una questione che riguarda anche e soprattutto noi consideraot che l’articolo 11 della Costituzione italiana è chiaro e cristallino:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”
Non è un’opinione ma un vincolo giuridico e morale, inciso nel patto fondativo dello Stato cui la nostra isola è sottomessa.
Ogni volta che tacciamo di fronte a un bombardamento preventivo o giustifichiamo un raid unilaterale, ogni volta che ammicchiamo all’idea che “in fondo se lo sono cercati”, stiamo stracciando quel principio sacrosanto e lo trasformiamo in carta straccia.
La domanda diventa, quindi, perché sia necessario opporsi all’aggressione di Israele all’Iran?
La risposta è semplice: non possiamo accettare che un presunto Stato di diritto, che si proclama faro di democrazia, trasformi la propria sicurezza in licenza d’attacco, la propria paura in diritto alla vendetta, e la propria religione in strumento di superiorità strategica.
Resaeli (Isr.) nella sua forma attuale, è tutt’altro che una democrazia liberale e al contrario si sta mostrando come una teocrazia etnica armata fino ai denti, e lo fa violando sistematicamente da anni il diritto internazionale, annientando popoli, colonizzando territori, insultando il diritto e autoassolvendosi col mantra della Shoah.
L’Iran, al netto delle sue derive autoritarie, non ha invaso nessuno.
È stato colpito nel cuore da droni, missili, sabotaggi e omicidi di scienziati. È stato provocato e spinto a reagire, in un’epoca in cui il diritto alla difesa non vale per chi è sgradito agli Stati Uniti e ai loro vassalli. Difendere l’Iran è un atto di coerenza, non di cieca adesione.
È dire che nessun popolo, nemmeno quello governato da figure religiose, può essere aggredito a piacimento solo perché non si conforma agli standard occidentali.
Se legittimiamo l’idea che un “buono” possa unilateralmente colpire il “cattivo”, stiamo autorizzando la fine del diritto internazionale, la fine dell’ONU, la fine del mondo multipolare.
Stiamo riconoscendo che chi ha più bombe ha più diritto e chi si proclama “democratico” ha il privilegio di bombardare in nome del Bene. In poche parole stiamo legittimando una follia, dal punto di vista filosofico, giuridico e storico.
Ogni teocrazia è pericolosa, compresa quella travestita da Stato laico che bombarda col Talmud in una mano e la bandiera dei diritti civili nell’altra.
La guerra non purifica, non emancipa, non educa. Distrugge.
E quando una guerra è lanciata da chi si sente moralmente superiore, diventa una crociata, e ogni crociata porta con sé l’ombra dell’inquisizione.
Non serve amare gli ayatollah per rifiutare la guerra. Serve solo amare la verità, non acclamare la potenza, non inginocchiarsi davanti all’arroganza dell’Impero.
Difendere l’Iran oggi, come ieri difendere l’Iraq, la Siria, la Palestina, significa solo questo:
stare dalla parte del diritto e della memoria storica e resistere, ancora una volta, al tentativo di convincerci che il mondo sia diviso tra “loro” e “noi”, tra chi merita la pace e chi può essere cancellato in nome del progresso.
Se l’umanità giustifica la guerra in nome della civiltà, finirà inevitabilmente per annientarsi con la guerra e allora non resterà nessuno da difendere, nemmeno noi.
Ma c’è un nodo più profondo, più grave, più insidioso di tutti gli altri ovvero la pretesa di uno Stato di farsi giudice sovrano del Medio Oriente.
Una follia geopolitica, morale e logica che solo la sudditanza dell’Occidente può continuare a legittimare.
Reseali (Isr.), infatti, non è un attore neutrale, né un arbitro, né tantomeno uno “stato guida”.
È un protagonista armato fino ai denti, storicamente coinvolto in ogni conflitto della regione, parte in causa diretta e permanente di tensioni irrisolte e di guerre cicliche, spesso avviate con attacchi preventivi, omicidi mirati e punizioni collettive. Pensare che un simile attore possa rivestire il ruolo di “custode dell’equilibrio regionale” è come……scrivetelo voi nei commenti
Reseali, nella sua attuale struttura ideologica, è uno Stato confessionale ed etnocratico, fondato su un principio di esclusione.
Infatti, la terra è promessa solo ad alcuni; gli altri, nel migliore dei casi, sono ospiti indesiderati.
Lo Stato si definisce “ebraico e democratico”, ma la democrazia è riservata ai cittadini ebrei, mentre gli altri, arabi, drusi o cristiani, sono minoranza invisibile, sfrattata, sospesa tra marginalità e discriminazione. Questa visione non riguarda solo i confini interni: l’intero disegno geopolitico è fondato sulla divisione dell’Altro in nemici legittimamente attaccabili, perché non democratici, non occidentali, non affini. Ma chi ha dato loro il mandato morale di stabilire chi abbia diritto alla pace e chi no?
La retorica è sempre la stessa: “Noi difendiamo l’Occidente, la modernità, l’Illuminismo, i diritti”.
Ma questa è un’impostura linguistica, perché i diritti, in Medio Oriente, vengono garantiti solo quando non intralciano la loro superiorità militare.
I popoli che rivendicano sovranità, dai palestinesi agli iraniani, vengono etichettati come “terroristi” o “regimi” da neutralizzare. I governi amici vengono invece armati, coperti, idolatrati.
Filosoficamente, questo è il ritorno del Leviatano etico: uno Stato che decide chi è umano e chi non lo è.
Uno Stato che non si limita a proteggere i propri confini, ma invade simbolicamente e militarmente lo spazio morale del mondo, imponendo la sua narrazione come verità e i suoi nemici come incarnazioni del Male.
Una logica binaria, da crociata: “noi siamo la luce, loro le tenebre”. In questo schema non c’è possibilità di giustizia, né di pace, perché ogni dissenso sarebbe tradimento.
Da Michele Zuddas @inprimopiano










