Giuliano Santoro, il manifesto – Nel marasma delle elezioni regionali, con entrambe le coalizioni in preda alla scelta dei candidati, nel centrosinistra è scoppiato anche il malcontento di Alleanza Verdi Sinistra, sul quale ieri sono tornati i due leader Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. I due leader sciorinano cifre, parlano dei dati in crescita e citano i risultati di alcune regioni per dimostrare che non possono essere considerati un cespuglio: chiedono pari dignità. Complice anche il veto di Antnio Decaro su Nichi Vendola, da giorni mandano a dire a Elly Schlein e Giuseppe Conte che qualcosa non funziona, che non possono agire in duopolio e che bisogna fare di più per garantire la pluralità della coalizione. Per di più, proprio Sinistra italiana sarà ospite del prossimo incontro tra i quattro leader della costituenda coalizione alternativa alla destra, previsto per mercoledì 3 settembre alla festa romana del partito.
Avs rivendica, correttamente, di essere da tempo la forza più testardamente unitaria: mentre Partito democratico e Movimento 5 Stelle si sono trovati troppo spesso in competizione Fratoianni e compagni hanno lavorato da una parte per lanciare una sponda alla segreteria Schlein in nome di un nuovo centrosinistra, dall’altra per ancorare sempre più il nuovo corso di Conte all’alleanza progressista. Lo hanno fatto innanzitutto favorendo l’ingresso dei 5 Stelle nel gruppo europeo di The Left (giocando di sponda proprio con Pasquale Tridico, attuale candidato in Calabria). Soltanto che adesso i rossoverdi, che non hanno mai temuto lo spostamento a sinistra dei dem e la svolta progressista di Conte e al contrario hanno pensato che questo contesto li avrebbe favoriti in quanto interpreti in maniera più lineare di maggiore chiarezza programmatica, temono che la morsa tra i Pd e M5S finisca per togliere loro spazio.
E forse percepiscono i pentastellati come competitor all’interno dell’alleanza, visto che i voti che Conte cerca per schiodarsi dalla soglia psicologica e materiale del 10% potrebbero arrivare proprio dal bacino della sinistra radicale, anche grazie al feeling sempre più stretto nei territori tra i pentastellati e Rifondazione comunista, partito che fatica dal punto di vista elettorale ma che mantiene un radicamento di circoli e militanti. L’intesa tra le due forze politiche in più di una occasione, al voto locale, ha consentito al Prc di allearsi con i 5 Stelle in diverse occasioni (a Taranto, Assisi e Rende, solo per fare alcuni esempi) e consentirà l’ingresso nel «campo larghissimo» che sostiene Tridico in Calabria.
Anche questo dei territori è un nodo sensibile. Fratoianni e Bonelli hanno ragione quando dicono che la Calabria poteva toccare a loro, perché la loro proposta di candidare Flavio Stasi, un sindaco giovane, civico e di sinistra, era credibile e capace di spiazzare. Sarebbe stata da molti punti di vista un’intuizione analoga a quella che ha condotto alla conquista di Perugia da parte di Vittoria Ferdinandi. Ma, al di là dei tatticismi di Conte e della carta della disponibilità di Tridico tenuta coperta fino all’ultimo, non bisogna dimenticare che a bruciare Stasi è stato il segretario regionale in Calabria di Sinistra italiana Ferdinando Pignataro, reo di aver diffuso un messaggio vocale che svelava scene e retroscena delle complicate trattative in corso.
Da questo punto di vista, Avs paga più degli altri partiti la debolezza nei territori che è tipica della politica di questa fase. Il protagonismo della società e dei candidati dal basso potrebbe spiazzare. Al contrario, se i giochi si fanno a Roma il tavolo della coalizione rischia sempre più di assumere i contorni di una partita a due.













