Intervento per la presentazione a Perugia del libro di Fausto Bertinotti
di Andrea Ferroni
Permettetemi prima di tutto di dire una cosa semplice: per la mia generazione è una vera emozione trovarsi a discutere di sinistra con Fausto Bertinotti, con qualcuno che la sinistra non l’ha solo studiata, ma l’ha abitata, costruita, guidata, messa in discussione.
Il titolo del libro – “La sinistra che non c’è” – è una pugnalata ma anche una sfida.
Perché la prima domanda che viene da farsi è: se la sinistra non c’è, allora chi siamo noi, qui stasera?
Forse una prima risposta sta proprio in questo paradosso: la sinistra, come soggetto politico riconoscibile, come grande casa organizzata, oggi facciamo fatica a vederla. Ma la sinistra esiste ancora nelle biografie, nelle contraddizioni, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle lotte piccole e quotidiane per il salario, per la casa, per i servizi, per la pace.
Il libro di Bertinotti ci obbliga a guardare in faccia una storia lunga, e anche un tramonto.
Ci ricorda che il declino della sinistra contemporanea si può far risalire al crollo dell’Unione Sovietica: lì non è finito solo un sistema, con tutte le sue storture, ma è tramontata l’idea – o almeno il mito – che potesse esistere un’alternativa al capitalismo.
Da allora si passa dalla sinistra che pensa la trasformazione radicale alla sinistra riformista che accompagna il consolidamento dell’Europa sui binari dei mercati e dei vincoli di debito, abbandonando Marx senza davvero superarlo, lasciando sullo sfondo la lotta di classe e la centralità del lavoro.
Nel frattempo la politica cambia pelle: si spettacolarizza, parla “alla pancia” del Paese, oppure adotta direttamente il linguaggio del mercato. Non più una politica che interroga giustizia e verità, ma una politica che rincorre i sondaggi, il consenso immediato, la comunicazione permanente. E quando anche i partiti che si dicevano progressisti si allineano a questa logica, si indebolisce anche il loro impegno concreto sulle rivendicazioni del lavoro, delle lavoratrici e dei lavoratori.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: cosa resta della sinistra?
E soprattutto: da dove si può ricominciare?

Io vorrei provare a dire qualcosa da un punto di vista diverso da quello dell’autore: non da protagonista di quella grande stagione, ma da chi è arrivato dopo.
Siamo una generazione che non ha vissuto i grandi cicli del Novecento, che spesso ha conosciuto la sinistra più come una sconfitta che come una speranza maggioritaria; che ha visto nascere e morire simboli, partiti, sigle, alleanze, e nel frattempo ha conosciuto sulla propria pelle precarietà, salari bassi, insicurezza esistenziale.
E allo stesso tempo, molti e molte di noi hanno scelto di impegnarsi dentro le istituzioni locali, nelle amministrazioni comunali, nei quartieri, nelle associazioni.
Qui c’è una tensione che credo sia centrale nel libro e nella nostra esperienza: la tensione fra governare e cambiare.
Fra l’idea di una sinistra di governo e la necessità di una sinistra che non smetta mai di essere anche conflitto, critica, opposizione sociale.
Amministrare un Comune, un territorio, non è mai neutro: ogni scelta di bilancio, di urbanistica, di welfare, di trasporto pubblico, di gestione dei beni comuni è una scelta di campo.
E però sentiamo tutti quanto è difficile tenere insieme il vincolo di bilancio, i limiti di personale, i tagli, e allo stesso tempo la promessa di giustizia sociale, di diritti, di universalismo.
Vorrei allora mettere sul tavolo tre nodi molto concreti, che per me sono il luogo dove capire se “la sinistra c’è” oppure no.
Primo: il lavoro.
Oggi lo sfruttamento non è finito, si è trasformato. Lo vediamo nei magazzini della logistica, nei rider, nelle piattaforme digitali, nelle finte partite IVA, nelle cooperative spurie, nei contratti a termine che si susseguono.
Se la sinistra non è capace di dare voce, rappresentanza e potere a queste forme di lavoro, allora non è solo che “non c’è”: è che rischia di parlare una lingua che il mondo del lavoro non capisce più.
Secondo: le disuguaglianze territoriali.
Non c’è solo la frattura fra ricchi e poveri, c’è quella fra centri e periferie, fra grandi città e piccoli comuni, fra aree interne e luoghi dove i servizi di base non arrivano.
Se la sinistra non è in grado di costruire politiche che partono da questi territori – scuole, sanità territoriale, trasporto pubblico, casa, spazi di socialità – finisce per essere percepita come una presenza astratta, lontana.
Terzo: la democrazia e la partecipazione.
I partiti tradizionali sono in crisi profonda; l’iscrizione, la militanza, l’organizzazione collettiva si sono rarefatte.
Ma nello stesso tempo vediamo nascere comitati, reti, esperienze di mutualismo, forme nuove di partecipazione dal basso.
La domanda è: la sinistra li riconosce, li accoglie, li organizza… o li osserva da lontano mentre continua a parlare solo il linguaggio delle alleanze e delle percentuali elettorali?
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C’è però un punto, forse il più difficile, che riguarda non solo l’analisi ma anche l’immaginario.
Perché la verità è che, se vogliamo dirci “di sinistra”, non basta amministrare bene, non bastano i conti in ordine, non basta neanche avere ragione nelle analisi: dobbiamo tornare a dare un sogno al nostro popolo.
La sinistra, quando è stata forte, non è stata solo un programma o un simbolo; è stata un modo di guardare al futuro, la sensazione concreta che domani può essere meglio di oggi per chi lavora, per chi è sfruttato, per chi sta ai margini.
Oggi questo sogno si è incrinato, e spesso il nostro popolo – quello che dovrebbe riconoscersi in noi – sente più paura che speranza, più solitudine che organizzazione collettiva.
Io questo tema del sogno l’ho incrociato in tutte le tappe del mio impegno.
Prima nei movimenti studenteschi dell’Onda, quando riempivamo le piazze contro l’idea di una scuola e di un’università per pochi, e lì avevamo la percezione fisica che un’altra realtà fosse possibile, che non fossimo condannati alla rassegnazione.
Poi nelle organizzazioni giovanili di partito e nei sindacati studenteschi, dove abbiamo provato a trasformare quella spinta in organizzazione, in rappresentanza, in diritti concreti: ore di assemblee, discussioni infinite, ma anche la gioia di vedere che una conquista, per quanto piccola, migliorava davvero la vita di qualcuno.
E oggi dentro le istituzioni, dove quella stessa domanda ti si ripresenta ogni giorno, ma in un contesto diverso: vincoli di bilancio, norme, procedure, responsabilità di governo.
Eppure, in tutti questi passaggi, la questione di fondo è rimasta la stessa:
come facciamo, concretamente, a far battere di nuovo il cuore delle persone?
Come facciamo a dire, senza prenderci in giro, che un altro mondo è ancora possibile?
Qui – e lo dico anche alla luce della riflessione di questo libro – credo che la risposta non stia in ricette astruse, in formule miracolose, in alchimie incomprensibili.
Per ricominciare non abbiamo bisogno di fantascienza politica, ma di una cosa apparentemente semplice e difficilissima: fare cose di sinistra.
Per me questo significa tornare a praticare tre parole che nella mia storia, dall’Onda alle giovanili, fino al Comune, ho visto e toccato:
• Radicalità:
la capacità di andare alla radice dei problemi, di non accontentarsi di gestire l’esistente, di mettere in discussione rapporti di forza ingiusti.
Radicalità non come estremismo urlato, ma come serietà nel prendere sul serio il dolore sociale che incontriamo nei quartieri, negli uffici, nelle vertenze.
• Unità:
perché un popolo frammentato, diviso in mille sigle, mille siglette e mille egoismi non cambia nulla.
L’ho imparato nelle mobilitazioni studentesche e poi nelle organizzazioni giovanili: l’unità non è un sentimento, è un lavoro faticoso di mediazione, di ascolto, di riconoscimento reciproco.
Senza un fronte largo del mondo del lavoro, dei giovani, delle donne, dei movimenti, la sinistra resta un racconto per pochi addetti ai lavori.
• Credibilità:
che è forse la parola più dura, soprattutto quando entri nelle istituzioni.
Credibilità vuol dire che quello che diciamo in assemblea o in campagna elettorale somiglia davvero a quello che facciamo quando amministriamo; vuol dire non promettere ciò che sappiamo già di non poter mantenere; vuol dire che chi ci guarda da fuori, magari da tempo disilluso, possa almeno dire: “Non saranno perfetti, ma sono seri, stanno dalla nostra parte”.
Se mettiamo insieme radicalità, unità e credibilità, allora quel “sogno” non è più un poster ingiallito del Novecento, ma diventa carne viva nelle scelte di ogni giorno:
nel modo in cui impostiamo un bilancio, nella difesa dei servizi pubblici, nel nostro modo di stare dentro i conflitti sociali senza vergognarcene, né da fuori né da dentro le istituzioni.
Solo così, credo, la “sinistra che non c’è” può ricominciare ad esserci davvero:
nel battito del cuore delle persone che tornano a sentire che qualcuno parla per loro e con loro, e non solo su di loro. E se questo non è il compito della nostra generazione, allora davvero non si capisce perché abbiamo iniziato, dall’Onda fino a qui, a fare politica.
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C’è però un’altra questione che sento fortissima, e che nel libro ritorna in controluce: la crisi di quello che una volta avremmo chiamato l’intellettuale collettivo.
Per decenni questa funzione l’hanno svolta i partiti di massa, i sindacati, le organizzazioni sociali: non solo macchine elettorali, ma luoghi dove si studiava, si discuteva, si formava coscienza, si costruiva una lettura condivisa del mondo.
Era lì che la sinistra trasformava la sofferenza individuale in linguaggio politico, in proposta, in progetto.
Oggi questa dimensione è quasi scomparsa, oppure è molto indebolita.
Io lo vedo anche nella mia esperienza: ci sono ancora pezzi di intellettuale collettivo – in alcuni sindacati, in certi movimenti, in un po’ di associazionismo, in qualche pezzo di accademia critica – ma faticano tremendamente a incidere perché si scontrano con la nuova velocità della politica e della comunicazione.
La politica, oggi, sembra stare tutta nel tempo di un post, di una storia, di un tweet.
Si decide nell’arco di un ciclo di notizie di ventiquattr’ore, si misura in like, in meme, in sondaggi istantanei.
Ma un pensiero complesso, una lettura profonda delle trasformazioni del lavoro, delle disuguaglianze, dei conflitti globali, non nasce in trenta secondi. Richiede studio, tempo, confronto, persino il diritto a sbagliare e a correggersi.
E così succede una cosa paradossale:
quando l’intellettuale collettivo manca, la sinistra si riduce a una somma di opinioni individuali, a un commento continuo sull’ultimo fatto del giorno;
quando invece qualche forma di intellettuale collettivo prova a esserci – un lavoro di elaborazione, di ricerca, di formazione – viene spesso percepito come “lento”, “fuori tempo”, inadatto ai ritmi della comunicazione permanente.
Questo scarto lo sentiamo anche noi nelle istituzioni: da una parte la necessità di decidere in fretta, di comunicare subito, di rispondere all’emergenza; dall’altra la consapevolezza che, senza una visione collettiva, finiamo per rincorrere gli eventi, senza orientarli davvero.
Allora, se vogliamo tornare a dare un sogno e una direzione al nostro popolo, credo che una parte del nostro compito sia proprio ricostruire forme nuove di intellettuale collettivo:
spazi di studio, di discussione, di formazione politica che tengano insieme la profondità dell’analisi e la rapidità dei tempi in cui viviamo; che non si chiudano nelle stanze ma nemmeno si facciano dettare l’agenda solo dagli algoritmi.
Senza questa testa collettiva – senza qualcuno che aiuti tutti e tutte noi a leggere il mondo – la sinistra rischia di scegliere solo tra due strade perdenti:
o l’opinione estemporanea, che dura un giorno;
o la nostalgia sterile, che si rifugia nel passato.
Ricostruire un intellettuale collettivo, invece, significa provare di nuovo a fare quello che la sinistra ha saputo fare nei momenti migliori della sua storia: dare parole, senso e direzione al bisogno di giustizia che c’è nella società, anche quando non trova da solo il modo per esprimersi.
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Da questa prospettiva, vorrei rivolgere a Fausto Bertinotti tre domande molto semplici e molto difficili:
1. Dove si riapre oggi il conflitto sociale?
In quali luoghi, con quali soggetti, con quali parole? È ancora possibile parlare di classe, e se sì, come la si racconta alle generazioni cresciute nel mito dell’individuo, del merito, della competizione?
2. Che ruolo possono avere i Comuni e le città?
Una sinistra che non trova più casa nei grandi partiti nazionali, può ricostruire radici a partire dai municipi, dalle amministrazioni locali, dai processi partecipativi, dai beni comuni? Oppure rischiamo che anche qui prevalga solo la logica del “fare”, senza una visione di trasformazione?
3. Come si trasmette una cultura della sinistra alle nuove generazioni?
Non parlo solo di simboli o di sigle, ma di un modo di stare al mondo fatto di uguaglianza, solidarietà, pace, femminismo, ecologia, diritti.
Da dove si ricomincia: dalla scuola, dal lavoro, da nuove forme di organizzazione? Qual è, oggi, il luogo dove si impara ad essere “di sinistra”?
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E allora, quando parliamo di sogno, di intellettuale collettivo, di sinistra che “non c’è”, io non posso non pensare a quello che è successo nella nostra città.
Perché a Perugia, in questi mesi, noi abbiamo provato – con tutti i nostri limiti – a dimostrare che un altro modo di fare politica non è solo un ricordo del passato, ma può tornare ad essere pratica viva.
Lo abbiamo fatto costruendo una grande alleanza per la vittoria, che teneva insieme realtà che per anni si erano guardate da lontano: da Rifondazione Comunista ad Azione, passando per il civismo, per il mondo ecologista, per i pezzi di società organizzata che non si rassegnavano all’idea che la città fosse condannata a scegliere tra rassegnazione e rancore.
È stata un’alleanza larga, ma non solo nelle sigle: è stata larga nelle persone.
Con una partecipazione giovanile e di genere che non vedevamo da tempo: tante ragazze e tanti ragazzi che per la prima volta si sono messi in gioco, donne che hanno portato parole nuove, sguardi nuovi, pratiche nuove. Non un “contorno”, ma il centro vivo della campagna.
Abbiamo fatto una cosa antica e modernissima insieme:
territorio per territorio, casa per casa, azienda per azienda.
Siamo tornati a bussare alle porte, a parlare con le persone nei luoghi di lavoro, nei circoli, nei comitati, nelle periferie. Abbiamo rimesso al centro l’idea che la politica non è un video da mandare sui social, ma un incontro in carne e ossa, fatto di tempo, di ascolto, di conflitti, di promesse che ti mettono in gioco in prima persona.
Anche il programma elettorale lo abbiamo pensato così: non come un opuscolo da lasciare in mano a qualcuno, ma come un patto, una stretta di mano tra l’elettore e il candidato, tra la città e chi si candidava a governarla.
Ogni pagina era un impegno: sul lavoro, sulla casa, sui servizi, sull’ambiente, sulla cultura, sulla partecipazione. Non tutto si può realizzare in un giorno, ma tutto è stato presentato come una responsabilità concreta, verificabile.
È stata una campagna fatta di incontro, ascolto e partecipazione, davvero territorio per territorio: non abbiamo chiesto alla città di adattarsi alla nostra narrazione, siamo andati noi a cercare le parole giuste nei luoghi dove le persone vivono, lavorano, faticano.
E tutto questo lavoro ha avuto un centro, un volto, una voce capace di tenere insieme sogno e realtà:
una candidata – Vittoria Ferdinandi – che ha saputo tradurre questo sogno, questa visione, questa postura in un linguaggio reale e credibile.
Non un linguaggio astratto, non la retorica del “domani andrà tutto bene”, ma parole che nascevano dall’ascolto, dal conflitto, dalla vicinanza ai bisogni concreti, e che proprio per questo riuscivano a parlare al cuore e alla testa delle persone.
Se oggi Perugia ha voltato pagina, è perché per una volta la sinistra non si è limitata a dire che “la sinistra non c’è”:
ha provato a esserci, a ricostruirsi come popolo, come alleanza sociale, come sogno condiviso e come governo possibile.
Ecco, io credo che il senso profondo del confronto di stasera con Fausto Bertinotti sia tutto qui:
tenere insieme la critica e la speranza, l’analisi impietosa e la volontà di non arrendersi.
Se siamo riusciti a farlo, anche solo in parte, a Perugia, allora forse possiamo dirci che quella “sinistra che non c’è” comincia, pezzo dopo pezzo, a tornare ad apparire.
Il resto dipende da noi, da quanto saremo capaci di essere all’altezza di quel sogno che abbiamo rimesso in cammino.








