di Gracco Babeuf – C’è una tipologia di “comunista” che riemerge puntuale ogni volta che lo Stato chiede di essere “riformato”: il comunista etico e d’ordine. Quello che sogna il buon funzionamento del potere. Quello che ama l’”Idea” e vuole piegare l’intera società all’Idea stessa. Quello che vuole “educare”: novello aristocratico sapiente, autoproclamatosi unico tramite e medium tra l’Idea pura e la realtà. Peggio di Platone e di Hegel. Alla faccia de l’ideologia tedesca di Marx ed Engels.
Lo pseudo-comunista che sostiene il sì al referendum sulla separazione delle carriere nasce interamente da qui. È una sorta di neostalinismo fuori tempo massimo e ridotto a burocrazia. Solo apparato.
“Non è vero che il PM finirà sotto il governo”. Ma questo è un argomento da notaio, non da comunista. Il problema vero dovrebbe essere l’esistenza stessa di un accusatore di professione.
Poi, immancabile, arriva la critica alla magistratura “che fa politica”. Qui il quadro è completo. Lo stalinista borghese non contesta il potere, bensì chi lo usa male, chi parla troppo, chi esce dal ruolo. Sogna istituzioni mute, obbedienti, composte. Pronte a qualche bella parata.
Quando si parla dei poveri rovinati dai processi infiniti, dei costi insostenibili, dell’ingiustizia strutturale, si fa finta di dimenticare una cosa elementare: lo Stato penale colpisce sempre verso il basso, anche quando è efficiente, anche quando è “equilibrato”, anche quando è ben organizzato.
Che dire poi del disprezzo per chi parla di svolta reazionaria. Qui l’inganno intellettuale e “teorico” è più sottile: non serve il fascismo per opprimere. Lo stalinista borghese non teme l’autoritarismo; lo teme solo quando è rozzo, urlato, plebeo. Quello elegante, istituzionale, lo adora.
Infine, il richiamo rituale al PCI. Come se bastasse evocare una sigla gloriosa per rendere comunista una posizione che puzza di ufficio ministeriale. Il PCI, con tutti i suoi limiti, stava nelle fabbriche, nei quartieri, nei conflitti sociali. Non sognava un PM più efficiente: sognava di cambiare i rapporti di forza nella società.
Anche contro tutto questo, votare no al referendum non è una finezza giuridica.
È una scelta di campo.











