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Torino, 60.000 in piazza per Askatasuna: la trappola dei disordini

​Una marea umana difende l’esperienza dello spazio sociale di Vanchiglia. L’enfasi sui disordini? Un paravento per ignorare una partecipazione politica senza precedenti

​Torino è stata attraversata da un evento che segna un punto di non ritorno nella storia recente dei movimenti sociali italiani. Oltre 60.000 persone hanno sfilato in un corteo imponente per difendere lo spazio sociale Askatasuna e, con esso, l’idea che la città debba appartenere a chi la vive.

​La mobilitazione ha mostrato un volto eterogeneo: non solo l’area antagonista, ma un fronte larghissimo composto da residenti del quartiere Vanchiglia, studenti, collettivi studenteschi e migliaia di cittadini che riconoscono in Askatasuna un presidio di solidarietà, cultura e resistenza sociale. Lo sgombero dello storico centro sociale è diventata la miccia per una protesta molto più ampia contro la repressione del dissenso e la desertificazione sociale dei quartieri.

I disordini come distrazione di massa

​Come da copione, il dibattito post-manifestazione si è immediatamente focalizzato sui momenti di tensione e sugli scontri avvenuti a fine giornata. Tuttavia, questa narrazione appare come una scelta precisa e quasi necessaria per il sistema dell’informazione mainstream: parlare dei disordini serve a non dover parlare dei numeri.

​Puntare l’obiettivo della telecamera sul singolo scontro o sulla gestione dell’ordine pubblico permette di ignorare il dato politico più scomodo: il fatto che 60.000 persone siano scese in strada per difendere un’esperienza come quella di Askatasuna. Se si riconoscesse la portata politica di questa partecipazione, le istituzioni dovrebbero ammettere che la gestione “muscolare” della città ha fallito e che esiste una domanda di partecipazione che non può essere risolta con un cordone di polizia.

​In questo senso, la cronaca degli scontri diventa un paravento perfetto. Serve a criminalizzare il movimento e a ridurre una questione sociale complessa a un semplice problema di “teppismo”, oscurando deliberatamente la forza di un fiume umano che chiede spazi, diritti e il riconoscimento di realtà che, come Askatasuna, da anni colmano i vuoti lasciati dal welfare pubblico.

​Torino ha parlato chiaramente: dietro i sigilli che si vorrebbero apporre a uno spazio sociale, c’è una comunità che non ha alcuna intenzione di restare in silenzio.

Purtroppo gli ‘incappucciati’ a Torino, volenti o nolenti, hanno fatto un gran favore ai reazionari e alle politiche repressive della destra.
Degli analfabeti politici, assolutamente nocivi e pericolosi per ogni tipo d’iniziativa di massa.