Archiviata la ventitreesima edizione del mondiale di calcio, è tempo di bilanci. Non
ritorniamo su quelli di aspetto politico ed economico di cui abbiamo già ampiamente parlato
in altri commenti. Ci limitiamo solo ad aggiornare il discorso con la notizia che siamo stati di
fronte ad uno dei mondiali più “ricchi” della loro storia, con stime da parte della Fifa di ben
tredici miliardi di dollari di ricavi. Dove il rapporto di amorosi sensi tra Trump ed Infantino
continua, con il primo che sta sponsorizzando quest’ultimo al segretariato dell’Onu; notizia di
per sé che la dice di gran lunga sui tempi che viviamo.
Ma rimanendo su un’analisi prettamente sportiva, questo mondiale iper allargato ha
sicuramente espresso una “globalità” calcistica mai vista in precedenza. Con i continenti
rappresentati attraverso molte nazioni presenti. Una pluralità che paradossalmente ha
penalizzato la presenza di nazionali europee, in numero minore in questa edizione. Questo,
però, a nostro modesto parere, non ha significato minore spettacolo e qualità del calcio
espresso. Anzi, mai come in questo mondiale si è percepita una globalità verso l’alto di
organizzazioni tattiche e di metodi che oramai non ci permettono più di avere pittoresche
squadre materasso. In tal senso, nemmeno la piccola Curaçao evidenziava sbavature
tecnico – tattiche. Ovviamente poi le differenze in campo erano altre e legate soprattutto alla
qualità dei singoli solisti come del collettivo. È stato il mondiale degli attaccanti con una
classifica marcatori a doppia cifra e individualità in attacco di prim’ordine. Mbappé e Haaland
sul podio ma anche Messi e Bellingham come altri nomi che hanno mostrato goal e giocate
di prima qualità. Eppure ha vinto il mondiale la squadra con il reparto offensivo più debole. E
questa è stata l’altro aspetto da tenere in considerazione. Stiamo ovviamente parlando della
Roja, di quella Spagna che ha centrato la seconda coppa del mondo nella finalissima contro
i campioni uscenti dell’Argentina. Nonostante la squadra di de la Fuente non fosse data ai
primi posti tra le favorite (anche se si parla dei Campioni d’Europa in carica), piano piano ha
saputo ingranare la giusta marcia e mostrare una qualità di collettivo tra le più efficaci di
questi ultimi anni. Ed in virtù di questa qualità di gioco del gruppo e non del singolo, la
Spagna ha vinto meritatamente il Mondiale 2026. Anzi l’unico solista atteso che aveva, il
giovane Lamine Yamal, non ha espresso gli acuti che ci si aspettavano dal suo talento, ma
anch’esso, però, intelligentemente ha saputo essere ingranaggio tattico importante nel
perfetto meccanismo della Roja. A questo punto è lecito chiedersi cosa c’è dietro i successi
di questa nazionale e soprattutto se possiamo parlare di un “modello” Spagna esportabile
soprattutto nelle latitudini italiche dove gli azzurri ormai non giocano il mondiale da oltre una
decade. La cosa che balza subito all’occhio è che molti dei giocatori spagnoli sono stato con
de la Fuente sin dai tempi delle nazionali giovanili, dove indubbiamente c’è stato un
percorso di crescita di certi giocatori che è frutto di una “filiera” se non un progetto ben
preciso che sta dietro le nazionali spagnole. Un’attenzione costante verso i vivai con
investimenti precisi in tal senso e “cantere” che vengono realmente promosse e valorizzate.
Le statistiche parlano di un solo 33% di giocatori stranieri nei campionati spagnoli, a fronte
del 66% di quelli italiani. Ma non sono solo queste statistiche a decretare il successo della
nazionale spagnola. Sono investimenti e progetti che partono da lontano se non un cambio
di prospettiva che ha investito il calcio spagnolo da circa quarant’anni. Dove i primi vagiti si
possono trovare, ad esempio e non solo, alla fine degli anni ‘80, quando un certo Joan
Cruijff sedette sulla panchina del Barcellona, portando con sé quella filosofia di calcio totale
olandese che lo aveva visto protagonista come uno dei campioni più forti di tutti i tempi. Una
filosofia di calcio sposata e reinterpretata negli anni da tanti altri allenatori, nei vivai dei vari
club e delle squadre nazionali spagnole. Un nome tra tutti? Passare dalle parti di Pep
Guardiola e il suo tiki taka, ad esempio. La vittoria di un Europeo e di un Mondiale così a
stretto giro, quindi, non nascono a caso e sicuramente sono frutto di scelte coraggiose e di drastici cambi di rotta. Non possiamo parlare, pertanto, di situazioni fortuite e di generazioni
di campioni che vanno e vengono, ma di scelte e progetti ben precisi. Un modello
esportabile in Italia? Sicuramente crediamo di sì ma a patto che si metta realmente mano ad
un sistema calcio che va ripensato nelle sue fondamenta, partendo dalla gestione politica e
dalle menti che sono all’interno del palazzo del calcio. E poi ci vuole un cambio di rotta nei
club italiani, nella gestione dei vivai, nel coraggio di scelte oculate e soprattutto nel
ridimensionare il sempre più invadente rapporto dei procuratori nelle scelte delle stesse
squadre professionistiche. Riflettiamo sul fatto che la Spagna ha nella squadra campione del
mondo del 2026 i “germi” dei futuri campioni che segneranno le vicende della Roja anche
nel futuro. Lamal su tutti ma anche Cubarsi che è stato premiato come il migliore giovane del
mondiale, tanto per fare qualche esempio.
A proposito di quest’ultimo, ci viene spontaneo chiederci quanti in Italia avrebbero avuto il
coraggio di schierare un ragazzino di diciannove anni alto 184 cm, dandogli le chiavi della
difesa del Barcellona e della Nazionale.
Ma qui entriamo in un’altra storia dove l’azzurro delle nostre maglie risulta sbiadito da troppo
tempo ed il nostro calcio non vede più un talento italiano emergere dai tempi di Totti e Del
Piero.
Per dirla come un celebre spot di Arbore del passato, meditate gente, meditate…..
Antonello Tacconi













