di Franco Ferrari
Il risultato del referendum sollecita una serie di valutazioni e analisi che andrebbero approfondite. Voglio segnalare un punto che mi sembra cruciale e che è stato rilevato già da alcuni commentatori.
Se confrontiamo i dati di questo voto con quello delle elezioni politiche del 2022 (per ora e per semplificate escludo i voti dall’estero) emerge subito un fatto significativo.
I partiti impegnati per il Sì (coalizione di destra più Azione di Calenda + Democrazia Sovrana e Popolare) avevano complessivamente 13.737.000 voti. Ho attribuito a Calenda metà dei voti della lista centrista. Di questi 12.305.000 alla coalizione di governo. Il Sì ha avuto 12.448.000 voti. Sono mancati 1.289.000 voti.
I partiti impegnati per il No avevano ottenuto complessivamente 11.109.000 voti, sommando PD, 5 Stelle, AVS, Unione popolare (PRC+PaP). Il No ha ottenuto 14.461.000 voti. Sono 3.352.000 voti in più di quelli ottenuti dai partiti del No nel 2022.
Possiamo considerare che gli elettori che hanno “tradito” il partito di riferimento, votando per il campo opposto tendano più o meno ad elidersi. In quel totale possiamo anche considerare che una parte derivi dallo spostamento sul no di elettori di Italia Viva e +Europa che hanno deciso di fare prevalere il loro posizionamento politico all’opposizione, piuttosto che la sensibilità sulla materia del referendum delle rispettive formazioni che li avrebbero spinti verso il Sì.
In ogni caso resta un consistente numero di elettori “costituzionali” che non si sono riconosciuti finora nei tre partiti del cosiddetto “campo largo”.
Sono evidentemente consapevoli del pericolo, sul piano democratico e sociale, rappresentato dalla destra al governo, ma sono perplessi, reticenti o critici verso i partiti dell’opposizione.
Quindi: decisamente contro la destra, fortemente convinti della necessità di difendere la Costituzione, ma non convinti finora dal progetto politico (ancora non definito) del “campo largo”.
Una parte di questi andrà verso la lista di estrema sinistra, promossa da USB-PaP, salvo ripensamenti dell’ultimo minuto come è accaduto nelle europee del 2024 con la decisione di dare indicazione di voto per AVS. In ogni caso il referendum conferma che le prossime elezioni politiche, le prime dal 2006, saranno basate sul bipolarismo competitivo. È anche possibile che ci sia un aumento della partecipazione al voto rispetto al 2022 ma gli “astenuti intermittenti” convergeranno sui due poli.
Nel 2006, le ultime elezioni bipolari competitive, i due poli raccolsero il 99,5% dei voti. Questa volta non sarà così ma la spinta al “voto utile” sarà molto forte.
In ogni caso si può prevedere che una lista collocata all’estrema sinistra, attorno ad una nicchia militante più significativa nelle mobilitazioni di piazza ma poco influente in termini elettorali, raccolga un voto che si aggiri sull’1-1,5%. Questo è il dato storico su cui si attesta quest’area dal 1972, anche quando aveva forze politiche più strutturate, insediate in movimenti di massa e progetti politici più articolati.
Questo sottrarrà forse 200-250.000 voto a quello che i 5 Stelle chiamano “fronte progressista”. Ma il vero nodo per l’opposizione è colmare lo scarto, decisivo per vincere, di quei 2 milioni di voti di “No critico” che vuole cacciare la destra ma teme, con qualche ragione, che la vittoria dell’opposizione non rappresenti un reale cambiamento su questioni politiche e sociali decisive.
Secondo le prime analisi della composizione del voto, c’è qui una parte del voto giovanile che si è espresso per il “No”. Occorrerà capire meglio che cosa ha alimentato questa collocazione e anche la sua dimensione quantitativa (che deve incrociarsi con la partecipazione al voto ma per questo non ho visto dati). Forse la vicenda di Gaza, con un governo complice del genocidio (anche Kamala Harris ha ammesso di aver perso le elezioni su questo tema) o la tendenza della destra a criminalizzare, con nuovi reati, molti comportamenti giovanili. Una spinta che sarebbe stata ulteriormente aggravata dalla subordinazione della magistratura al governo.
La natura reazionaria della destra, che non ha delineato nessuna prospettiva di rilancio economico e ha contrastato qualsiasi misura tesa ad una maggiore giustizia sociale, ho mosso la sensibilità giovanile.
In ogni caso esiste uno spazio per una proposta politica che provi a dare risposta a entrambe le esigenze poste da questi “2 milioni di no”: cacciare la destra certamente ma anche tenere aperta la prospettiva per un vero progetto di alternativa.









